Piuttosto che rincorrere gli eurobond dovremmo saper spendere le risorse che abbiamo già

Luca Roberto

La leva del Mes, la liquidità garantita dalla Bce. Non mancano i fondi, ma progettualità e capacità di superare gli ostacoli ideologici. Un report degli economisti della “School of European Political Economy” della Luiss

Nel bel mezzo della pandemia sanitaria e della conseguente crisi economica, le possibilità di ripresa dell’Italia sembrano essere legate, in maniera indissolubile, all’ottenimento dei famosi eurobond. Perlomeno è quello che ha raccontato il premier Giuseppe Conte quando, rimbrottando le opposizioni in diretta televisiva per il loro “ostruzionismo pretestuoso” e spiegando che il Mes non è uno strumento “adeguato”, ha ribadito: “Servono gli eurobond per un'economia di guerra, lotteremo fino alla fine per questo nel prossimo consiglio europeo”. Ora la domanda sorge spontanea: e se dopo tanto discettare non solo non ottenessimo gli eurobond ma ci accorgessimo che, in realtà, non è quello di cui abbiamo bisogno? Che la priorità dell'Italia dovrebbe essere piuttosto quella di concentrarsi sulle risorse di cui già disponiamo utilizzandole in maniera celere per preparare la fase di rilancio?

 

È questa la tesi di un paper firmato da alcuni economisti della “School of European Political Economy” della Luiss. I nomi sono quelli, noti, di Carlo Bastanin, Lorenzo Bini Smaghi, Marcello Messori, Stefano Micossi, Pier Carlo Padoan, Franco Passacantando e Gianni Toniolo. E il titolo lascia poco spazio a interpretazioni: “Le risorse per ripartire ci sono: subito progetti per il paese, anziché litigi ideologici”.

 

Insomma, secondo la tesi del documento, le istituzioni europee hanno già fatto la loro parte. Prima grazie alla Bce, che ha deciso di immettere nell’economia fino a 3000 miliardi di euro di liquidità. Poi con la rimozione, da parte della Commissione, dei vincoli di cofinanziamento per i fondi di coesione, la rinuncia a chiederne la restituzione e la concessione di una certa flessibilità rispetto alla destinazione dei fondi strutturali già erogati nel 2019. Solo queste voci consentirebbero al nostro paese di spendere più di 30 miliardi di euro.

 

Grazie poi all'accordo raggiunto nel corso dell’ultimo Eurogruppo, utilizzando la leva del Mes per le spese sanitarie, attingendo alle risorse del Programma SURE (100 miliardi di euro) e al rifinanziamento per 200 miliardi della Banca Europea d’Investimenti, l'Italia potrebbe usufruire di altri 80 miliardi di euro.

 

Il governo, come sappiamo, ha già detto che non intende utilizzare il Mes, considerandolo uno strumento inadatto a far fronte all’emergenza, troppo rischioso perché costringerebbe il paese ad adottare misure definite “draconiane”. Ma, si legge nel testo, “tale motivazione è smentita non solo dall’esperienza di paesi come la Spagna che ha fatto ricorso al Mes per uno scopo specifico, ma anche dalla disponibilità di nuove linee di credito precauzionali di cui anche altri paesi europei potrebbero aver bisogno. Di fatto, la posizione italiana contraria al Mes appare isolata, anche rispetto agli altri paesi del Sud Europa”.

 

Secondo gli economisti, poi, considerare l’emissione di eurobond come la panacea di tutti i mali di cui soffre l’economia del paese, potrebbe essere una toppa peggiore del buco. Infatti è assolutamente improprio dare per scontato che i fondi ricavati dall’emissione dei bond possano “essere usati per finanziare il bilancio pubblico italiano”.

 

Ecco perché il governo dovrebbe abbandonare l’atteggiamento di fideistica rassegnazione alle decisioni che verranno prese nell’Eurogruppo del 23 aprile prossimo, e piuttosto concentrare gli sforzi per snellire i tempi della burocrazia. Di fatto le misure d’implementazione del Fondo Centrale di Garanzia vengono accolte positivamente, ma la priorità deve essere quella di rendere l’immissione di liquidità alle imprese e a i cittadini quanto meno meccanica e più immediata possibile (il testo segnala, a esempio, che le garanzie erogate da Sace prevedono ben quattro diversi passaggi di verifica).

 

Contemporaneamente alle considerazioni contingenti sulla necessità di riprendere al più presto l’attività produttiva, per cui si chiede che lo stato sia in grado di effettuare 100 mila tamponi al giorno e imporre misure di distanziamento sociale durante l’attività lavorativa, il documento accenna alla necessità che “alla Fase Due della ripresa delle attività deve far seguito una fase successiva che orienti le abbondanti risorse finanziarie oggi disponibili verso produzioni e specializzazioni adeguate al futuro”. Per far questo c’è bisogno che si superino le “due linee di faglia” che si sono aperte durante le ultime settimane: quella Stato-Regioni, e la più recente Stato-Europa. “Su queste due direttrici si è ricostruito un antagonismo ideologico e personale che ora ha assunto toni di contrapposizione così forti da apparire difficili da riconciliare. Se così fosse, al di là dei gravi effetti dell’incertezza istituzionale sull’economia, sarebbero in dubbio sia la tenuta unitaria del paese, sia la sua permanenza nel quadro delle istituzioni europee”. 

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