La pandemia del turismo

Annalisa Chirico

Crisi di liquidità, camere vuote, scenari apocalittici e poco interesse. Il turismo è stato il primo settore a essere investito e sarà forse l’ultimo a risollevarsi. Che fare? Un girotondo

Viaggiare, che sia al mare, in città o in montagna, è per definizione movimento. Il coronavirus impone il dogma dell’immobilismo. Per il turismo il 2020 sarà ricordato come l’annus horribilis: mai si era sperimentato un tale crollo di presenze alberghiere, neanche all’indomani di attentati terroristici o di altri “incidenti della Storia”. E mai come in questo frangente si avverte la necessità di un ministero apposito, dedicato alle esigenze specifiche di un settore che si articola in oltre venti filiere e alimenta un gigantesco indotto. Da diverse settimane, hotel e alberghi sono sigillati, come il paese intero, non si sa fino a quando. Il futuro di un’industria che rappresenta il 13 per cento del Pil, pari a un valore di oltre 230 miliardi di euro, appare nero. Tra gli operatori turistico-alberghieri circola uno studio che simula tre diverse proiezioni nel caso di fine del lockdown a metà aprile, fine aprile o metà maggio: nell’ipotesi più rosea, ormai archiviata, si registrerebbe una contrazione delle presenze alberghiere pari al 45 percento su base annua, circa 126 milioni di turisti in meno. Nello scenario peggiore – e, a giudicare dall’azione del governo, più realistico – il calo della domanda supererebbe il 55 per cento. Bisogna riaprire, e presto.

 

 

Un’industria che rappresenta il 13 per cento del pil, pari a un valore di oltre 230 miliardi di euro, e soluzioni non chiare. Che fare?

“Stiamo perdendo il cento per cento del Pil – spiega al Foglio il direttore generale di Federturismo Antonio Barreca – Si dimentica spesso che il turismo è un’industria che si articola in molteplici filiere, e oggi ognuna di queste attività è ferma. Hotel, terme, ostelli, stabilimenti balneari, impianti di risalita, travel retail, porti turistici, trasporti (aeroporti, bus, treni, autonoleggio), parchi divertimento, società di intrattenimento, agenzie viaggio, tour operator, cambi valute, tax free shopping, fiere, congressi, catering: è tutto bloccato”. E non si sa quando riaprirà. “In un frangente così drammatico le assicuro che nessuno cerca di fare il furbetto: noi chiediamo misure salvavita. Si deve riaprire, e presto. Serve una strategia per ricominciare. Seguiremo le nuove prescrizioni di sicurezza, lavoreremo a distanza, con la mascherina, ma lasciateci ricominciare. Non capisco perché, considerato che il virus non si diffonde nell’aria aperta, sia vietato camminare in un parco, in spiaggia o in montagna. Abbiamo presentato al governo una serie di proposte che aiuterebbero la ripresa. Sia chiaro: il nostro settore affronterà in ogni caso una catastrofe ma ci adoperiamo per minimizzare i danni, nei limiti del possibile”. Il decreto liquidità sospende Iva, ritenute fiscali e contributive fino a maggio 2020, poi si dovrà saldare il dovuto entro il 30 giugno in un’unica rata o in cinque mensili. “E’ una dilazione fiscale ma noi abbiamo chiesto lo stralcio totale. Se un’impresa alberghiera deve pagare gli F24 e le varie imposte locali, inclusa quella sui rifiuti o sugli immobili, domani sarà costretta a portare i libri in tribunale. Il settore turistico è diverso dagli altri: un operatore della piccola o grande distribuzione sa che prima o poi arriverà un cliente e potrà vendere le scorte. Per noi è diverso: oltre il 50 per cento della domanda alberghiera viene dall’estero, e la crisi pandemica, con il blocco dei voli e la paura, anche irrazionale, di un contagio, renderà vieppiù difficile la ripresa. Seppure riaprissimo gli hotel il primo giugno, non ci sarebbero gli stranieri, l’equivalente di metà del nostro fatturato annuo”. Quest’anno l’estate degli italiani potrebbe essere molto italiana. “E’ ciò che ci auguriamo: riscopriamo le bellezze del nostro paese e spendiamo in Italia. Le cose però non sono semplici: dalle simulazioni che abbiamo gli italiani prediligeranno viaggi brevi e di prossimità. C’è una ridotta capacità di spesa per non parlare del monte ferie decimato dalla quarantena: molte aziende hanno preferito mettere i propri dipendenti in ferie anziché in cassa integrazione. Voglio dirlo chiaramente: se non si riapre il paese, molti operatori del settore troveranno più conveniente, anche sul piano fiscale, restare chiusi. Serve un piano urgente per il turismo”. La competenza è del ministero dei Beni culturali. “Noi le proposte le abbiamo portate al tavolo del governo che finora ha recepito assai poco. Speriamo che accolga la nostra idea di offrire un bonus di 250 euro a ogni italiano, adulto o bambino che sia, che trascorra un soggiorno in un hotel italiano”. Sarebbe una misura una tantum. “Non è risolutivo, lo sappiamo, ma può fare la differenza per una famiglia di quattro persone. Decida il governo se conferirlo sotto forma di voucher o di detrazione fiscale a fine anno, purché si faccia. Qui siamo ad aprile e noi abbiamo zero prenotazioni”. Se la riapertura avvenisse a maggio, la finestra per le prenotazioni su luglio e agosto si ridurrebbe al solo mese di giugno. “Significherebbe escludere, di fatto, la possibilità di fare previsioni sull’estate compromettendo ulteriormente il leisure travel, l’unico su cui possiamo contare in agosto”. C’è poi il tema dei trasporti, dei voli ridotti, delle frontiere divenute, di colpo, invalicabili. “Il crollo del turismo ha un impatto su indotto, sistema bancario, occupazione, trasporti. Lei pensi alle crociere: è tutto fermo e chissà quando ripartirà dopo le immagini di due navi bloccate in mare con decine di contagiati a bordo. L’impatto si avvertirà anche sulle casse dei Comuni: considerando soltanto la tassa di soggiorno, pari a 3 euro a presenza, i Comuni perderanno circa 375 milioni di euro. Per questo, lo ripeto, abbiamo bisogno di misure specifiche, ritagliate sulle esigenze della prima industria del paese”. Il ministro Dario Franceschini, da sempre vicino al mondo della cultura, è forse meno abituato a interfacciarsi con le specificità del turismo? “E’ un interlocutore attento, anche se è evidente che questo non è il suo settore. Mi domando se fosse poi così urgente sottrarre il turismo al ministero dell’Agricoltura per portarlo sotto l’egida del Mibac. Prima o poi toccherà rimediare”.

 

“Fondamentale lo screening e un passaporto sanitario, sennò la paura diventerà predominante” (de’ Medici, Gruppo Marriott)

Fino al 2018 Nardo Filippetti era il proprietario di Eden Viaggi, poi ceduta ad Alpitour, e da qualche tempo si è imbarcato in una nuova avventura: il lancio del marchio Lindbergh Hotels. Per intenderci, il San Pietro di Taormina è tra le sue pietre di diamante. “Sono in quarantena a Pesaro, con una voglia sfrenata di rompere questo silenzio assordante – risponde Filippetti al Foglio – In quarant’anni di carriera mi è capitato di tutto, ho assistito alla prima guerra del Golfo, ricordo la crisi egiziana del luglio 2005 quando fummo costretti ad evacuare gli alberghi pieni di turisti all’indomani degli attentati di Sharm El Sheikh. In situazioni estreme rischi di perdere la lucidità necessaria per affrontare gli accadimenti. Qualcuno paragona la crisi pandemica alla caduta della Borsa nel 1929: al giovedì nero del crollo di Wall Street seguì la Grande depressione. Come allora, mi sembra che anche oggi brancoliamo nel buio con un’unica certezza: se non mettiamo in campo misure shock per stimolare la domanda, domani chiuderemo tutti”. Il settore turistico è in grave affanno: lei come immagina la ripartenza? “L’isolamento coatto e il distanziamento sociale sono destinati a cambiare il nostro modo di vivere la socialità, io stesso non avrei voglia domani di ritrovarmi seduto al bancone di un bar con una persona accanto, tornare alle vecchie abitudini sarà arduo. Il turismo è stato il primo settore a essere investito e sarà l’ultimo a risollevarsi. A differenza di altri comparti merceologici, noi non facciamo magazzino, come si dice in gergo: se a mezzanotte una camera non viene venduta, per noi è un costo e basta”. Voi non fate le scorte in magazzino. “A noi manca subito la cassa, non possiamo accumulare venticinque computer per venderli poi quando tornerà la domanda. In ambito turistico quel che è perso è perso”. A Pasqua le città d’arte resteranno sigillate. “La cosa peggiore è che non si sa fino a quando, non s’intravvede una strategia per la ripartenza. Dobbiamo riaprire, e presto. Il mio gruppo ha otto alberghi, tutti in Italia, ho centocinquanta dipendenti in cig, ma i lavoratori stagionali che in tempi normali avrebbero percepito un reddito per qualche mese adesso non saranno mai assunti”. Il governo, alle prese con emergenza sanitaria ed economica, sta adottando misure adeguate al settore? “Al momento non vedo una strategia ma mi auguro che alcune delle nostre richieste siano accolte. Abbiamo illustrato le nostre esigenze al ministro Franceschini ottenendo ben poco. Bene ha fatto il governo ad estendere il perimetro della golden share per tutelare le nostre grandi aziende, incluse quelle alberghiere che rischiano di finire nel mirino di diversi fondi stranieri, dobbiamo difenderci da chi cerca di approfittare della situazione contingente per accaparrarsi alcune nostre attività a prezzi scontati. Per il resto, anche a costo di ripetermi, dico che, se l’economia del turismo è la prima voce del bilancio nazionale, deve avere un ministro ad hoc, altrimenti le esigenze specifiche del settore continueranno a essere ignorate. Al momento, al tavolo dove si decide nessuno alza la voce per noi mentre altri ministri battono i pugni e si fanno ascoltare”.

 

“Se l’economia del turismo è la prima voce del bilancio nazionale, deve avere un ministro ad hoc” (Filippetti, Lindbergh Hotels)

Per Antonello de’ Medici, vicepresidente di Federturismo e manager del gruppo Marriott International (a cui appartengono il Cala di Volpe, il Gallia di Milano, il St. Regis di Roma e Firenze, il Gritti di Venezia), “il simbolo dell’accoglienza è il sorriso. Ma s’immagina lei un sorriso con la mascherina? La crisi pandemica cambierà il modo di fare accoglienza”. Chissà quando potremo riprendere a viaggiare senza la paura del contagio. “Intanto cercherei di ampliare lo screening di massa per dotare le persone di un passaporto sanitario, o d’immunità, che dir si voglia, sennò la paura diventerà predominante. Quanto alle modalità di ricezione, va da sé che il distanziamento sociale impone di individuare nuove regole nell’offerta di prodotti e servizi. Secondo uno studio dell’Oms, il settore cambierà alla luce delle misure precauzionali da adottare: molti hotel, che in passato si sono dotati di defibrillatori, rivaluteranno l’importanza dei respiratori. La ristorazione cambierà: lei s’immagina al bar un banco unico affollato di clienti? Io non sono spaventato dai cambiamenti: sapremo adattarci al nuovo con la creatività tipicamente italiana. Le strutture che si doteranno prima e meglio di protocolli di prevenzione godranno di un vantaggio competitivo. La nostra reputazione, sui siti internazionali, non si misura solo su parametri estetici ma anche su valori di garanzia e fiducia”. Come si chiuderà questo 2020? “Siamo realisti: il comparto, e l’indotto, soffriranno in modo esponenziale, non vedremo la luce in fondo al tunnel. Per gli alberghi una camera vuota è una camera persa il giorno dopo, perciò siamo il settore che avrebbe più bisogno del supporto governativo”. Invece il governo su questo fronte appare titubante. “Serve una strategia per la riapertura. Sono convinto che riprenderà prima il segmento corporate, poi quello leisure. Se le città d’arte componessero un calendario interessante per la seconda metà dell’anno, a livello sia regionale che intraregionale, alla fine dell’anno, con le vacanze in montagna, si potrebbe intravvedere un primo, seppur timido, segnale di ripresa”. E il mercato estero? “Quello è perduto, gli stranieri hanno un lead time (tempo di prenotazione, ndr) di circa sei mesi. Dobbiamo puntare sulla domanda intraeuropea perché la gente difficilmente avrà voglia di volare negli Stati uniti o in Giappone, e tra i paesi europei noi siamo una delle mete più ambite. A tale scopo però dovremmo cogliere questa fase per investire nel digitale, nella qualità di molti prodotti e nella formazione del personale che spesso ha gravi carenze linguistiche”. Con il decreto Liquidità le imprese prendono fiato grazie ai prestiti garantiti dallo stato. “Una misura giusta perché le grandi catene hanno le spalle larghe ma il nostro paese è fatto soprattutto di pmi, e le piccole strutture, magari a conduzione familiare, rischiano di chiudere i battenti per sempre. Come prima risposta all’emergenza, siamo disponibili a collaborare per dare ossigeno alle aziende, vanno perciò stralciati una serie di obblighi fiscali perché la semplice dilazione a giugno o a settembre, per un’impresa che non fa fatturato da febbraio, non risolve un bel niente. Diverse imposte locali, dai rifiuti all’Imu, andrebbero rimodulate. Fino a quando la cig, attualmente di nove settimane, potrà verosimilmente essere estesa? Il governo deve tutelare le aziende che danno lavoro con contratti regolari”. Il ministro del Lavoro Nunzia Catalfo ha annunciato un reddito di emergenza anche per chi lavora in nero. “Agevolare chi lavora fuori dall’economia legale è sbagliato. Comprendo l’eccezionalità del momento ma il governo deve tutelare anzitutto le aziende sane e farle ripartire prima. Del resto, il lavoro lo creano le aziende. In molti stanno anticipando le risorse per il Fondo di solidarietà al fine di non lasciare i propri dipendenti senza un soldo. Ma per quanto tempo potrà durare? Pochi giorni fa il sito dell’Inps è andato in tilt perché era sovraccarico di domande per bonus e redditi di sostentamento. Questa però è una logica emergenziale: serve una strategia, e subito”.

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