Un giro per musei

Francesco Stocchi

Tra cultura e logistica. Conto alla rovescia per la riapertura post lockdown. Che cosa fanno gli altri

Musei e istituti culturali vari si preparano alla riapertura del 19 maggio, con un giorno di distacco rispetto al d-day del 18 (lunedì è generalmente giorno di riposo per i musei). Dopo i “mesi del silenzio”, si legge in giro di una preparazione fatta di “ingressi contingentati”, “distanziamento sociale anti contagio” (sempre confuso con il distanziamento fisico), “prenotazioni su smartphone”, “termoscanner”, terminologie associate a un’idea futuribile di tecnologia applicata a uno scenario distopico. Gli ottimisti e inguaribili romantici vedono invece nelle linee guida che richiedono 1,50 metri di distanza tra i visitatori, nella limitazione degli ingressi, l’occasione di un’esperienza molto più intima e rallentata, come per esempio all’interno della sempre affollata Cappella Sistina. Se i Musei Vaticani hanno lavorato nel corso degli ultimi anni per poter incrementare i loro flussi di accesso installando nel 2014 un nuovo sistema di controllo del clima che ha portato la capacità massima da 700 a 2.000 visitatori, ora la tendenza si inverte. Un ritorno al passato, a un tempo in cui offerta culturale e turismo non lavorano promiscuamente, con sale non più affollate, senza resse intorno ai capolavori. Un invito al “rallentamento” a “osservare” in opposizione al consumo istantaneo e apparentemente superficiale mediante i selfie, i social media e i live streaming. Una divisione tra futuristi e luddisti al cui dibattito mancano ancora le linee guida da parte del governo. Attendiamo.

 

Ci si chiede, come riaprire quindi i musei d’arte senza mettere in pericolo il personale e i visitatori? Cosa sta succedendo intanto all’estero? Il Cimam, il comitato internazionale per musei, ha stabilito alcune regole indiscutibilmente razionali, quali ingresso temporizzato, percorsi a senso unico, prenotazioni online, barriere in plexiglass, maschere per il viso e gel per le mani. Niente carta, niente mappe, niente cuffie; ovviamente nessun tour di gruppo. Un’occasione di liberare l’opera allo sguardo e sensibilità individuali ? Forse.

 

I musei in Germania, Hong Kong, Corea del sud e Svizzera hanno iniziato a riaprire le loro porte. Molti seguono le raccomandazioni guida per garantire la sicurezza dei visitatori anche se alla fine a prevalere è il libero arbitrio. In Germania, i musei di Berlino possono aprire questa settimana, ma solo pochi hanno annunciato l’intenzione di farlo. I musei statali come Pergamon di Berlino, Alte Nationalgalerie e Gemäldegalerie hanno riaperto il 12 maggio, con l’avviso di richiedere online una specifica fascia oraria di visita e di indossare obbligatoriamente la mascherina protettiva. La Schirn Kunsthalle di Francoforte ha aperto la settimana scorsa, il 6 maggio, così come il Museo Städel, e la maggior parte delle gallerie private in tutto il paese è stata autorizzata a riaprire già nell’ultima settimana di aprile.

 

Al Museo statale di arte moderna di Brandeburgo, a Cottbus, circa 100 km a sud-est di Berlino, tutti devono tenersi a una distanza di 1,5 metri, la misura esatta viene indicata su pareti e pavimenti, i visitatori in coppia possono anche prendere ciascuno un’estremità di un nastro di 1,5 m di lunghezza (visualizzandola, sembra che la distanza sia preoccupantemente molto più grande dello spazio disponibile tra gli acquirenti in un supermercato). Le mascherine non sono obbligatorie ma consigliate, mentre al Museo Ludwig di Colonia, nessuna distanza minima ma viene richiesto di coprire bocca e naso.

 

In Cina, dove i musei hanno riaperto il mese scorso, la distanza sociale necessaria è di 1,5 metri, come in Germania (ma in Gran Bretagna sarà sicuramente di 2 metri…). Il Museo d’arte di Hong Kong (HKMoA) è stato parzialmente riaperto questa settimana, implementando un sistema di ammissione giornaliero che consentirà agli utenti di accedere ogni due ore. I biglietti verranno emessi in loco, dove i programmi pubblici e le guide turistiche sono ancora sospesi. Il museo ha chiuso il 29 gennaio, riaperto brevemente l’11 marzo, e chiuso di nuovo poco dopo.

 

In Corea del sud, tutti e quattro i musei del Museo nazionale di arte moderna e contemporanea, Corea (sedi di Cheongju, Deoksugung, Gwacheon e Seul), chiusi dal 24 febbraio, sono stati riaperti. Il numero di visitatori ammessi sarà rigorosamente limitato attraverso un sistema di prenotazione online, con misure di sicurezza simili adottate a Hong Kong.

 

In Francia, il presidente francese Macron, di fronte a forti critiche per la mancanza di attenzione nei confronti delle arti e della cultura durante la pandemia, ha annunciato sostegno al settore in una videoconferenza trasmessa dal palazzo presidenziale. Il 30 aprile, un gruppo di artisti e operatori culturali ha pubblicato una lettera aperta al Monde rimproverando al presidente di “dimenticare” il settore culturale che impiega 1,3 milioni di persone. Arrivato alla conferenza con le maniche letteralmente rimboccate, Macron ha delineato nuovi piani per supportare i lavoratori del settore, annunciando “una cultura senza pubblico”, dove i prossimi mesi dovrebbero essere quelli di “apprendimento e cultura” (al contrario di viaggi e tempo libero). Tra i punti principali, la riapertura graduale di musei e gallerie a partire dal 2 giugno, vantaggi estesi per artisti (indennità di disoccupazione fino al 31 agosto 2021), campi estivi e commissioni pubbliche per gli artisti di età inferiore ai 30 anni (limite che non è giustamente andato giù ai francesi). Invitare gli artisti a realizzare opere pubbliche ricorda il programma del New Deal, messo in atto durante la Grande depressione negli Stati Uniti, dopo che il presidente Roosevelt entrò in carica nel 1933. Un programma di successo che non si è da allora ripetuto. Qualche soddisfazione, ma critiche per la vaghezza delle iniziative di Macron, con la lettera del Monde che chiedeva direttamente un “piano preciso”.

 
Mentre Olga Lyubimova, il ministro della Cultura russo, è stata trovata positiva al Covid-19 e il paese sembra voler allentare le misure restrittive in atto (teatri e musei sono chiusi dal 17 marzo) in un momento di picco dei contagi, negli Stati Uniti è tutto un susseguirsi di tagli e cupe prospettive. I principali musei di New York stanno licenziando i propri dipendenti per ridurre le spese salariali. Nel giro di una settimana, il New Museum ha annunciato di dover fare a meno di circa un terzo dei suoi dipendenti (41 su un personale di 150, ma l’istituzione si impegna a estendere le prestazioni sanitarie al 30 giugno, fatto raro e fondamentale se si lavora negli Stati Uniti), il Whitney Museum ha “liberato” 76 impiegati che non erano nelle condizioni di poter lavorare in remoto e si sta preparando a perdere almeno 7 milioni di dollari a causa dei mancati introiti dovuti alla chiusura. Il direttore, Adam Weinberg, non prevede che l’istituzione riaprirà prima di luglio. Il Museo di storia naturale taglia decine di dipendenti mentre altri verranno spinti in pensione e quelli con contratti in scadenza non saranno invitati a tornare. Altri 250 lavoratori saranno licenziati.

 

Ma è il MoMA che presenta il caso più interessante. Meno di un anno dopo la sua espansione da 450 milioni di dollari che ha incrementato di più di 1.000 metri quadri lo spazio espositivo, il direttore Glenn Lowry ha dichiarato: “Impareremo a essere un’istituzione molto più piccola”. Il museo si prepara per una nuova realtà Covid-19. Secondo un rapporto di Bloomberg quando il MoMA ricomincerà ad accogliere i visitatori avrà staff, programma espositivo e budget ridotti di 45 milioni di dollari rispetto al budget di 180 milioni previsto per il prossimo anno (meglio non confrontare questi budget con quelli destinati ai nostri musei). Per ridurre le spese, l’istituzione prevede di eliminare circa 220 dipendenti (il 17 per cento), tagliare 8 milioni dal budget per le mostre e dimezzare quello per le pubblicazioni. “Non prendi elegantemente 45 milioni di dollari da un budget”, ha dichiarato Lowry. Pragmatismo e chiarezza statunitensi. Neanche un anno dopo la sua espansione, il museo sta quindi pianificando un numero di presenze radicalmente ridotto, prendendo in considerazione l’implementazione di biglietti a tempo per consentire la presenza di solo 1.000 persone alla volta. Il MoMA come la Cappella Sistina.

 

Il mese scorso, il museo ha inviato una e-mail a 85 dei suoi educatori freelance per informarli che non ci saranno nuovi incarichi contrattuali e che “ci vorranno mesi, se non anni prima di un ritorno ai livelli di budget attuali che consentono i servizi di educazione”. In un momento simile, dovrebbe essere proprio il settore della mediazione culturale e dei servizi educativi a ricoprire un ruolo centrale nel delineare nuove istanze comportamentali all’interno del museo. Lowry ha affermato di non poter prevedere il mese in cui il MoMA riaprirà, tra luglio e settembre. Per garantire un’esperienza “senza contatto”, si sta anche discutendo la quantità appropriata di spazio da lasciare tra le opere d’arte al fine di prevenire l’affollamento. Poiché il MoMA ha una dotazione di 1,2 miliardi di dollari, Lowry è fiducioso che il museo si possa riprendere dall’attuale crisi. La preoccupazione è per le istituzioni più piccole con scarsi fondi: per il MoMA PS1 a Long Island City – l’istituzione gemella del MoMA, che ha eliminato quasi il 75 per cento del proprio personale – sempre nell’intervista a Bloomberg Lowry ha riconosciuto che “sarà una strada molto lunga e difficile per loro, faremo in modo che sopravvivano”.

  

Accesi dibattiti intorno all’apertura dei musei, sulla scelta dei tempi e dei modi, sull’importanza di sostenere la loro apertura come un fatto urgente e necessario (prima dei campionati di calcio?). Gli interventi verso la cultura sono però cosa diversa rispetto alla gestione di spazi pubblici. L’impressione che la cultura debba ridursi a musei e luoghi dello spettacolo sembra la negazione di ciò che la crisi di Covid-19 ci può aver insegnato, come afferma Nicolas Bourriaud direttore del centro artistico MoCo di Montpellier. “Gestire il pubblico non è cultura, ma logistica”.

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