Lo stato deve fissare condizioni, ma non dire alle imprese come investire

Maria C. Cipolla

“Sugli aiuti servono criteri chiari su impatto ambientale e digitalizzazione. E niente stato imprenditore”. Parla Massimo Motta

Milano. “Non credo che spetti allo stato o la Commissione dire che investimenti le imprese devono fare, ma piuttosto che debbano indicare quali sono i principi che i piani delle società devono soddisfare”. Nella conversazione via Skype che si dipana tra i due paesi europei più colpiti dalla Covid-19, Massimo Motta, già capo economista per la concorrenza della Commissione europea dal 2013 al 2016 e oggi professore alla Universitat Pompeu Fabra di Barcellona, chiarisce la questione: se gli stati saranno protagonisti di una nuova stagione economica come è chiaro che sarà, non lo dovrebbero fare né da stati imprenditori né con un ‘libera tutti’ che distribuisca fondi ai privati senza criterio. La stagione dell’interventismo si è già aperta, con Francia e Olanda che discutono un piano di sostegno ad AirFrance-Klm da 7 miliardi di euro. Germania, Svizzera e Austria negoziano aiuti per Lufthansa e 60 aziende tedesche che chiedono al governo di legare i finanziamenti alla lotta al cambiamento climatico. Di fronte a questo scenario Motta non condivide l’idea dell’economista Mariana Mazzucato, consigliera del premier Giuseppe Conte, di “uno stato in simbiosi con le imprese”: “Non vedo lo stato così lungimirante da dire che tipo di investimenti si possono fare”, spiega, ma concorda sul fatto che ci sia l’opportunità per “la ristrutturazione di certi settori, guardando avanti, non ricostruendo attraverso lo stato l’economia di prima”.

 

Si tratta di interventi che vanno al di là del “sacrosanto sostegno alla liquidità e all’occupazione”, spiega, e che presentano due rischi strutturali: da una parte gli stati europei che possono disporre di più spazio fiscale possono sostenere meglio le loro imprese, dall’altra la crisi potrebbe trasformarsi nella notte in cui tutte le vacche sono nere finendo per sovvenzionare aziende né efficienti né socialmente utili. Secondo Motta il Recovery fund in progettazione a Bruxelles sarebbe lo strumento più adatto per un coordinamento europeo: “Dovrebbe avere criteri chiari, finanziando piani di ristrutturazione che prevedano una riduzione dell’impatto ambientale o una maggiore digitalizzazione”. Le compagnie aeree, sostiene l’economista, sono uno dei casi in cui lo stato dovrebbe limitarsi a fornire liquidità temporanea, ma se ci sarà un sostegno ulteriore “dovrebbe essere a scadenza, porre condizioni chiare come la rinuncia a dividendi, tetto ai salari dei dirigenti ed essere legato a una riconversione per cui le compagnie inizino a pagare una tassa sulle emissioni”. “Ci sono esternalità che le imprese non riescono a internalizzare”, argomenta il professore, “per esempio il guadagno della società se si investe nella riduzione dell’inquinamento, oppure gli investimenti in ricerca e sviluppo, il cui valore sociale spesso è più alto del valore privato dell’investimento”, in questi casi ha senso l’intervento dello stato, come in quelli destinati ad aumentare la resilienza delle filiere produttive o il sostegno al comparto cultura.

 

La solita Alitalia a parte, in Italia il viceministro allo Sviluppo economico Stefano Buffagni ha proposto un “Corona equity”, cioè aiuti per le piccole e medie imprese con iniezione di capitale pubblico pari agli aumenti di capitale delle imprese. “In Italia ci sono problemi a reperire capitali, manca venture capital, e ci sono pmi che fanno fatica ad andare sul mercato”, ragiona l’ex capo economista all’Antitrust, “ha senso aiutare le aziende più in difficoltà, e cioè le nuove imprese, le start up, che non hanno ancora una storia di progetti per cui le banche possano valutare i finanziamenti. In generale, invece, è preferibile la garanzia sul credito, che è più efficiente, e che implica la valutazione dei progetti”, se solo in Italia funzionasse. Porre delle condizionalità, al di là dei populismi, sarebbe nell’interesse di tutti i cittadini.