Confimprese ci spiega perché tanti negozi per bambini non riapriranno

Mariarosaria Marchesano

Lombardia, Piemonte ed Emilia Romagna hanno deciso di prolungarne la chiusura per motivi di sicurezza, ma alcune catene commerciali vendono anche articoli per adulti e con la riapertura parziale non ce la fanno a sostenere i costi

Milano. Riaprire i negozi per bambini – come prevede l’ordinanza del governo del 10 aprile - rischia di essere un’impresa più difficile del previsto sia perché alcune regioni come Lombardia, Piemonte ed Emilia Romagna hanno deciso di prolungarne la chiusura per motivi di sicurezza sia perché in tanti casi queste merci sono vendute insieme con altri articoli su cui pende ancora il divieto. “L’Italia del dopo Pasqua riapre con una babele di provvedimenti che aumenta il caos nel settore del commercio già molto trascurato dall’agenda governativa – dice al Foglio Mario Resca, presidente di Confimprese – Chi emette questi provvedimenti dovrebbe sapere che la stragrande maggioranza di articoli per neonato e bambino viene acquistato in catene che commercializzano anche abbigliamento per adulti. Che senso ha separare queste due tipologie di beni? Di fronte a questi problemi che dal punto di vista logistico e organizzativo risultano insormontabili in tanti stanno scegliendo di restare chiusi”.

 

Bata, Cisalfa, Conbipel, Original Marines, Pittarosso, Yamamay sono tra i gruppi associati a Confimprese – associazione che conta su 350 brand, 40 mila punti vendita e 700 mila addetti – che in questi giorni sono alle prese con un vero dilemma: riaprire o restare chiusi? “Alla fine molti terranno giù le saracinesche perché non ci stanno dentro con i costi - spiega Resca - Già i commercianti sono afflitti dal problema dei canoni perché non riescono a trovare un accordo con i proprietari degli immobili. E adesso gli viene detto che possono riaprire solo un pezzo dell'attività. Ma non sarebbe meglio applicare a tutti i negozi i criteri che si utilizzano per gli alimentari, cioè la gestione ordinata e in sicurezza degli ingressi?”, prosegue Resca, il quale dice di riporre molte speranze in Vittorio Colao e la sua task force, sempre, però, che i tempi siano stretti e che il manager a cui il premier Conte ha affidato la regia per la ripartenza dell'Italia riesca a superare “il mostro della burocrazia statale”.

 

L’obiezione che si potrebbe fare a Resca è che per i negozi di abbigliamento è sempre meglio di niente poter aprire per vendere solo gli articoli per l’infanzia, rendendo inaccessibili le altre merci sugli scaffali, un po’ come fanno i supermercati con libri e articoli da cartoleria. “Il punto è che i negozi sostengono costi generali, che vanno dai canoni agli stipendi per il personale, dai consumi energetici alle pulizie. Se i ricavi vanno a coprire solo una parte di questi costi l’attività risulta in perdita più di quanto non lo sarebbe restando con le saracinesche abbassate”. Dunque, il paradosso è che i commercianti potrebbero trovare più conveniente la serrata, durante la quale i dipendenti possono contare sulla cassa integrazione, invece che riaprire in condizioni che ritengono finanziariamente non sostenibili. Secondo Confimprese, dopo oltre un mese di chiusura, fatturati in flessione fino al 95 per cento e costi del personale, gestione, materie prime e affitti da sostenere, il commercio è al tracollo.

 

"Prevediamo che in tutta Italia il 30 per cento dei punti vendita non riuscirà più ad aprire. E nel tempo spariranno molti retailer, perché non ce la faranno a sopravvivere”, continua il numero uno di Confimprese. Proprio l’esempio dei supermercati dovrebbe, secondo Resca, suggerire che c’è un modello che sta funzionando, con regole di accesso ai punti vendita che tutti hanno imparato a rispettare. “Si potrebbe provare a estendere questo modello ad altri settori merceologici gradualmente verificando il rispetto delle norme di sicurezza. Altrimenti, si continuerà a prolungare nel tempo una gigantesca discriminazione tra categorie di commercianti”.

 

Il problema più grave per i magazzini e ristoranti resta, quello degli affitti su cui non si è ancora trovata una soluzione. “Si è creato un corto circuito tra negozianti e proprietari immobiliari. Noi chiediamo la rinegoziazione dei canoni calmierati nella fase posta emergenza, ma sarebbe necessario riconoscere il Covid19 come causa di forza maggiore. D’altronde è auspicabile che ai proprietari venga concesso, alla riapertura, un credito d’imposta laddove trovino un accordo sulla rinegoziazione degli affitti”, conclude Resca.