Alta Sartoria Toscano, un'azienda che in accordo con la regione Toscana, si è convertita nella produzione di mascherine protettive (foto Alessandro La Rocca/LaPresse)

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Il ritorno del Big Government, un modello che supera le frontiere

La pandemia sta modificando i rapporti Stato-economia. Verso un’età del precauzionismo. Parla Sabino Cassese

Il New York Times del 18 marzo scorso ha intitolato un articolo “The Era of Small Government is Over”. La pandemia ha davvero modificato o sta modificando stabilmente i rapporti Stato-economia?

La vittoria sulla pandemia può essere la causa della sconfitta sul fronte dell’economia, portandoci dalla crisi alla stasi. E’ il motivo per il quale l’Economist si è chiesto quanto valga la vita umana. La risposta che stiamo implicitamente dando alla domanda è che il valore della vita è universalmente tanto alto che siamo disposti, pur di salvaguardarlo, a fare tutti un passo indietro in termini di benessere. Dobbiamo prendere atto che tutti gli interventi in corso rispondono allo stesso modello, che passa attraverso le frontiere, a carattere sovranazionale, anche se attuato da singole nazioni. Un acuto osservatore ha notato che all’abbandono del protezionismo si sostituisce il precauzionismo. I diritti doganali sono scesi dal 30 per cento circa al 5 per cento circa in 50 anni. Ora si tratta di difendere le catene globali del valore, quindi di armonizzare le precauzioni, perché non siano nuove barriere al commercio e alle catene stesse.

 

Questi sono solo i tratti essenziali di fondo. Ma quali sono gli interventi che corrispondono allo stesso modello?

Sono tre: elargizioni statali, difesa degli assetti proprietari nazionali, rinascita della mano statale.

 

Cominciamo dalle elargizioni.

Il decreto legge Liquidità comincia proprio dall’accesso al credito, salvo poi disporre anche in materia di adempimenti fiscali e lavoro. Altri provvedimenti seguiranno. Si tratta di quello che gli americani chiamano “government largesse”, prodigalità governativa, elargizioni appunto. In Europa si fondano sulla norma del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea che autorizza aiuti per “porre rimedio a un grave turbamento dell’economia”. Le autorità europee si sono affrettate ad adottare deroghe alle norme di divieto di aiuti. Le deroghe in corso di approvazione hanno due caratteristiche: non provengono da risparmi, ma da debiti; sono fondate sulla concessione governative di garanzie a prestatori di credito – le banche. In Italia si è scelta questa strada invece delle erogazioni a fondo perduto, forse per sfiducia nella macchina statale. Interessante sentire parlare uomini di governo di questi interventi, come se fosse loro merito aver trovato risorse che saranno invece a carico di tutta la collettività (figli e nipoti degli attuali cittadini se ne ricorderanno, come Pasquale Saraceno amava ricordare che i debiti contratti per i salvataggi degli anni Trenta pesavano sul bilancio statale, e quindi sulle imposte di tutti i cittadini, ancora negli anni Settanta).

   

Le elargizioni allargano le maglie statali. I controlli sugli investimenti esteri le restringono.

Si chiamano “golden power”. Non c’è oro. Lo Stato esercita i suoi poteri sovrani, controllando uno per uno gli investitori stranieri in settori dell’economia sempre più numerosi. Il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica – Copasir, a guida leghista, continua ad alimentare questa rivincita del nazionalismo, sostenendo che vi sarebbero tanti operatori stranieri desiderosi di acquistare aziende italiane. Vuol dire che siamo appetibili. Vuol dire che i tanti lacci e lacciuoli non spaventano molto, se vi sono molte imprese straniere interessate al nostro patrimonio industriale. Ma vuol dire anche che esso è debole, se non sa difendersi da solo e ha bisogno dello Stato. Il quale ultimo potrebbe anche ricordare che l’articolo 47 della Costituzione dispone – come ho già ricordato su questo giornale – che “la Repubblica favorisce l’accesso del risparmio popolare al… diretto e indiretto investimento azionario nei grandi complessi produttivi del paese”. Per non tenere in vita per troppo tempo le barriere all’entrata, che alla lunga fanno male al tessuto economico nazionale, perché allontanano investimenti stranieri, non sarebbe ora di ricordare l’esistenza di quel solenne impegno costituzionale e cercare di orientare il ricco risparmio nazionale in quella direzione? Ma questo non sfiora la mente dei poveri estensori di quelle norme: per far sorridere, ricorderò che le prime nove righe dell’articolo 15 del decreto legge n. 23 dell’8 aprile scorso contengono ben otto rinvii ad altre norme. Gli avvocati stranieri impazziranno.

  

Il ministro dello Sviluppo economico Patuanelli ha dichiarato al Corriere della Sera dell’8 marzo scorso che gli interventi sulla Sace sono solo il primo passo: “Il prossimo passo per la ripartenza… è la costituzione di una nuova Iri capace di erogare garanzie e credito e, se è il caso, intervenire direttamente nelle aziende e filiere più sensibili”. E ha aggiunto: “Il mercato non ce la può fare, serve una regia silenziosa dello Stato, che accompagni il mercato”.

Patuanelli come Colbert. Gli manca Luigi XIV. Le partecipazioni statali, in forme varie, non sono mai morte. Ne sopravvivono molte, ma non nella forma di conglomerati simili all’Iri, la cui debolezza, da un certo momento della sua vita in poi, è stata proprio quella di esser divenuta esclusivamente una holding finanziaria, molto lontana dalla realtà industriale. Modello opposto l’Eni. L’Iri ha raccolto quello che stava nella pancia delle tre banche miste salvate, meccanica, siderurgia, trasporti marittimi e aerei, telecomunicazioni, e così via; poi ha sviluppato altri rami. Ha dato ottimi risultati (Sinigaglia e la siderurgia, Reiss Romoli e le telecomunicazioni, Cova e le autostrade). Si è poi caricata di troppi pesi e di troppo personale, divenendo preda di clientelismo e della politica dei partiti. Sarebbe ora di pensare qualcosa di più innovativo.

  

Bisogna essere ottimisti o pessimisti? Riusciranno questi tre strumenti e quelli minori che li accompagnano ad assicurare la ripartenza?

Gli strumenti in sé potrebbero anche funzionare. Ma sono accompagnati da troppe condizioni. Se si prevede che si debbano “gestire i livelli occupazionali attraverso accordi sindacali”, si mette una palla al piede di chi vuole intervenire, come hanno fatto osservare Tito Boeri e Roberto Perotti in un articolo su Repubblica del 10 aprile scorso su “I limiti del decreto Liquidità”. Singolare che il M5s non voglia subire le condizioni del Mes al governo italiano, ma sia poi disposto a porre condizioni alle imprese. Si è poi subito svegliato quel potere indipendente che è costituito dalle procure. Nicola Gratteri e Antonio Nicaso sul Corriere dell’11 aprile scorso hanno evocato il pericolo delle mafie, ribadito lo stesso giorno dal primo dei due sul Sole 24 Ore. Francesco Greco e Giovanni Melillo, su Repubblica dell’11 aprile sono andati oltre affermando che i controlli sono inadeguati e auspicando tracciabilità dell’uso dei finanziamenti, esibizione di attestazioni, rendicontazioni e controlli interni. Qui vedo l’origine di nuovi blocchi che potrebbero esser evitati se la smettessimo di introdurre controlli preventivi e facessimo sul serio controlli successivi.

 

Resta il problema della fase di passaggio.

A proposito della quale vi sono le solite alternative. Fare una legislazione straordinaria o accelerare quella ordinaria. Prevedere leggi temporanee oppure regolare a regime. Ogni soluzione presenta inconvenienti. Le leggi straordinarie finiscono per diventare stabili e per diventare la regola. Bisogna saper dosare tutti questi elementi. Ad esempio, certamente il codice dei contratti va abbandonato e sostituito con poche norme che riproducano le direttive europee, senza addizioni. Ma, dove vi sono strumenti che sono stati avviati e che possono funzionare, sarebbe sbagliato abbandonarli: ad esempio, le convenzioni già adottate a mezzo Consip. Se si vuol fare presto, lasciare a metà procedure già iniziate può comportare un tempo più lungo.

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