Streaming o non streaming? Questo è il dilemma

Mariarosa Mancuso

In Italia se ne discute, in America alcuni festival dirottano parzialmente i film su Amazon, e pure i cinema d'essai si adeguano

Streaming o non streaming? Questo è il dilemma. Se sia più nobile affrontare le avversità sperimentando nuove forme di distribuzione, oppure accumulare in magazzino i nuovi titoli fino alla riapertura delle sale. “Riapertura” potrebbe essere un modo di dire: chi avrà voglia di andare al cinema quando una poltrona su due sarà sbarrata dal nastro adesivo, tipo scena del crimine? I grandi incassi li fanno i film con i supereroi, che attirano adolescenti a grappoli: bravo chi riuscirà a distanziarli senza disamorarli e ricacciarli in cameretta.

 

In Italia si discute. Tra i fermati c’è “Tre piani” di Nanni Moretti, dal romanzo di Eshkol Nevo (sarebbe andato sicuramente a Cannes, se non avessero cancellato pure il festival). Tra i dirottati su una piattaforma streaming c’è “L’uomo invisibile” di Leigh Whannell, lettura anti-violenza-sulle-donne del classico supereroe: la presenza di Elisabeth Moss – reduce dal “Racconto dell’ancella” – garantisce la correttezza politica. Intanto si lavora per aggiornare agli anni Venti del terzo millennio la legge che garantisce i finanziamenti pubblici soltanto ai film che escono in sala.

 

Negli Stati Uniti si passa all’azione. Il festival South by Southwest (era previsto a Austin, Texas, da 13 al 22 marzo, oltre al cinema dà spazio alla musica e ai videogiochi) metterà sulla piattaforma Amazon una scelta dei film che avrebbero dovuto essere presentati al festival. “Una scelta” significa che saranno i registi a decidere, e se diranno sì all’iniziativa riceveranno un compenso. I film saranno a disposizione di chiunque abbia un account Amazon – anche chi non paga l’obolo per Amazon Prime – per dieci giorni. La data non è ancora stata decisa, andremo verso la fine di aprile. Eravamo già pronti a trovare un po' di spazio nella fittissima agenda di queste giornate, quando è arrivata la doccia gelata. Solo negli Stati Uniti (sì, sappiamo che esistono trucchi per aggirare l’ostacolo, ma qui non si fanno lezioni di internet).

 

Non sono solo i festival a tracciare la strada. Greg Laemmle, proprietario di una catena losangelina di cinema d’essai (con quel nome che ricorda Carl Laemmle, regista e fondatore della Universal Pictures, che altro poteva fare?) propone il “virtual cinema”. Un biglietto costa 12 dollari, e fornisce un link valido qualche giorno per vedere uno dei film in programmazione. Gli spettatori affezionati possono avere la loro dose e contribuire alle finanze malmesse della loro sala d’essai preferita (succede, nei paesi che il cinema lo amano e lo frequentano non saltuariamente). Mr. Laemmle ammette che potrebbero esserci rischi sul lungo periodo, ma al momento è l’unica mossa sensata da fare. Angelika Film Center e Alamo Drafthouse Cinema – altre due catene che proiettano film di nicchia con i sottotitoli – hanno seguito l’esempio. 

 

BLACK PANTHER di Ryan Coogler, con Chadwick Boseman, Michael B. Jordan, Lupita Nyong’o, Forest Whitaker (Disney +)

Gran film di supereroi. Potrebbe avere come precedente lo “Spider-Man” di Sam Raimi uscito dopo l’11 settembre (in post-produzione fu tagliata la ragnatela tra le Twin Towers). Il film che spiegò al mondo: “Da grandi poteri derivano grandi responsabilità”. Ma resta sempre un film di genere, con i passaggi obbligati e le scene madri. Pensate all’opera lirica: certi spettatori in teatro non reggono la tubercolotica che canta, altri al cinema fuggono dai giovanotti con la tuta (piena confessione: a noi fanno questo effetto i western). Per cambiare idea sui superpoteri, niente è meglio di questo film – in streaming, poi, se non piace è facile cambiare. “Black Panther” è il supereroe nero, erede del regno di Wakanda nell’Africa profonda: ricco e tecnologicamente avanzatissimo grazie al vibranio. Papà muore e T’Challa, che stava in America, ritorna alle origini: si sottopone al rito di passaggio e rinasce con il costume da pantera (la sorellina fornisce i gadget tecnologici, cosicché il nostro eroe comincia a profilarsi come un James Bond africano). Deve vedersela con un bianco cattivo che ha rubato il vibranio e intende venderlo ai signori della guerra. Nella disputa resta impigliato l’agente della Cia Martin Freeman, unico altro bianco in un cast all black. Scelta coraggiosa, per un film ad altissimo budget. Scelta ancora più coraggiosa: affidare il progetto a Ryan Coogler, rivelazione nel 2013 con “Prossima fermata Fruitvale Station”: un giovanotto nero esce di casa per l’ultimo dell’anno e viene ammazzato dalla polizia. Nato a Oakland, il regista non aveva mai messo piede in Africa. Meditava di andarci quando è arrivata l’offerta che non poteva rifiutare. Girando il film, ha fatto un corso intensivo sulla cultura degli antenati. Rituali, divinità, sciamani, maschere, drappeggi di stoffe multicolori, turbanti, treccine, scarificazioni, anelli da collo, armi della tradizione, pozioni: nulla dell’orgoglio nero viene perso per strada. Con un innesto di “afro-futurismo”: ognuno ha diritto alla propria fantascienza. 

 

FAREWELL - UNA BUGIA BUONA di Lulu Wang, con Awkwafina, Tzi Ma, Diana Lin, Zhao Shuzhen, Lu Hong (a noleggio su Chili) 

Se la paura per il coronavirus non si estende alle storie ambientate in Cina, ci sarebbe questo bel film che la regista Lulu Wang – nata a Pechino e arrivata in Florida quando aveva sei anni, il padre faceva un PhD all’Università di Miami – ha tratto da una vicenda autobiografica. Di per sé, non sarebbe una garanzia (tutti le abbiamo e la maggior parte di noi sa che ne uscirebbe un film da morire di noia). Questa si presta bene e l’ottima sceneggiatura fa il resto. Nella lontana Cina, nonna Nai Nai va a farsi visitare (questo potrebbe essere un secondo scoglio, se non avete voglia di vedere anziani e ospedali). Le restano pochi mesi di vita, ma la famiglia decide di non dirglielo (in Cina si può). Riunisce invece tutto il parentado, con la scusa di un matrimonio, nella remota – ma industrializzata, è nota come la “Detroit cinese” – Changchun. Da New York arriva Billi, emigrata con i genitori che ormai parlano inglese anche a casa tra di loro. L’attrice è Awkwafina, nome d’arte di Nora Lum, già nota come rapper. Lo scontro tra chi è partito e chi è restato è fantastico, ma non nella direzione che pensate voi. “Quanto ci vuole in America per fare un milione di dollari?”, chiedono alla ragazza forestiera. Billy non sa rispondere, chi ha posto la domanda sì: “Qui in Cina ci vuole pochissimo”. In qualche foto d’epoca, le divise da Guardie Rosse. Al cimitero, iPhone e vecchi rituali.
 

NON E’ UN PAESE PER VECCHI di Ethan e Joel Coen, con Josh Brolin, Tommy Lee Jones, Javier Bardem (Amazon) 

 

Parlando di fratelli Coen, sta alla pari con “Fargo”, “Il grande Lebowski”, “Fratello dove sei?”, “Barton Fink”. Va detto però che l’hanno scritto e girato forzando la mano al romanzo di Cormac McCarthy: l’apocalisse si concilia male con un cattivo tanto grottesco da strappare la risata. C’era il sospetto preventivo che Javier Bardem fosse sbagliato per la parte, ma eravamo pronti a mettere la lamentela in conto alla troppa passione per McCarthy, o al fatto che leggere i libri prima di vedere i film rovina il palato. Il tremendo assassino che chiede alla gente di giocarsi la vita a testa o croce, e uccide con l’aria compressa usata per le bestie al macello, nel romanzo sta in luogo del male assoluto. Nessuno lo nota, e nessuno riesce a descriverlo: i capelli a tendina sfoggiati da Javier Bardem, infagottato in una tuta, hanno l’effetto contrario. Sparisce quasi completamente anche la voce dello sceriffo Bell, che commenta l’indagine e tutto il resto, consultandosi con la moglie Loretta (ma si sa che al cinema le voci fuori campo sono letali). Ne risulta un film liberamente tratto. Molto e molto liberamente. Qualcuno doveva soccombere. E per forza i registi hanno l’ultima parola. Sceriffo Bell a parte, resta il western-thriller, girato a Marfa, Texas: gli stessi luoghi che fanno da sfondo a “Il gigante” con James Dean e alle trivelle di Daniel Day-Lewis nel “Petroliere”. Un uomo trova in mezzo al nulla i resti di un feroce regolamento di conti, camioncini bruciati e cadaveri assieme a un bel malloppo, e ha la pessima idea di appropriarsene. “Un piano semplice”, come nel titolo di un romanzo di Scott B. Smith che racconta una storia simile, facendo a meno dello sceriffo Bell e del suo sguardo sull’umanità allo sbando. Meno pessimisti e più giocherelloni di McCarthy, i Coen si appropriano della violenza e lasciano la morale. 

 

BIG HERO di Don Hall e Chris Williams (Disney +) 

Un personaggio Pixar finito dentro un film Disney tratto da un fumetto Marvel. Così andavano le cose, nel mondo globalizzato dell’entertainment (quel che succederà ora, con probabile tendenza verso film “tutto in una stanza”, che non provocano assembramenti sul set, nessuno riesce a immaginarlo veramente). A San Franskoyo, città che mischia le pagode con il Golden Gate, il personaggio Pixar si smarrisce un po’. Ispirato ai soft robot, macchine dal guscio molle che confliggono con l’immaginario spigoloso della specie, Baymax vive in una borsa rossa. Ne sbuca quando sente un grido di dolore, da bravo robot infermiere non si ferma finché la bua è passata. Fornisce Tac, radiografie, pillole, cerotti e caldi abbracci (avercene, di questi tempi: incredibile come i film di evasione smettano di esserlo al mutare delle circostanze). Tondo come l’omino della Michelin, non ha il profilo psicologico né il fisico di un eroe che dovrà salvare il mondo dal cattivo con la maschera Kabuki. Si capisce che la Disney guardava ai mercati d’oriente – il film è del 2014 – e cavalcava le giapponeserie care ai ragazzini. Di là i cattivi, di qua i buoni mai veramente in pericolo (a Baymax mettono addosso due armature, prima da Tartaruga Ninja e poi da Iron Man, più per pigrizia che per citazionismo). Al momento di arrabbiarsi ecco la morale: giustizia e non vendetta. I supereroi ragazzini sono multietnici come i plotoni che andavano a combattere nei film sul Vietnam, o sulla Seconda Guerra mondiale. C’è pure una ragazza (non hanno dimenticato nulla per l’epoca, l’orgoglio transgender è arrivato dopo). Purtroppo la sventurata avanza in una nuvola rosa.
 

CLOSER di Mike Nichols, con Jude Law, Clive Owen, Julia Roberts, Natalie Portman (Netflix) 

A qualcuno sembrerà un esercizio sadomaso senza fruste e catene (sono gli ottimisti, convinti che le faccende di cuore e di sesso siano uno scambio di cortesie). Ad altri sembrerà vita vissuta (sono i pessimisti, convinti che gli amori abbiano per terreno un ring, senza il bene dell’arbitro). E’ un fantastico film. Per adulti, avvenimento più unico che raro: nessuna svenevolezza, niente romanticismo, corna alle corna e scopata alla scopata (sempre fuori scena, ma non si parla d’altro). Ovviamente non lo ha girato un trentenne o giù di lì – in quella fascia di età sembrano più inclini a torcersi le mani lacrimando sui fidanzati e sulle fidanzate fuggite – ma un settantenne come Mike Nichols. Nato nel 1931 con l’impronunciabile nome di Mikhail Igor Peschkowsky, è morto nel 2014: “Closer” è il suo penultimo film (ma merita anche l’ultimo: “La guerra di Charlie Wilson”, sempre su Netflix e perfetto per una serata Julia Roberts, con doppio spettacolo). L’atmosfera ricorda le coltellate – premiate con tre Oscar – di “Chi ha paura di Virginia Woolf?” (la scrittrice di “Gita al faro” non c’entra, è un giochetto su “Who’s Afraid of the Big Bad Wolf?”, chi ha paura del lupo cattivo?). E riporta nella Londra di oggi il cinismo di “Conoscenza carnale” (anno 1971, e non c’è verso di trovarlo, senza infrangere la legge – lo conferma il sito Filmamo, che li cerca per noi: a fare la conta dei film che vorremmo vedere, c’è da riempire un’altra pagina). Fa da guida la pièce teatrale di Patrick Marber: una partita a quattro, tutta di colpi bassi. I giocatori sono Jude Law, aspirante scrittore che paga l’affitto scrivendo necrologi, la fotografa in carriera Julia Roberts, il dermatologo assatanato Clive Owen, l’ex spogliarellista Natalie Portman, in parrucca rosa e guêpière. Afferra il palo della lap dance, e pronuncia battute da applauso: “Mentire è la cosa più divertente che una ragazza possa fare senza spogliarsi. Ma da spogliata è ancora meglio”. Tutti sono bravissimi, soprattutto Julia Roberts: camicia bianca su pantaloni maschili, coda di cavallo, più bella che con gli stivaloni a coscia di “Pretty Woman”. Jude Law, appena celebrato come uomo più sexy del mondo (erano altri tempi, prima della stempiatura e delle mutande bianche imposte al giovane Papa da Paolo Sorrentino) cede il passo a Clive Owen (siamo nell’anno 2004, non dimenticatelo mai). Si rifà spiegando gli eufemismi usati nei necrologi. Il morto definito “gioviale” era alcolizzato, il “riservato” era gay, il “geloso del suo privato” come minimo una drag queen.