Dobbiamo rassegnarci a un 2020 senza estate?

Luca Roberto

Nell'incertezza su quando e come avrà inizio la fase due, i sindaci di alcune delle località turistiche più famose d'Italia provano a salvare la stagione. Un girotondo

Chiedersi che estate sarà, quella del 2020, per l’Italia, non equivale soltanto a porsi interrogativi di natura simbolica. Dopotutto siamo un paese in cui la bella stagione oltre a produrre certa letteratura ha pure un risvolto pratico di industria. Il turismo impatta sul pil italiano per circa il 13 per cento, e di quei 232 miliardi di euro in valori assoluti l'offerta ricettiva nelle località balneari rappresenta più di un quarto della torta.

 

Quando manca ormai poco più di un mese a quella che abitualmente dovrebbe essere l’apertura della stagione estiva, si sa solo che almeno fino al 4 maggio rimarremo in casa, e i tentativi di prendere coscienza della situazione emergenziale e trovare delle soluzioni sembrano più appannaggio dell’intraprendenza degli amministratori locali che non di un puntuale progetto nazionale. “Noi stiamo lavorando come se dovessimo riaprire, e abbiamo già autorizzato la manutenzione ordinaria degli stabilimenti. La sfera di cristallo non ce l’ha nessuno, ma è chiaro che se rimaniamo fermi rischiamo di passare da un’emergenza sanitaria a un’emergenza economica che per il nostro territorio sarebbe disastrosa” spiega al Foglio Bruno Murzi, sindaco di Forte dei Marmi, una delle principali località balneari della Versilia. “Il turismo estero da noi rappresenta circa il 50 per cento, e verosimilmente quest’anno sarà quasi completamente assente. Dovremo puntare molto sulle seconde case, dov’è più facile mantenere il distanziamento”.

 

Ma a livello pratico, come si può intervenire per rispettare protocolli sanitari improntati a stravolgere l’ordine naturale delle spiagge? “L’idea dei divisori in plexiglas non esiste, il rischio è di creare delle vere e proprie saune. La nostra fortuna è di avere a disposizione spiagge molto ampie, che permettono il distanziamento di un ombrellone dall’altro fino a un massimo di 8-9 metri. Certo il numero si ridurrebbe di un 10-20 per cento, e il discorso sarebbe più difficile per albergatori e ristoranti. Per questo stiamo lavorando a stretto contatto con un team di infettivologi per predisporre una forma di accreditamento nei confronti del turista che riguardi la sanificazione degli ambienti e il rispetto delle distanze tra i tavoli. Tra diretto e indotto, il turismo vale il 90 per cento della nostra economia. Non riaprire significa scavarsi la fossa e buttarcisi dentro” dice Murzi con pacato eloquio toscano.

 

“Siamo fiduciosi, ci aspettiamo di riuscire a riaprire la stagione a giugno, e l’unica, grande differenza rispetto al passato la farà il rigido controllo degli accessi sulle spiagge” racconta Valerio Zoggia, sindaco di Jesolo, tra le prime dieci destinazioni turistiche in Italia, con oltre 6 milioni di accoglienze all’anno. “Sui nostri 15 chilometri di spiagge abbiamo oltre 40 mila ombrelloni, a seconda delle disposizioni che arriveranno da governo e regioni prevediamo di metterne a disposizione la metà, così da guadagnare spazio. Niente plexiglas, per favore, non vogliamo che le spiagge si trasformino in forni. L’accesso sarà consentito solo tramite un sistema di prenotazioni giornaliere gestito da una app. All’ingresso degli stabilimenti verrà presa la temperatura alle persone”. Questo per gli stabilimenti privati, ma come dovrebbe funzionare per le spiagge libere? “In quel caso del personale, messo a disposizione dai privati, verrà incaricato di gestire il flusso di persone sia per quanto riguarda l’arenile, che per l’ingresso e l’uscita dall’acqua. Faremmo pagare una tassa di qualche euro per il servizio”. Una stagione meno fosca di quanto si possa pensare, quindi. “Io non credo che gli abitanti delle città del nord rinunceranno al mare. Semmai i problemi potrebbero riguardare i ristoratori, gli snack bar con spazi troppo piccoli per garantire il distanziamento. Penso anche al problema della sanificazione dei bagni. Ma so che alcuni operatori si stanno dotando di servizi igienici autopulenti che potrebbero servire a ridurre i tempi e le code”.

 

Secondo Roberto Ragnedda, sindaco di Arzachena, comune che comprende le più note località della Costa Smeralda, in Sardegna, l’estate 2020 sarà l’occasione per riarticolare l’offerta turistica. “Vogliamo caratterizzarci per qualcosa di nuovo, puntando su un turismo di maggiore qualità, anche perché la conformazione delle nostre spiagge, principalmente calette, non permette di far coniugare il rispetto delle prescrizioni di distanziamento con i grandi numeri”, spiega. “In questo specifico caso l’insularità, che a volte viviamo come un disagio, può essere un vantaggio, perché ci consente di avere maggiori strumenti di controllo nei porti e negli aeroporti e così offrire risposte in termini di salute pubblica”. Cosa pensa delle discussioni sull’utilizzo del plexiglas sulle spiagge? “Un’idea folle, nel nostro caso ancor più impercorribile in quanto esposti a raffiche di maestrale che farebbero durare le protezioni ben poco. E poi per noi la spiaggia deve rimanere libera, non la si può lottizzare costringendo la gente a rimanere rinchiusa in un recinto”. Arzachena, insieme ad altri 19 comuni (tra cui Jesolo, Rimini e Vieste) fa parte del G20 delle spiagge italiane, un consorzio che rappresenta un numero di località balneari in grado di attrarre più di 70 milioni di turisti l’anno. Condividendo un certo malcontento con il collega Zoggia, Ragnedda spiega che le richieste rivolte dal consorzio al governo non hanno fin qui ottenuto risposta: “È difficile pensare a come mandare avanti i servizi comunali essenziali quando, secondo il bilancio previsionale, la tassa di soggiorno avrebbe dovuto garantirci entrate per 2 milioni e 300 mila euro, e adesso ci aspettiamo tutt’altra cifra”. Per quel tratto di Sardegna, comunque, una fonte di guadagno possono essere le numerose ville e seconde residenze sparse nel comprensorio. “Spesso rappresentano un vero e proprio settore che dà lavoro a decine di persone e possono essere un settore di sviluppo per la comunità”.

 

L’idea che l’emergenza possa porre le basi per uno stravolgimento della filosofia turistica è condivisa anche da Emanuele Moggia, sindaco di Monterosso al Mare, 3 milioni di turisti all’anno, unico comune delle Cinque Terre, in Liguria, ad avere tratti di spiaggia attrezzati alla balneazione. “Orograficamente il nostro territorio e le nostre architetture, fatte da borghi di pescatori con caruggi molto ristretti, poco si prestano al distanziamento sociale. Siamo liguri e abbiamo sempre dovuto convivere in uno spazio ristretto. Ecco perché quest’estate dovrebbe essere l’occasione per ritrovare la nostra vocazione, visto che negli ultimi tempi non abbiamo fatto altro che lamentarci di come le Cinque Terre siano diventate una sorta di Gardaland. La parola d’ordine dev’essere diversificazione. Ma lo sa che nel convento dei Cappuccini abbiamo una crocifissione di Van Dyck?”. Rispetto all’ordinanza regionale del governatore Giovanni Toti, che per prima a livello nazionale ha garantito la riapertura degli stabilimenti balneari per la manutenzione ordinaria, il sindaco ha imboccato una strada più prudenziale. “Non avendo adeguate garanzie sanitarie, non ho concesso l’autorizzazione, anche perché questo avrebbe comportato la necessità di spostarsi sul territorio, e in realtà la manutenzione, se si decide di riaprire, la si può fare in poco tempo. Ma ripeto, per noi che abbiamo arenili limitati, o ristoranti ricavati all’interno di cantine basse e strette, la priorità dev’essere alzare il livello dei servizi. Perché non concepire forme di ristorazione direttamente sulle spiagge, così da poter mantenere le distanze? È ovvio, questi servizi te li devi far pagare. Ma non credo che abbiamo niente da invidiare a posti come Portofino o Capri”.

 

Spostandosi sul versante Adriatico, per Domenico Pascuzzi, sindaco di Gabicce Mare, comune della provincia di Pesaro e Urbino al confine con l’Emilia-Romagna “c’è troppa incertezza sui tempi di riapertura. Siamo in attesa delle linee guida del governo, ma già in fortissimo ritardo. Per chiesto non possiamo che chiedere: fate presto, o sarà un disastro, visto che il turismo per noi vale fino a 80 milioni di euro all’anno e occupa più di 200 operatori”, racconta al Foglio. Sarebbe favorevole a una riapertura scaglionata su base regionale, così come suggeriscono le stime dell’Osservatorio nazionale sulla salute nelle regioni italiane? “No, e per un motivo semplice: quello studio parla di un azzeramento dei casi nelle Marche a fine giugno, ma le nostre previsioni ci dicono fine maggio. E nel nostro comune siamo già a zero contagi. Sarebbe assurdo aspettare fino a fine giugno se a Cattolica (in Emilia-Romagna), da cui ci divide un torrente, si dovesse riaprire con un mese di anticipo. In quanto sindaci chiediamo di essere ascoltati, siamo gli unici a conoscere davvero i nostri territori”. Quali sono le stime economiche, nel caso si riuscisse a far partire la stagione? “L’anno scorso abbiamo fatto circa 800 mila presenze, quest’anno ci aspettiamo un dimezzamento, ma vogliamo diversificare l’offerta sulle attrazioni culturali dell’entroterra, come Pesaro e Urbino, o il parco Naturale del San Bartolo”.

 

Scendendo lo stivale, fermandosi sul Gargano, la mancanza di un indirizzo preciso da parte del governo viene considerata deleteria da Giuseppe Nobiletti, sindaco di Vieste, principale località turistica pugliese con circa 2 milioni di arrivi ogni anno. “Abbiamo iniziato le attività di manutenzione delle strutture in attesa del via libera alla riapertura. Sono necessarie però delle linee guida proprio per dare delle indicazioni univoche agli operatori. Il problema è che ad oggi mancano i tempi certi sulla riapertura e le aziende hanno bisogno di programmare”. Sulla proposta di utilizzare strutture in plexiglas come delimitatori d'aria per la sicurezza sanitaria, Nobiletti è piuttosto tranchant: “Non credo sia percorribile, oltre tutto è una soluzione esteticamente brutta”.

 

Una trentina di chilometri più a nord, Francesco Tavaglione, sindaco di Peschici, circa un milione di turisti nel 2019 tra accoglienza ufficiale e case vacanza, dice al Foglio che “la predisposizione di vere e proprie stanze Covid in spiaggia mi sembra assurda. Altra cosa è una riduzione nel numero degli ombrelloni, così come una delimitazione degli accessi. Per le spiagge libere, per esempio, potremmo pensare a uno stazionamento fisso delle forze di polizia forestale e municipale. Ma mi lasci dire che per noi la soluzione dovrebbe essere più agevole. I nostri arenili non sono portati ad accogliere centinaia di migliaia di persone, abbiamo sempre puntato più sulla qualità dell’ambiente e sulla bellezza paesaggistica che sui grandi numeri. Siamo più vicini al modello Costiera che a quello Riviera romagnola. Per questo sono ottimista”. E gli operatori invece, anche loro le hanno manifestato tutto questo ottimismo? “Sicuramente stanno facendo valutazioni sull’opportunità o meno di riaprire. Valutazioni che rispetto, ma che trovo meno sensate nel caso degli stabilimenti balneari, dove i costi sono sicuramente inferiori. Di certo noi faremo la nostra parte. Già da settimane, come le formiche, abbiamo iniziato a mettere da parte un numero importante di mascherine da distribuire nel caso ce ne fosse bisogno”.

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