Quattro idee per applicare l'agenda Draghi senza retorica

Marco Fortis

Sostegno ai distretti industriali, niente patrimoniali, nuovo approccio sul debito e politiche per la produttività

I dati sulla dinamica del coronavirus in Italia sono incoraggianti perché mostrano un chiaro rallentamento dei nuovi casi, dei nuovi decessi e delle terapie intensive in quasi tutto il paese: dalla Lombardia (la regione più colpita dal Covid-19) al nord-est al centro-sud, con la sola eccezione del resto del nord-ovest dove i dati di Piemonte e Liguria sono ancora altalenanti. Le elaborazioni della Fondazione Edison evidenziano che in Italia il picco dell’aumento della mortalità è stato raggiunto il 27-28 marzo e che la media mobile centrata settimanale dei nuovi decessi nei giorni successivi ha cominciato a calare.

 

 

 

Ciò soprattutto a seguito dei miglioramenti fatti registrare dalla Lombardia e dal nord-est, mentre il resto del nord-ovest e il centro-sud sembrano comunque aver raggiunto il massimo incremento dei nuovi decessi. E’ ovvio che non bisogna abbassare la guardia ma è sempre più urgente prendere consapevolezza che la battaglia contro il Covid-19 non si vincerà solo sul piano sanitario ma anche su quello produttivo. E se la curva dei decessi incrementali sta flettendo, è tempo di dedicare un maggiore impegno su come far ripartire l’economia italiana, la più colpita a livello mondiale secondo tutte le stime e proiezioni.

 

 

   

Troppi settori di eccellenza del nostro paese saranno messi in ginocchio per lungo tempo a causa dello tsunami del coronavirus: turismo, alloggio, ristorazione, abbigliamento, vino (portaerei nel nostro surplus commerciale), piastrelle ceramiche, industria calzaturiera sino al mobile (i cui consumi resteranno paralizzati per mesi). La perdita di posti di lavoro per l’economia potrebbe essere enorme e non si può pensare di vivere per chissà quanto tempo in apnea con una crescita esponenziale degli ammortizzatori sociali e una marea di assegni compensativi alle partite Iva.

 

 

 

Un paese come l’Italia che ha un surplus commerciale con l’estero manifatturiero e turistico superiore ai 100 miliardi di dollari l’anno non può pensare di rimanere in piedi se franano i suoi settori cardine. E perfino la nostra fortissima meccanica, che assicura oltre la metà di quel surplus con l’estero, soffrirà molto e perderà imprese e occupati se non partiranno subito le opere pubbliche necessarie per riattivare la domanda interna (che vede crollare i consumi privati) e se le fabbriche non torneranno presto a produrre per l’export. Perché, e questo è bene che i nostri politici e i sindacati lo abbiano ben chiaro in mente, i nostri competitor non ci aspetteranno.

 

La Germania e tutto il nord Europa hanno una gran parte delle loro fabbriche e dei loro uffici aperta. L’Italia e la Spagna invece in questo momento hanno le loro economie quasi completamente ferme, come mostrano non solo i consumi elettrici ma anche i dati sulla mobilità nei posti di lavoro di Google Community Mobility Report, con un divario enorme tra le regioni più produttive di Germania e Italia (superiore al 20 per cento). La Francia si trova in una via di mezzo. Se questa situazione si protrarrà troppo a lungo l’Europa mediterranea uscirà dalla crisi del Covid-19 con le ossa rotte mentre il nord Europa no.

 

E se ne avvantaggerà, sottraendoci quote di mercato e ridisegnando gli stessi corridoi delle filiere produttive. Come? Ad esempio, abbandonando i fornitori italiani per rivolgersi a quelli dell’Est Europa e agli asiatici che nel frattempo stanno ripartendo. Le imprese industriali italiane devono dunque riaprire al più presto, con le dovute condizioni di sicurezza. Nello stesso tempo, i settori italiani più colpiti dalla crisi, fatti da decine di migliaia di piccole e medie imprese, hanno bisogno di liquidità e il governo, con il dl Credito, sembra essersi mosso in questa direzione. Vedremo se al lato pratico la misura funzionerà e non si impantanerà in pastoie burocratiche e in complessità di erogazione dei prestiti bancari garantiti dallo stato. Infatti, alle nostre imprese servono urgentemente respiratori finanziari, proprio come i respiratori per l’ossigeno servono drammaticamente ai malati di coronavirus per non morire.

 

Tutti hanno apprezzato, a parole, ciò che Mario Draghi ha scritto sul Financial Times ma pochi hanno capito quello che egli ha realmente detto. Draghi ha affermato che “l’unico modo per far fronte effettivamente ad un crack economico è di mobilitare l’intero sistema finanziario (…) e che ciò va fatto immediatamente, evitando ritardi burocratici (…) e che le banche devono prestare rapidamente a costo zero denaro alle imprese impegnate a salvare posti di lavoro”.

 

Mentre Draghi ha scolpito nella pietra questo decalogo, in Italia diversi opinionisti e politici sono impegnati in questi giorni nell’elaborare o suggerire proposte completamente al di fuori dalla realtà su possibili pseudo-patrimoniali mascherate, prestiti irredimibili di lungo termine allo stato, contributi dei cittadini italiani alla ricostruzione del paese, riduzioni monstre del nostro debito pubblico e altro. Forse costoro ignorano alcune semplici cose. Primo: che i cittadini italiani e il nostro settore privato stanno già donando su base volontaria somme di denaro importanti per aiutare la costruzione di nuovi ospedali come quello della Fiera di Milano o sostenere l’emergenza della sanità. Come è sempre avvenuto, del resto, in questo paese: gli imprenditori dei distretti industriali, i dirigenti d’impresa e gli italiani abbienti da sempre hanno finanziato asili, scuole, ospedali, musei, il non profit, ecc. E le cose sono sempre andate a buon fine perché non c’è mai stata una patrimoniale e non è mai stato lo stato a gestire quelle erogazioni volontarie ma esse sono andate direttamente al settore privato, che le ha canalizzate in modo efficiente allo scopo. Se proprio si vuol dar vita a un fondo nazionale per la ricostruzione, dunque, che esso sia a base privata o al limite pubblico-privato attraverso la Cassa depositi e prestiti.

 

Secondo: l’enorme ricchezza finanziaria delle famiglie italiane che alcuni politici e intellettuali pensano di “aggredire” per ridurre il debito pubblico o per sostenere la ricostruzione dell’Italia post Covid-19 con bond irredimibili o simili è già impegnata per una quota rilevante in azioni di società non quotate e in fondi assicurativi e di previdenza integrativa che tutti hanno sempre auspicato che si sviluppassero in Italia. Si ritiene forse che lo stato adesso debba metterci sopra le mani? Solo i conti correnti bancari e postali, in realtà, sono virtualmente disponibili per un “esproprio statal-populista”. Ma essi non sono ricchezza “dormiente”, come spesso si sente dire, bensì risparmio privato preziosissimo utilizzato dalle banche stesse per finanziare altre famiglie e imprese o per acquistare titoli pubblici. Un prelievo che, alla fine, pagherebbe poi lo stesso sistema dei ceti produttivi già indebolito dalla crisi?

 

Terzo: per una volta che viene riconosciuto, anche all’estero e a Bruxelles, che l’Italia è stata colpita da uno shock simmetrico, indipendente dalle nostre manchevolezze, proprio ora pensiamo di ridurre forzosamente il debito pubblico o di progettare patrimoniali mascherate per la ricostruzione del paese? Proprio ora che è il tempo della solidarietà in Europa, che i Weidmann sono in minoranza e che anche autorevoli politici tedeschi come Fischer e Gabriel hanno scritto che “l’Italia e la Spagna non dimenticheranno per cento anni se l’Europa e soprattutto noi tedeschi li lasceremo al loro destino”? Quarto: ciò che serve all’Europa e ciò che serve soprattutto all’Italia (che ha un vasto tessuto di piccole e medie imprese a rischio) è ciò che ha detto Draghi, cioè più debito pubblico per garantire la liquidità delle banche al settore privato, per sostenere temporaneamente gli ammortizzatori sociali necessari e per rilanciare gli investimenti in modo da controbilanciare il crollo del settore privato. L’Italia per uscire dalla crisi ha bisogno di mantenere il più possibile intatta la sua macchina produttiva, di ripartire presto e di tornare rapidamente a far crescere il suo fatturato.

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