Pd nel pallone sul Mes

Valerio Valentini

L’ipotesi di una risoluzione parlamentare sul meccanismo europeo fa tremare la maggioranza

Roma. Che nel Pd non abbiano esattamente le idee chiare, sul Mes, lo si capisce di buon mattino. Quando, cioè, il viceministro dell’Economia Antonio Misiani, assicura che no, “l’Italia non utilizzerà il Fondo salva stati”, neppure nella nuova fisionomia. E può sembrare dissimulazione onesta, quella che spinge Misiani a esaltare l’autosufficienza del governo italiano. E invece è tensione reale, testimoniata anche dalle telefonate accaldate che Dario Franceschini scambia coi vertici di Base Riformista. Enrico Borghi, gueriniano di ferro, allarga le braccia: “Confesso – ci dice – di non capire. Abbiamo giustamente fatto battaglia all’Eurogruppo. Poi, quando otteniamo senza condizionalità i soldi che dovremmo investire in Sanità si torna indietro, avallando con ciò l’idea che il Mes è un veleno. Mi sembra un errore politico, che rischia di gonfiare le vele al sovranismo e di complicarci la strada in Europa, dove la via ai Coronabond è tutt’altro che spianata”. Perché del resto, è chiaro a tutti, svilire un compromesso raggiunto non sembra il viatico migliore per potenziarlo, arrivando ad attivare in tempi rapidi quel “recovery fund” che tutti invocano. Ed è così che le parole di Borghi coincidono, o quasi, con quelle che negli stessi minuti Luigi Marattin, contabile renziano, consegna alle agenzie: “In quale riunione di maggioranza è stata presa questa decisione populista espressa da Misiani? Che senso ha rifiutare uno strumento per il quale si è dato mandato ad un ministro del Pd di lottare?”. E qui si torna, appunto, al paradosso che proprio Franceschini aveva additato a Conte, dopo averlo sentito arringare in diretta tv contro Salvini e Meloni. “Così, di fatto, accrediti la loro narrazione contro il Mes”. Che però, ora, pare essere la stessa del Pd. O forse no. O forse solo in parte. Perché per il Pd, a ben vedere, non si capisce chi parli davvero. Il ministro Gualtieri che rivendica come positivo il compromesso europeo, o il suo vice che di fatto ne prende le distanze?

 

Renzi: “Conte sul Mes dice sì, no e forse”

E Giuseppe Conte, in tutto ciò, cosa farà il 23 aprile, quando dovrà ufficializzare la posizione dell’Italia all’interno del Consiglio europeo? “Conte sul Mes ha detto tutto e il contrario di tutto”, ragiona coi suoi parlamentari Matteo Renzi, scherzando chissà quanto. “Ha detto sì, ha detto no, ha detto forse. Ma è il solito tatticismo per non parlare dei fondi e della liquidità. E dare colpa all’Ue se i soldi per le imprese non arrivano”. E insomma sembra quasi che dopo aver sancito che “siamo con Conte senza se e senza ma” quando questi diceva che “o l’Europa ci aiuta o faremo da soli”, ora il Pd sembra condividere, col premier, pure l’ambiguità. Anche perché, nel disorientamento generale, in questa polifonia non proprio accordata di umori e di visioni, l’unica voce che non si sente, sul Mes, è quella di Nicola Zingaretti.

 

L’incognita della risoluzione parlamentare

Una parola di chiarezza, in ogni caso, tutti i partiti saranno chiamati a pronunciarla, la prossima settimana. Perché, alla vigilia del Consiglio europeo, Conte dovrà, come da prassi, riferire in Parlamento. Ora, non è scontato se si arriverà a votare una risoluzione con cui le Camere diano mandato al premier: “Trattandosi di una prosecuzione delle trattative già in corso, potrebbe non essere necessaria”, dicono nel M5s. Dove, non a caso, guardano a quell’eventuale impegno come a una rogna: “La nostra posizione sul Mes è chiara, ma della risoluzione ce ne occuperemo nei prossimi giorni”, ci dice il capogruppo Gianluca Perilli. Al quale Andrea Marcucci, parigrado del Pd, sembra quasi replicare a distanza: “Al di là dei feticci ideologici, bisogna valutare la sostanza. Prima di dire no a 36 miliardi senza condizionamenti, penserei ai nostri ospedali. A chi dice ‘No Mes’ vorrei chiedere: se si chiamasse in un altro modo cosa fareste? La risposta è scontata, diremmo tutti Sì”. E però, siccome è Mes che si chiama, il problema resta e ciclicamente si ripropone. L’ultima volta che il Parlamento dovette pronunciarsi sul tema, per il M5s fu un travaglio che portò a un testo che, muovendosi nella “logica del pacchetto” (Mes sì, ma non solo Mes), stava in piedi su un precario equilibrio di equivocità, e pure non valse a evitare che tre senatori grillini traslocassero nella Lega. E forse è anche per questo che Massimiliano Romeo, capogruppo del Carroccio, già si frega le mani: “Noi in Aula ribadiremo il nostro No al Mes. Se altri senatori del M5s vorranno restare fedeli ai loro principi, ben venga”. E sta qui, dunque, il sugo della storia: nelle irrisolte pulsioni sovraniste del M5s, che Conte asseconda con eccessiva disinvoltura spingendo a sua volta un pezzo del Pd, quello per cui è il premier è “un punto fortissimo di riferimento”, a galleggiare nell’incertezza. “Chi non capisce che adesso è il momento della lucidità e del buon senso – dice allora Davide Faraone, capogruppo di Iv al Senato – si può accomodare accanto a Salvini e Meloni, tra coloro che gridano contro l’Europa facendo fintamente gli interessi dell’Italia visto che sono alleati con i paesi contrari agli eurobond. Il presidente del Consiglio deve capire che il Conte 1 ce lo siamo messi alle spalle, per fortuna, ora c’è il Conte 2 e su questi temi si misura la discontinuità”.

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