Ecologisti hard deliziati dalla catastrofe coronavirus

Giulio Meotti

L’ecologismo radicale sta trovando un po’ di luce nei contagi. Hulot: “La pandemia è un ultimatum naturale”

Roma. C’è già chi fa persino i calcoli su quante vite umane in Cina la pandemia non ha stroncato (quelle non è dato saperlo), ma salvato, riducendo l’inquinamento. Due mesi di abbassamento della quantità di polveri sottili hanno salvato la vita a quattromila bambini di età inferiore ai cinque anni e a 73 mila adulti di età superiore ai settant’anni, spiega Marshall Burke del dipartimento di Scienze del sistema terrestre di Stanford. A Naomi Wolf, saggista e attivista no global, basta affacciarsi dalla finestra e postare una foto: “Questa luce dorata, questo blu, questa aria chiara tutto il giorno. Cinque anni da quando a mezzogiorno le emissioni non hanno offuscato il cielo”. “I polmoni del mondo respirano già più facilmente grazie al crollo della produzione industriale”, scrive sul Times di Londra lo storico inglese Peter Frankopan. “Chi può dire che questa pandemia non fornisca una svolta? Un raggio di sole e speranza in un momento difficile”. L’ecologismo radicale sta trovando un po’ di luce non nella curva dei morti per Covid-19 che si sta piegando, ma nella pandemia stessa. “L’ecologismo ricicla la peste”, scrive sul Point Kamel Daoud, criticandolo. Sul New York Times, Meehan Crist della Columbia University scrive: “Sta succedendo qualcosa di strano. Non solo la malattia e la morte che percorrono il pianeta. Qualcos’altro è in corso. In Cina e in Italia l’aria è ora straordinariamente pulita”. Crist spiega che fra le conseguenze positive della pandemia ci saranno il crollo del prezzo del petrolio e del turismo in località esotiche. Il mercato dell’auto sta già implodendo: meno novanta per cento. “La natura ci invia un messaggio”, ha detto l’ex ministro dell’Ambiente francese Nicolas Hulot su Bfmtv. “Stiamo assistendo a un cambio di rotta per l’umanità”, ha spiegato domenica sera, sesto giorno di quarantena. Per l’ecologo, la crisi del coronavirus costituisce una “specie di ultimatum naturale”. In un’intervista all’Express, il filosofo Luc Ferry castiga questi ecologisti che “sembrerebbero quasi essere deliziati da questa catastrofe sanitaria”. “Sacralizzare la natura, prenderla a bussola, farne un modello morale e politico, è semplicemente disastroso”, dice Ferry. C’è chi, come il fondatore di Mediapart Edwy Plenel, da vecchio arnese staliniano, ridacchia in tv che il virus “è rivoluzionario, impedisce la privatizzazione e provoca un crollo del mercato azionario”. Altri, come il filosofo sloveno Slavoj Zizek allo Spectator, si spingono fino a dichiarare che “il coronavirus dà una nuova possibilità al comunismo” (è sicuramente così in Cina).

 

In un articolo sul Monde, Noël Mamère pontifica che il coronavirus rappresenta “una sorta di prova generale del crollo di un modello che ha trovato i suoi limiti”. Secondo Mamère, “più danneggiamo il mondo selvaggio, più distruggeremo il suo habitat e più ci avvicinerà al rischio di trasmetterci i suoi virus patogeni per l’uomo”. Non poteva mancare Libération, dove l’ecologista e biologo Serge Morand ricicla le stesse tesi apocalittiche.

 

Per anni, gli ecologisti radicali hanno detto che “l’uomo è un virus per il pianeta terra”. Poi è arrivato il Covid-19 a fare giustizia. Forse continueranno ad annunciare la fine dei tempi. Almeno fino a quando a finire a pancia sotto non sarà uno di loro. Allora chiederanno al progresso figlio del capitalismo di salvare loro la vita.

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