L'arte che verrà

Simonetta Sciandivasci

Saranno ancora possibili il cinema, il teatro, la letteratura, la musica dopo il Covid? Quanto ha tolto e quanto potrebbe dare il vuoto del virus agli artisti? Le nuove domande, le evasioni possibili e il mondo che non ci immaginiamo. Un’indagine tra chi scrive, suona e compone

Nell’ottobre del 1971, i Pink Floyd tennero un concerto nell’anfiteatro di Pompei senza pubblico, neanche un accreditato per far cronaca, colore, calore, presenza, domande. Loro suonavano, tutto dal vivo, non una nota o un pianino o un coretto in playback, e Adrian Maben, il regista che aveva avuto l’idea per quella colossale opera d’arte, li filmava. Il primo concerto distanziato della storia; e rivederlo adesso ci fa domandare solamente se sarà così che i musicisti suoneranno per noi, d’ora in avanti, e se l’arte dovrà essere fruibile senza interazione, e se la virtualità sarà un’esplorazione o una stagnazione. Domande tecniche, le sole possibili nel pieno di un’emergenza sanitaria ed economica senza precedenti, o almeno senza precedenti sperimentati da chi si trova a gestirla, tamponarla, combatterla. Cerchiamo soluzioni, non domande.

 

Tutti, artisti inclusi, pensiamo a salvare la pelle e il bilancio, ci accorgiamo della terrificante connessione che li lega, restringiamo la domanda sul senso e la trasportiamo nella domanda sul come. Come diremo, anziché cosa diremo. E, nel frattempo, parliamo. Riempiamo l’attesa. Riproponiamo i vecchi contenuti in nuovi contenitori, senza renderci conto, o senza volerlo ammettere, che i vecchi contenuti sono scaduti, ormai insufficienti, e che non è vero che ce li riprenderemo, non è vero che riavremo tutto. “C’è bisogno di una nuova invenzione”, dice al Foglio Antonio Moresco, scrittore, che l’anno scorso ha pubblicato un libro, Il Grido, nel quale richiamava intellettuali, politici, artisti, ambientalisti, a uscire fuori dal “quadro umanistico terminale” nel quale s’erano rifugiati occupandosi distrattamente delle disastrose mancanze dell’uomo nei confronti del suo ambiente, uscire per affrontare quello che il Covid ha reso evidente e non più trascurabile, e cioè il fatto che le nostre strutture politiche e socio-economiche non erano più adatte, e che l’uomo si sarebbe presto trovato a dover ripensare la condizione della sua specie. Non più tardi di due mesi fa, Moresco dichiarava all’Espresso: “A sentire molti scienziati sembrerebbe troppo tardi per salvare la specie umana, ma io non accetto i teoremi chiusi, esiste sempre un elemento imprevisto. Il mio sogno è trasformare la catastrofe in una chance che sposti i parametri della nostra vita di specie: dobbiamo passare per una metamorfosi, del resto gli insetti ne hanno conosciute centinaia”. Profetico, verrebbe da dire. E invece non c’è alcuna profezia: è solamente visione. Quella che la politica sembra non avere, travolta e disorientata come mai l’abbiamo vista, e che però dagli artisti possiamo (potremmo?) aspettarci. Dice Moresco al Foglio: “La politica in questo momento non può che pensare a salvare se stessa, riportando le cose indietro per non venire sorpassata. D’esprimere un pensiero nuovo e una nuova prospettiva sul mondo, invece, quella che chiamavamo arte potrebbe e dovrebbe essere all’altezza”. Nonostante l’orrore? “Certo. Non è vero che la storia è finita. Non è mai stato vero. La storia è continuamente in esordio, ed è per questo che, ciclicamente, le strutture su cui si è retta vanno ricostruite. L’arte in questo momento può renderci coscienti che quello che stiamo attraversando non è un passaggio d’epoca, ma un passaggio di specie e che è necessario che l’uomo cambi pelle, casa, pensiero”.

 

Invece, per ora, sembriamo tutti rintanati nel vecchio mondo, e i soli ragionamenti di prospettiva, i progetti, le soluzioni sono intrattenimento e trasferimento della vita online.

  

I musei ci aprono le porte, ci fanno entrare da casa nostra, come se non avessimo più gambe, e ci permettono di fare zoom su quadri dai quali, dal vivo, dovremmo tenere la distanza che adesso dobbiamo tenere dalle persone. I musicisti sono in diretta streaming continuamente, per dimostrare che ci sono, per farci compagnia, sebbene la solitudine non sia il problema centrale di questa pandemia, per abbracciarci, scaldarci, rassicurarci, disorientati almeno quanto noi. Jovanotti suona sempre di meno e parla sempre di più, il suo salotto è diventato un varietà; Vasco Brondi legge poesie; Emma Marrone prepara torte; Tommaso Paradiso racconta come si sente; Dua Lipa piange nel dare la notizia del successo del suo ultimo album, dice che non avrebbe voluto pubblicarlo ma ha dovuto, dice che le dispiace essere felice mentre il mondo sembra morire; Nick Cave dichiara che la sola cosa che può fare un artista in questo momento è scrivere email e chiamare i propri cari; Gazelle scrive una canzoncina su una vicina di casa – fa così: “Ti ricordi com’è che si fa, la vita mescolata insieme e poi di nuovo divisa a metà mentre corriamo in queste stanze” – e dona i proventi allo Spallanzani di Roma.

 

Gli scrittori scrivono di come si sentono in fila al supermercato, di come non sanno spiegare ai propri figli quello che sta accadendo, di come non riescono più a lavorare, concentrarsi, amare, sperare, danno consigli di lettura, ci esortano a riappropriarci del tempo, della calma, dell’ozio. I fotografi fotografano le città svuotate, i cerbiatti che le attraversano, i semafori rossi o verdi per nessuno, i balconi diventati piazze. I comici sono quasi scomparsi e quelli che si vedono, in televisione, sono dimessi, tristi, raccontano il modo pittoresco e bizzarro in cui le persone s’adattano alle regole del lockdown.  

 

Le strisce di Zerocalcare a “Propaganda Live”, uno dei pochi programma di intrattenimento televisivo rimasti in piedi, ci hanno ogni settimana fatto vedere come stavamo diventando, il modo in cui ci attaccavamo alle file, alle zucchine, ai vecchi amici, alle mail, a Netflix. Una delle verità più tristi della quarantena l’ha detta il Poiana, il personaggio di Andrea Pennacchi a “Propaganda”, scorbutico e mastodontico e veneto, molto veneto, che quando ancora piazzavamo arcobaleni alla finestre, disse: “Quando sento dire che andrà tutto bene me vien voglia de spararmi”. Nello stesso programma, Valerio Mastandrea e la sua compagna Chiara Martegiani, seduti l’uno di fianco all’altra, senza guardarsi mai, rappresentano la noia e la disperazione della vita di coppia in reclusione.

 


Stockhausen aveva colto “un punto, condivisibile o meno, che stava nel dichiarare ciò che per l’arte non era raggiungibile. Quello che un genocidio, un attentato, un assassinio riescono a dire, della natura umana, l’arte non può, l’arte non sa, l’arte non è in grado di dire” (Beppe Vessicchio)


 

Nessuno sembra muoversi oltre lo scanner della condizione attuale, o la fuga da essa. La contingenza non consente evasione ed è per questo, in fondo, che molte pop star hanno scelto di posticipare la pubblicazione del loro album, unitamente al fatto che promuoverlo su Skype o Instagram senza poter andare in tour, ad alcuni è parso inimmaginabile. La sfiancante, lunghissima, certe volte (tutte le volte, via) patetica disputa nella quale ci siamo incagliati periodicamente – l’arte deve essere impegnata o no? Libera o militante? Frivola? Scivola? Uh, come ci divertivamo – sembra essersi di nuovo risolta per l’abolizione del désengagement. Non che il poco che viene prodotto dica sempre e soltanto una parola di lotta, di responsabilità, di ridiscussione. Però nessuna parola è libera dal Covid. Si può prescindere dalla pandemia, quando ci si vive dentro? Dove altro sta l’uomo, e la sua ricerca, se non nel virus, e nella battaglia per estirparlo? Karlheinz Stockhausen, compositore, disse che l’attentato alle Torri gemelle era, esteticamente parlando, l’opera d’arte perfetta. Spietata, inane, indimenticabile, inimmaginabile, ultraumana, eterna, non replicabile (nel tempo che, muovendo i passi dalla riproducibilità tecnica di tutto, si avviava nel nostro, della condivisione tecnica, e non solo tecnica, di tutto). “Stockhausen ha basato sulla provocazione gran parte della sua poetica musicale che ancora non era ben formata prima dei vent’anni, altrimenti lo avrebbe già detto della bomba di Hiroshima”, dice al Foglio il maestro Beppe Vessicchio. Ma oltre la provocazione, che gli venne imputata come reato inemendabile – ci sono quasi tremila morti e lei parla di opera d’arte, mostro, si vergogni – Stockhausen coglieva un punto, condivisibile o meno, che stava nel dichiarare ciò che per l’arte non era raggiungibile. Quello che un genocidio, un attentato, un assassinio riescono a dire, della natura umana, l’arte non può, l’arte non sa, l’arte non è in grado di dire. Per le catastrofi naturali, anche se (pare) provocate dall’uomo come questa pandemia, vale lo stesso. Cosa possono dire una canzone, un romanzo, una tela, una pièce, sul declino dell’uomo e delle sue ideologie luminose sulla sua centralità nell’universo, sull’idea che l’averne decodificato alcune leggi ne faceva di lui il padrone, come se all’universo fregasse qualcosa di venir capito, cosa possono dire più di quello che il Covid e i suoi orrendi, perfidi portati hanno detto? “Gli uomini sono tutti morti e la razza è perduta”, scrisse Leopardi. E allora all’uomo cosa resta? Di cosa vivremo, cosa ascolteremo, cosa guarderemo, ora che quella frase di Leopardi sembrano sussurrarla i muri, le strade, gli estranei, gli alberi (gli islandesi consigliano di abbracciare gli alberi, in attesa di tornare ad abbracciare le persone, e forse Stockhausen l’avrebbe presa per opera d’arte, monumentalizzazione dell’agonia).

 

Si stanno ponendo il problema, gli artisti? O ritengono che la disamina del futuro che li aspetta, e che aspetta tutti noi, si limiti alla computazione dei mezzi disponibili e all’ideazione di nuovi? 

  

Adorno scrisse che dopo l’Olocausto non sarebbe stata più possibile alcuna arte, tanto era profonda la ferita inferta all’umanità. Ma cambiò idea. Capì che solo e soltanto l’arte, la bellezza avrebbero potuto salvare le persone da quell’orrore e, in fondo, convincerle che fossero possibili il perdono e la ripresa, la vita. Il dissidio tra rappresentare l’orrore o non farlo si pose quasi immediatamente dopo.

 

“Ho scritto polemicamente contro la rappresentazione crudele e scioccante del male all’interno di una bomboniera teatrale offerta a un pubblico già avvezzo culturalmente a decontestualizzare quello choc e quella paura”, dice Moresco. “Ho sempre sostenuto che chi riteneva che l’arte dovesse dire e rappresentare la crudeltà, avrebbe perso in partenza. Nessuno di noi può nulla di più contro due aerei che si schiantano contro due palazzi e li fanno cadere come fossero fatti di burro. Nessuno di noi può dire della vulnerabilità umana più di un esserino microscopico che in poche settimane uccide, sbaraglia istituzioni, ferma l’economia, chiude il mondo in casa. Artaud sarà sempre un dilettante in confronto a Hitler ed è per questo che la frontiera sulla quale dobbiamo spenderci è un’altra. Se l’arte sta solo in una dimensione virale, cosa può fare contro una molecola replicante? Dobbiamo travalicare tutto, rifondare l’immaginazione, rifondare l’uomo, ammettere non cosa abbiamo sbagliato, ma cosa, semplicemente, non funziona più. Dobbiamo preparare le persone a diventare diverse, ulteriori rispetto a quello che sono adesso”.

 


Occorre “una nuova invenzione. Dobbiamo travalicare tutto, rifondare l’immaginazione”, dice Antonio Moresco. La provvisorietà, l’incertezza e l’urgenza di uscire per poter rischiare


 

Yan Lianke, scrittore cinese, ha scritto che prima del Covid la letteratura, soprattutto quella del suo paese, si era rassegnata a rivestire un ruolo subalterno, ininfluente, e che questo l’aveva legittimata a non assumere posizioni, a non intervenire, a non denunciare, insomma a starsene rintanata in una nicchia dalla quale badare alla sua propria sopravvivenza. Dopo il Covid, invece, gli scrittori hanno il dovere preciso di raccontare quello che sta accadendo alle persone, indagarne le cause profonde, registrare gli spari e farli sentire. “Non vorrei essere frainteso. Non intendo dire che un bravo scrittore debba per forza di cose diventare giornalista di guerra. Voglio sottolineare quanto sia assurdo, crudele e ridicolo che in tempo di guerra non si veda la morte e non si sentano gli spari”. E’ una prospettiva tremenda, e allarmante, sulla quale in questa parte di mondo si ragiona assai poco (affatto). Le case editrici, naturalmente, si domandano quanti libri sul Covid, quanti diari narrativi dell’isolamento il mercato potrà sopportare e cos’altro, invece, le persone vorranno leggere. Per i musicisti è diverso, a loro la funzione taumaturgica è stata legittimamente, democraticamente assegnata dal pubblico. Hanno riempito gli spazi, e ogni silenzio, in maniera affannosa e, insieme, militare.

 

E così, come in un verso di Montale, “è sparito anche il vuoto, dove un tempo ci si poteva rifugiare”. “E’ proprio vero – dice Beppe Vessicchio al Foglio –, il silenzio, il vuoto che abbiamo sempre percepito come un puro elemento di interruzione nell’impegnativo mondo socio-civilizzato adesso si propone a noi in una maniera così insolita da lasciarci perplessi. Molti dei programmi che ho visto in televisione, realizzati a sostegno degli utenti costretti a casa, credo abbiano dirottato l’espressione artistica verso quel confine dove è molto facile confondere l’opportuna offerta con l’opportunistica occasione”. La solidarietà, il sogno e il grande incubo. Sottrarsene, per un personaggio pubblico, è impossibile, ed è forse giusto così. Mai come in queste settimane abbiamo sospeso il giudizio sulla spettacolarizzazione di tutto, beneficenza compresa, spinti com’eravamo dalla crisi sanitaria, dal fiato della morte sul collo, dalle prospettive di collasso. Tutte immagini, e notizie, che hanno costretto chiunque a fare i conti con la propria impotenza e, in certi casi, inutilità. E dire che c’è stato un tempo in cui l’inutilità l’abbiamo rivendicata e descritta per quello che effettivamente è, e cioè un affluente della libertà – e attenzione perché la libertà, che abbiamo dedotto dall’antropocentrismo, andrà forse rivista, e ripensata di modo che non ne risulti diminuita. E dire, anche, che uno dei mantra che ci stiamo ripetendo, per contrastare gli inviti motivazionali a reagire e tener alto l’umore che ci assalgono dai balconi alle pubblicità del Grana e dell’Acqua Lete (#torneremoeffervescenti! Ma chi mai è stato effervescente, scusi, ma ci torni lei, particella di sodio), è la rivendicazione di improduttività. 

  

 

Dice al Foglio Federico Dragogna, produttore discografico e membro dei Ministri: “Non ho mai difeso l’inutilità. Anzi. Ho assistito dolorosamente per anni alla proliferazione e alla celebrazione di una produzione culturale vuota e senza orizzonte: dato che si può far ridere o piangere restando intelligenti e sensibili e arrivando a tutti, e si può addirittura fare gli stupidi restando intelligenti, chi ha deciso di portare avanti prodotti e opere incapaci di ciò, è prima di tutto poco ispirato, e in secondo luogo disonesto. Di contro, l’idea che l’arte debba per forza occupare una parte della nostra anima, pena averne una monca, credo sia un errore e prima causa del processo di livellamento verso il basso. Si dovrà educare alla sensibilità, non solo a quella per testi, immagini e suoni. E forse, almeno nella musica, il grande cestone delle piattaforme streaming con dentro tutto gratis o quasi, comincerà a sembrarci meno invitante e guarderemo altrove”.

 

L’Altrove ha avuto a che fare, per anni, soprattutto con la distopia. L’estetica della fine del mondo, che pure ha attraversato molte altre epoche, specie a cavallo del Mille, per noi si è concentrata nell’immaginazione di un mondo distrutto, deviato, alienato, e del modo in cui alcuni sopravvissuti ci vivevano dentro. Una specie di racconto per abituarsi alla fine. E’ successo, probabilmente, perché questo secolo è iniziato in attesa di un’apocalisse mancata, il millennium bug che non esplose nella notte di capodanno del 2000, e un’altra del tutto non attesa, l’11 settembre, che chiuse il decennio lungo del secolo breve, quello nel quale l’Olocausto segnò il prima e il dopo dell’umanità.

 

In tutte e tre le circostanze, parlammo erroneamente di apocalisse. Perché essa non è, come siamo abituati a pensare e dire, salivando a ogni distopia, la fine e morte di tutto, la catastrofe ultima, ma la rivelazione della verità di Dio a un profeta. Il Covid è, a tutti gli effetti, un’apocalisse, ma non quella alla quale gli anni Zero hanno indirizzato fantasie, moniti, film, romanzi per inscenarla. E’, o meglio contiene, un messaggio per l’uomo. Non un verdetto, una punizione, una resa dei conti, ma un semplice messaggio che gli dice dove si trova, dove non potrà più tornare e dove potrà riprendere a coltivare, e attendendosi a quali leggi. Dragogna: “Il Covid è semplicemente uno dei molti nomi della morte. E’ mai riuscita l’arte ad astrarsi alla morte? Sì, e la prova è nella sua esistenza stessa; no, e prova ne è la malinconia che genera il sentimento della perdita. La situazione in cui siamo adesso è ancora un’emergenza. Se qualcuno intenderà, per calcolo o prudenza, prolungare ad libitum questo tipo di gestione, sarà con la gestione e non con il Covid che dovremo rapportarci”.

 

La letteratura e – allarghiamo – l’arte intese come le intende Yan Lianke, non dovranno essere tutto, ma serviranno a vigilare affinché la libertà venga ridiscussa non sulla base dei criteri punitivi, mortificanti e persino infantili che alcuni governi stanno adattando per contenere i contagi, perpetrando smarrimento e angoscia, e senza alcun pensiero ai rischi di detonazione della rabbia sociale. L’uomo dovrà essere, per immaginarsi e desiderarsi nuovo, libero, di una libertà tutta da desumere da, dice Moresco, “un nuovo rapporto con il vivente”.

 

Vessicchio: “La libertà di cui parla Yan Lianke a noi non manca. Anzi, ne facciamo un uso strumentale per affermare quello che ci torna comodo e non per pretendere ciò che è giusto. Platone ci aveva avvisati anche di questa possibile distorsione della democrazia. Da un po’ rifletto su una questione: in tanti anni nonostante le alternanze di governo, sono state realizzate tantissime cose. Possibile che nessuna, e dico nessuna sia stata riconosciuta almeno una volta valida dalla controparte? Davvero è tutto bianco o nero? Questo ciclone ha messo in crisi soprattutto la mancanza di consapevolezza: siamo andati avanti troppo spesso senza sapere cosa vogliamo e chi siamo. Ora ci viene richiesto di rispondere. Quel che saremo dipenderà, quindi, soltanto da noi. E’ un’enorme libertà, naturalmente rischiosa”.

 


Il live dei Pink Floyd senza pubblico si tenne due anni dopo Woodstock, che ne rappresentava l’opposto. I millennial e le grandi crisi entro le quali è stretta la loro giovinezza: l’11 settembre e la pandemia da Covid-19.
I giorni di clausura “che rendono concreta la necessità di uno scambio di riconoscenze” (Massimo Zamboni)


 

Il live dei Pink Floyd fece un effetto enorme per due ragioni (a parte la bellezza delle riprese, delle musiche, e di tutto il pacchetto), primo perché dimostrò che il pubblico datava i concerti, era l’aspetto che più di tutti, per chi ne vedeva la registrazione, inquadrava il tempo in cui s’erano tenuti, e secondo perché si tenne a meno di due anni da Woodstock, che ne rappresentava l’opposto: un evento pensato per 50 mila spettatori che però si presentarono in dieci volte tanti, e rimasero per tre giorni, nel fango, a drogarsi, suonare, ballare, senza cibo e acqua sufficienti, senza che nessuno, a parte un diciassettenne investito da un trattore, ci rimettesse la pelle. I ragazzi che parteciparono a quel festival celebravano l’armonia con la natura, l’arretramento dell’uomo e dei suoi artifici, la depurazione della mente dal mercato, dal lavoro, dagli schemi borghesi di produttività, e decurtamento della libera espressione. Quella fusione con il primordiale, quell’agio con cui i ragazzi si trovavano a ricongiungersi con fiori, piante, erbe, animali, era figlio anche di un’idea rousseauiana della natura, un’idea molto ingenua, forse persino mielosa. I Pink Floyd in quel live rappresentarono l’opposto, e cioè non l’armonia con il creato, ma la sfida, l’assoggettamento dello spazio. Erano anni in cui chi saliva su un palco poteva ragionevolmente ritenersi il re del mondo. Le macerie sulle quali le nuove generazioni ballavano erano quelle di muri che avevano esse stesse abbattuto.

 

Adesso è diverso. Pensiamo ai millennial e alle grandi crisi entro le quali è stretta la loro giovinezza: l’11 settembre e la pandemia da Covid-19. Due eventi che hanno fatto a pezzi l’occidente, decentrandolo e convincendo le nuove generazioni che il futuro a loro disposizione sarebbe stato fatto di rinunce che avrebbero richiesto loro di rimodellare l’idea di sé, e quella di diritto e di dovere. Parte di quello che l’11 settembre e, qualche anno più tardi, la crisi economica globale, avevano spazzato via, stava timidamente riaffacciandosi nelle nostre vite, quando è arrivato un virus a incasinare di nuovo tutto e, forse, a fare la tabula rasa che nessun altro evento prima d’ora, almeno negli ultimi cinquant’anni, aveva fatto. Dragogna: “Di sicuro è crollato il liberalismo per come lo conoscevamo, e si è avvicinato un po’ il modello cinese (peraltro, non particolarmente felice nel suo rapporto con la libera espressione, cioè con una parte del mio lavoro). Per quanto riguarda il mio ruolo, specie nel momento di massima urgenza, mi sono reso conto una volta di più di aver scelto, nella vita, di approfondire una parte tutto sommato accessoria dell’esistenza. Una volta di più, dato che la mia famiglia è composta in gran parte da medici. Ciò detto, ho fatto in modo di continuare a fare il mio con un surplus di serietà e impegno, quando la concentrazione lo permetteva. I conti li faccio solo con me stesso, quando mi chiedo se il determinato giorno ho fatto abbastanza o meno – e questo anche in tempi di cosiddetta pace. Le incredibili limitazioni che stiamo vivendo hanno un qualche senso nella loro provvisorietà, assolutamente nessuno in un’ottica più ampia”.

 

La provvisorietà, tuttavia, rischia di diventare una condizione strutturale della vita di tutti, e non che prima non lo fosse, ma ecco: il mondo era costruito di modo da farcelo dimenticare. Il coronavirus non permetterà, a lungo, il seppellimento dell’incertezza e questo avrà inevitabilmente un impatto sulla produzione artistica. Se sarà più effimera e nichilista o, per contrasto, più solida e determinista, lo vedremo tra molto tempo, ma non lo vedremo affatto se non manifesteremo un’ambizione maggiore, un bisogno umano di ritrovare l’umano, il corpo, il rischio. Bisognerà uscire e rischiare. Bisognerà volerlo. E saperlo chiedere.

 

Federico Dragogna: “Posso accettare un periodo finestra dove si evitino grandi assembramenti, ma se qualcuno cercherà per prudenza di evitarli a lungo, mi aspetto concerti pirata nei boschi, come i rave degli anni Novanta. E ci andrò di corsa”.

 


Everything is green and submarine. E’ un verso di Echoes, uno dei brani che i Pink Floyd suonarono durante il live deserto a Pompei del 1971, quando il vuoto era un tentativo, non una precauzione, e serviva alla concentrazione e alla creazione più di quanto riusciamo a immaginare, e certamente a nessuno sarebbe venuto in mente che estromettere il pubblico sarebbe stata una scelta nient’altro che estetica. Dice Vessicchio: “Credo che il rapporto con il pubblico sia la fase più vivida del processo produttivo. E’ indispensabile perfino al compositore, quello segregato a scrivere perché è il momento nel quale le sue creature passano dal cassetto alla vita. Quindi, dobbiamo adesso inventarci luoghi fisici rispondenti alle norme di prevenzione dove poter praticare le arti, rinunciando ai profitti soliti che erano determinati da una folta affluenza. Metteremmo cosi alla prova il livello delle nostre passioni”. E se non riuscissimo a crearli, cosa sarà della produzione musicale? Il numero di artisti che si dicono bloccati, inibiti dal Covid per pudore, senso d’impotenza, senso di colpa, o semplicemente per difficoltà a concentrarsi in mancanza di una prospettiva certa, che non è la “certezza inconfutabile” che Boccia chiede agli scienziati, ma una misura di sostegno per il settore, è impressionante. “Chi crea è in collegamento con quello che lo circonda e ciò che produrrà dovrebbe rappresentare una sorta di interfaccia con la quale poter entrare terapeuticamente in contatto con i moti d’animo di coloro con i quali si è idealmente in comunicazione. Per questo, la maggior parte dei linguaggi artistici ha confini geografici e culturali. Le opere sono circostanziali. Ogni tanto arriva un genio come Mozart e l’interfaccia si adatta anche fuori da questi confini. Sono certo che oggi milioni di persone vogliano essere rassicurate. Salvando la buonafede di certe iniziative, non sono così sicuro che lo vogliano attraverso una canzone. Anche io sono un compositore ma non riesco a percepire né richieste né stimoli compositivi. Chissà, forse non c’è bisogno di quello che io posso creare. Mi sono rifugiato per ora nello studio della polifonia vocale del Diciassettesimo secolo”. E se, invece, adesso, agli artisti fosse davvero soltanto richiesto di intrattenere il pubblico? Lo fanno in tanti, e con un successo così impressionante, che sembrano quasi aver trovato un nuovo impiego della musica. “Ho sempre pensato che intrattenimento sia una parola offensiva soprattutto per chi dovrebbe usufruirne. Io vorrei essere coinvolto, incuriosito, al limite provocato, giammai intrattenuto. La musica, in particolare la forma canzone, cioè l’espressione di taglia popolare sia per codici musicali che per contenuto testuale, è ormai definitivamente schiava del compiacimento di mercato”.

 

E chi lo sa come sarà il mercato del dopo, se sapremo allargarlo, se riusciremo a essere più ambiziosi, se l’arte servirà o vorrà servire ad allargare lo spazio, ora che s’è fatto così minuscolo, e buio. Se potrà suggerirci, ancora, dove guardare.

 

Massimo Zamboni, musicista e compositore che è stato tra i fondatori di CCCP e CSI, dice al Foglio: “Shu, dicono i mongoli ai loro cavalli quando vogliono farli partire al galoppo. Non è urlo imperioso, può essere una voce, anche un bisbiglio, a volte un intenerimento. E’ un segno di dimestichezza reciproca. Il grappolo delle note di un brano che ho scritto e intitolato Shu vorrebbe rendere la consapevolezza della necessità di uno scambio di riconoscenze. Questi giorni di clausura rendono concreta questa necessità di scambio tra noi. La nostra assenza reciproca diventa quasi carnale, come fosse una fitta. La nostalgia dell’assenza è una costante per chi viaggia in Mongolia. La scarsità degli uomini ci insegna la loro preziosità, ognuno è il benvenuto ovunque, senza smancerie, senza personalismi. Non serve nemmeno il nome, ci si riconosce in quanto medesimo genere. Una indicazione preziosa, per quando ripartiremo. Perché proprio questo è ciò che più si deve temere: che tutto ricominci come era poco fa, condannandoci una volta di più a essere schiavi dell’insoddisfazione. Un altro insegnamento dalla Mongolia: l’eternità è la misura dell’uomo riconoscente. Stiamo vicini, almeno un metro”.

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