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Comunicare il coronavirus

Nel giro di poche settimane il ministero della Salute è diventato la prima linea della comunicazione del governo. Le incertezze dalla pandemia, il ruolo dei social e la necessità di essere trasparenti

18 Aprile 2020 alle 16:25

Comunicare il coronavirus

Foto LaPresse

Due mesi fa nella chat “giornalisti salute” erano in 45, oggi sono circa 200 e tra questi, tanto per dare l’idea, i corrispondenti di New York Times, Washington Post, Cnn, Bbc, Bloomberg, oltre a diversi cronisti italiani dirottati da un giorno all’altro a occuparsi di Sanità. Da ministero per addetti ai lavori, quello della Salute, si è trasformato nella prima linea, contemporaneamente trincea e avamposto della comunicazione del governo. Trincea perché il ministero di Lungotevere Ripa è una sorta di linea del Piave quando si tratta di gestire criticità e respingere accuse, avamposto perché da qui si srotola quel “fil rouge” che avvolge il governo, la Protezione civile, l’Oms, l’Iss, lo Spallanzani, le task force e arriva all’opinione pubblica.

La struttura della comunicazione è divisa in due: da una parte lo staff di fiducia del ministro, composto dal portavoce Nicola Del Duce, dal capo ufficio stampa del ministero, Cesare Buquicchio e dal consigliere per la comunicazione Andrea Natella; dall’altra la struttura permanente del ministero, con un direttore generale per la comunicazione, cinque dirigenti e un ufficio stampa di cinque unità.

 

Tutti con l’elmetto in testa perché questa è una guerra e, a differenza di altri uffici stampa, il problema non è comunicare ai tempi del coronavirus ma comunicare “il” coronavirus. C’è un po’ di differenza. Perché prima di parlare si deve avere il quadro preciso della situazione. Quello politico, come tutti gli altri uffici stampa, con la rassegna e il monitoraggio delle agenzie, ma soprattutto quello tecnico-scientifico, che solo le continue riunioni con gli esperti possono garantire.

La comunicazione di crisi si caratterizza per l’eccezionalità, ma in questo caso l’eccezione è diventata la regola. L’Oms ha dichiarato l’emergenza globale il 30 gennaio, ma al ministero il lavoro dell’ufficio stampa era già aumentato con Roberto Speranza presenza fissa sui media sia nel ruolo di ministro, sia in quello, politico, di leader di Articolo1. 

Poi è arrivata Codogno ed è iniziata quella che all’ufficio stampa chiamano la “fase 2”, piuttosto in anticipo su quella che nel Paese in realtà deve ancora iniziare. E da allora il ministro, immerso in un susseguirsi di riunioni, ha diradato tempi e modi delle sue presenze. Dopotutto la complessità della crisi, per citare Gianpietro Mazzoleni e il suo La Comunicazione Politica, non può essere ridotta a dieci secondi di “sound bites”, a frammenti di dichiarazione.

 

“Prima che il Covid-19 arrivasse davvero in Italia – spiegano dall’ufficio comunicazione –, dovevamo contenere la paura eccessiva, avevamo tanti casi di falsi positivi, dovuti a persone che andavano nei Pronto soccorso per un po' di tosse. Prima comunicavamo e suggerivamo i comportamenti da tenere. Via via i suggerimenti sono diventati inviti, poi obblighi, fino al lockdown. E proprio in questa fase c'era il rischio che la popolazione non accettasse questi provvedimenti. È stato necessario spiegare quanto fosse importante e fondamentale seguire le regole. Oggi è ancora più vero e difficile. La comunicazione ha seguito lo sviluppo epidemico e ha accompagnato le scelte scientifiche e politiche. Il virus è nuovo e quindi la conoscenza sul suo funzionamento e sui rischi non poteva e non può che avere margini di incertezza. Anche questi margini vanno condivisi in comunicazione. La trasparenza è fattore di fiducia. Certo è difficile dire 'non lo sappiamo', ma far finta di sapere è decisamente più rischioso per la tenuta della relazione dei cittadini con le istituzioni”.

La preoccupazione principale per la comunicazione del ministero della Salute è quella di dare, come raccomanda l’Oms, un messaggio univoco e chiaro, ma le difficoltà sono tante, non solo per le fake news, ma anche per la molteplicità delle fonti di informazione istituzionali. Compito della comunicazione è mantenere alto il livello di attenzione e di gravità della situazione, ma anche rassicurare che le misure prese consentiranno di uscire dalla crisi.

 

Un aiuto importante arriva dai social, uno strumento flessibile che ha permesso allo staff di muoversi in contemporanea rispetto agli sviluppi epidemici e di conoscenza del virus. Prima dell’epidemia il ministero era presente solo su Facebook e Twitter, poi, all’inizio, è stato attivato Instagram e, da alcuni giorni, anche Telegram e Linkedin.

“Tutte queste piattaforme – dicono dallo staff – ed anche altre su cui non siamo presenti, come Tik Tok, hanno sostenuto spontaneamente la comunicazione del ministero della Salute, aumentando i livelli di visibilità dei messaggi, pubblicando link e dando maggior spazio alla comunicazione istituzionale. Facebook e Google ci hanno offerto la possibilità di sponsorizzare le nostre campagne con budget gratuiti dedicati all’emergenza”.

 

I social sono fondamentali nella comunicazione, come, del resto, il network di relazioni che ogni professionista del campo porta con sé. Nonostante le difficoltà sistemiche e le tensioni politiche i rapporti con gli altri uffici stampa istituzionali hanno sempre funzionato e buoni sono anche quelli con le regioni più coinvolte.

Talmente buoni che sulla fuga di notizie che ha portato all’esodo di 20.000 persone dal Nord al Sud, nessuno qui si sente di accusare gli uffici stampa lombardi.

 

Parlando con Nicola Del Duce, emerge tutta la difficoltà del momento. Come si fa a comunicare positività quando ci sono più di 500 morti al giorno? E’ chiaro che la struttura di comunicazione del ministero e quelle di tutto il governo procedono in un campo inesplorato, in cui le certezze sono poche e l’orizzonte temporale è lungo.

“Possiamo dare una tempistica di massima – ci spiega una fonte del ministero – ma non abbiamo la data certa per la distribuzione del vaccino, e la situazione è ancora difficile. Ci sono province lombarde devastate le cui strutture sanitarie sono state sottoposte ad una pressione mai vista, ma ci sono anche elementi positivi: in poco più di due settimane il numero delle terapie intensive impegnate è passato da 4.100 a 2.900. Numeri che fanno ben sperare, ma sarebbe sbagliato, ed anche pericoloso, diffondere un ottimismo eccessivo che potrebbe portare ad un allentamento delle misure di sicurezza nei comportamenti delle persone”.

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