Come si diventa Colao. Ritratto del manager con vocazioni di governo

Marianna Rizzini

Carriera, amici e formazione dell’ex numero uno di Vodafone chiamato ad affiancare il premier nella ricostruzione

Roma. “Che ci faccio qui?”, diceva Bruce Chatwin, lo scrittore viaggiatore, e in questi giorni un simile pensiero è stato a un certo punto attribuito, senza alcuna ufficialità, anche visti gli obblighi di riservatezza, agli esperti componenti della task force per la ricostruzione post-Coronavirus guidata dall'ex ad Vodafone e manager internazionale di lunga carriera Vittorio Colao. Nel senso: che ci facciamo qui, noi, se alcune regioni (vedi Lombardia), vogliono decidere per conto loro, e se già non si contano i paralleli comitati e commissioni? Ma il mattino dopo, cioè ieri, giorno in cui gli esperti si riunivano per consegnare al governo la prima relazione, il pensiero peregrino veniva annullato da una certezza: è venuta per fare e per contare, la task force. Per non dire di Vittorio Colao, l’uomo che, in dieci anni, ha fatto diventare Vodafone colosso globale delle telecomunicazioni, dopo la carriera felice tra Morgan Stanley e McKinsey che gli ha fatto guadagnare la stima di mondi economico-finanziari lontani dall'originario mondo economico-finanziario cattolombardo e bazoliano, anche a margine della parentesi meno felice in Rcs, ai tempi delle grandi guerre di azionariato.

 

Non è un caso che il nome di Vittorio Colao – Cavaliere del Lavoro su decisione del presidente emerito Giorgio Napolitano – sia comparso, negli anni, come nome papabile per cariche alte e problemi complessi (da Alitalia a Ferrovie). E ora c'è chi, in retroscena sempre smentiti ma persistenti, lo mette nella rosa delle future premiership. Né è un caso che il nome di Colao sia gradito a Nicola Zingaretti come a Matteo Renzi (che aveva pensato a lui per la Rai) e che il manager sia molto stimato presso il Colle. Non è un caso neppure che a Colao guardino quelli che non apprezzano i tentativi di soluzione alla “ognuno fa da sé”. E qui però, in questa landa sospesa tra fase 1 e fase 2, soltanto Colao può aiutare Colao, uomo abituato al vento teso del lago di Garda, dove passa le estati da tempo immemorabile (in quel di Desenzano), tra amici di sempre e abitudini mai perse (alzataccia mattutina per il windsurf), ma che non è abituato a non decidere. Per dirla in un altro modo, come ricorda un conoscente dei tempi Vodafone, “Vittorio studia il caso, qualsiasi caso, e poi agisce”. E ci si immagina dunque di quanta pazienza si dovrà armare, Colao, avvezzo al dialogo tra manager e manager (tra cui l'amico Corrado Passera), di fronte all'eventualità che il caso lombardo, inteso come altalena tra decisionismo locale e richieste globali, si moltiplichi per una, cento, mille regioni e soprattutto tra una, cento e mille istanze. E il Colao che può aiutare Colao nel compito di supermanager della ricostruzione è forse anche quello che, circa un anno fa, in un colloquio presso l’Università di Verona, paragonava la mentalità inglese e la mentalità italiana: la cultura inglese è forte nella pianificazione e nella gestione della complessità, forse per retaggio imperiale, diceva, mentre quella italiana, con radici in una storia puntiforme di città, paesi, commerci, è più reattiva e veloce, anche in situazioni ambigue. Ma lei a chi si ispira? gli chiedevano, per sentirsi rispondere che no, lui Colao non si ispira proprio a nessuno, perché nessuno è perfetto, ma tutti possono far leva su quel qualcosa di positivo che devono imparare a scoprire e valorizzare.

 

Tanto più il manager, in questi giorni, dovrà fare appello al Colao retrostante, bresciano tranquillo ma determinato (secondo un amico: “Se si mette in testa di arrivare là, ci arriva, lavorando più degli altri”). “Colao ha tutte le caratteristiche dell'alta borghesia bresciana che non vuole apparire e non vuole sprecare”, dice la scrittrice Camilla Baresani, amica di Colao dai tempi in cui il futuro manager, alto quasi come adesso, giocava a mosca cieca sulle sponde del Garda (altro amico d'infanzia è Giovanni Gorno Tempini, già vertice Cassa Depositi e Prestiti, ora convocato come esperto nella task force). E insomma, vista la naturale consegna della sobrietà, leggende metropolitane narrano di un Colao intenzionato a non usare l'upgrade dei punti Millemiglia durante un viaggio di famiglia oltreoceano. Della serie: tutti comunque e sempre in turistica, nonostante lui fosse reduce da un estenuante giro del mondo lavorativo. E capitò anche il caso in cui il figlio Edoardo (studi ad Oxford) facesse scherzosamente notare al padre quanto poco in linea con il livello di grandeur automobilistica degli altri genitori fosse la macchina di seconda mano con cui lo aveva accompagnato a un happening scolastico.

 

Sobrietà, però, non vuol dire accontentarsi del risultato. Fin da piccolo, il futuro manager faceva intuire l'attitudine a eccellere in attività apparentemente slegate tra loro, pur senza mai sconfinare nel topos del secchione. Soprattutto, anticipava: “Giocavi all'Allegro Chirurgo”? Lui era già bravo nel Piccolo Chimico”, dice Baresani, che ai tempi dell'ascesa di Colao in Vodafone aveva così raccontato, sul Corriere della Sera, il particolare che spiega tutto un mondo: “Rimasto orfano del padre quand’era adolescente”, Colao “ha ricevuto un’educazione calvinisticamente severa e produttiva dalla madre, l’inflessibile Popi Pellizzari. Donna colta, indipendente, per nulla provinciale, esigente e curiosa di tutto”, capace di studiare il polacco a ottant'anni “per poter dialogare alla pari con l’assistente affiancatale dai figli”. E dunque Popi, che era contessa, e amava il teatro, la musica, i musei, i viaggi, aveva impostato la vita dei figli con piglio manageriale, ma con juicio, e più che altro con molti risultati, a giudicare dalla brillante carriera di entrambi: Vittorio, dopo gli studi in Bocconi, ha vinto la borsa di studio che l'ha poi proiettato nella futura carriera, e Paolo, architetto, ha cominciato a lavorare a grandi progetti internazionali, fino ad affermarsi in Francia. La linea di educazione sobria di Popi è passata alla generazione successiva, se è vero che Vittorio, padre anche di Cecilia (studi inglesi come il fratello), a un certo punto ha contingentato al figlio bambino i libri dei Gormiti, con la motivazione che il collezionismo di volumi e figurine può far saltare i conti di molte famiglie. Ma accanto all'uomo di bresciana tempra c'è una donna di milanese forza (la moglie Silvia, già compagna di scuola di suo fratello).

 

Tuttavia il manager, per parte di padre, ha anche origini calabresi. Ma Colao è anche ex carabiniere (ai tempi della leva), e si dice che chi è stato carabiniere non lo scorda mai. Fatto sta che adesso tutti i pezzi del puzzle devono comporsi nella figura del “manager della ricostruzione”. E forse Colao lo sapeva, chissà, quando, accettando l'incarico, ha detto le sue parole calviniste: “Mi metto al servizio del paese”.

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  • Marianna Rizzini
  • Marianna Rizzini è nata e cresciuta a Roma, tra il liceo Visconti e l'Università La Sapienza, assorbendo forse i tic di entrambi gli ambienti, ma più del Visconti che della Sapienza. Per fortuna l'hanno spedita per tempo a Milano, anche se poi è tornata indietro. Lavora al Foglio dai primi anni del Millennio e scrive per lo più ritratti di personaggi politici o articoli su sinistre sinistrate, Cinque Stelle e populisti del web, ma può capitare la paginata che non ti aspetti (strani individui, perfetti sconosciuti, storie improbabili, robot, film, cartoni animati). E' nata in una famiglia pazza, ma con il senno di poi neanche tanto. Vive a Trastevere, è mamma di Tea, esce volentieri, non è un asso dei fornelli.