Quando ricomincia il turismo? I licenziamenti di Airbnb

Eugenio Cau

Nel nord Europa e in Cina ripartono le prenotazioni di appartamenti condivisi. Ma le crisi di Uber e Lyft dimostrano che la sharing economy è al tracollo

Milano. Per le vacanze estive 2020 vi fidereste di più ad alloggiare in un albergo o in un Airbnb? E’ una delle tante domande che in questi giorni si fa chi si occupa di turismo e ospitalità, e che spera in un rimbalzo rapido del settore. Dagli hotel alle compagnie aeree ai tour operator, l’intero comparto del turismo in questi mesi ha abbandonato ogni piano di espansione e spera nella sopravvivenza: tutti chiedono aiuti e tutti licenziano. Lo ha fatto anche Airbnb, martedì, quando ha annunciato a un quarto dei suoi dipendenti (circa 1.900 persone su un totale di 7.500) che la crisi è troppo grave e che non è in grado di tenere tutti. Il trattamento che Airbnb ha riservato ai suoi licenziati è stato più umano degli standard americani e di alcuni racconti dell’orrore che si sono sentiti in queste settimane. All’inizio di aprile, per esempio, la compagnia di monopattini elettrici Bird ha licenziato 400 persone con una comunicazione preregistrata in una videochiamata di gruppo su Zoom. I dipendenti erano entrati nella videocall ignari e cinque minuti dopo erano senza lavoro. Airbnb ha provato a rendere meno amaro l’annuncio: il ceo Brian Chesky ha chiesto scusa ai dipendenti e si è messo sui social per cercare di convincere altre aziende meno in crisi a riassumere le persone che lui aveva appena licenziato. Soprattutto, ha garantito a chi è rimasto senza lavoro negli Stati Uniti, dove il welfare è praticamente inesistente, almeno 14 settimane di paga e 12 mesi di copertura sanitaria, essenziale in un periodo come questo.

 

Le cose stanno andando piuttosto male per Airbnb, così come per tutto il settore dell’ospitalità. Secondo le statistiche di AllTheRooms Analytics, riportate dal Financial Times, ad aprile chi fa affitti a breve termine su Airbnb in Europa ha perso circa il 50 per cento del suo ricavo rispetto a un anno fa. La compagnia stessa prevede che le sue entrate nel 2020 saranno meno della metà di quelle del 2019, e per questo ha intrapreso un piano di dimagrimento, che comprende la riduzione di alcuni investimenti e, ovviamente, i licenziamenti.

 

In un’intervista uscita ieri sul Financial Times ma fatta prima dell’annuncio dei licenziamenti, Chesky ha detto che comincia a vedere timidi segnali di ripresa. In Cina, dove il paese ha cominciato la riapertura settimane fa, le prenotazioni sono raddoppiate da marzo ad aprile. Ma Chesky ha detto che ci sono progressi anche in Europa, benché il decorso del virus sia molto più indietro. In Danimarca le prenotazioni fatte da danesi (quindi escluso il turismo internazionale) sono al 90 per cento del livello di un anno fa, in Olanda le stesse prenotazioni interne sono all’80 per cento. Ci sono miglioramenti anche in Norvegia, Svezia, Svizzera e Austria. E qui torna interessante la domanda che ci siamo fatti poco fa: se mai sarà possibile tornare in vacanza nei prossimi mesi, meglio Airbnb o meglio un hotel? Nessuno dei due!, viene da dire. Chi si fida di dormire fuori dal suo letto si fida, e chi non si fida no, poco importa di chi sia quel letto. Airbnb però ha un altro punto debole, perché una parte consistente degli alloggi offerti sulla sua piattaforma riguarda gli affitti di singole stanze in cui gli ospiti dormono e in parte convivono con i padroni di casa: al tempo del coronavirus questo potrebbe diventare un freno.

 

I licenziamenti di Airbnb ci ricordano anche un altro tema: mentre le aziende tecnologiche per ora reggono bene la crisi (anche se Google ha congelato le assunzioni e le entrate pubblicitarie di Facebook sono in calo netto) la sharing economy è al tracollo. Anche Uber e Lyft hanno fatto o sono sul punto di fare licenziamenti pesantissimi, e questo ci rivela un piccolo segreto: la sharing economy non fa parte dell’industria tecnologica. Airbnb non è un’azienda tech, è un’azienda dell’ospitalità che soffre se il turismo crolla. Uber non è un’azienda tech, è un’azienda di trasporti che soffre se il settore è in crisi.

  • Eugenio Cau
  • E’ nato a Bologna, si è laureato in Storia, fa parte della redazione del Foglio a Milano. Ha vissuto un periodo in Messico, dove ha deciso di fare il giornalista. E’ un ottimista tecnologico. Per il Foglio cura Silicio, una newsletter settimanale a tema tech, e il Foglio Innovazione, un inserto mensile in cui si parla di tecnologia e progresso. Ha una passione per la Cina e vorrebbe imparare il mandarino.