I nuovi Draghi d'Italia

Stefano Cingolani

Cosa c’è dopo Super Mario? Manager, banchieri, industriali, scienziati e creativi, giovani e meno giovani, che dopo gli studi e le prime esperienze nel nostro paese si sono imposti all’estero. Storie esemplari di competenza in un mondo aperto: l’Europa. Cinquanta nomi da appuntarsi

L’addio di Mario Draghi alla Bce viene celebrato oggi con solennità, come si conviene. Se ne va l’italiano che ha esercitato per otto anni un ruolo di primo piano, svolgendo con coraggio e maestria l’enorme compito di salvare l’unione monetaria e l’economia europea. Non c’è più un cittadino dell’Italia seduto tanto in alto nel Vecchio continente. Ma i piagnoni del declino, anche se questo tipo di declino, dimenticano che in realtà sono molti, più di quel che si possa immaginare, a ricoprire posizioni di primo piano e di assoluto rilievo in Europa. Scienziati, docenti, medici, manager, imprenditori, chef, sono arrivati in cima a una scala che spesso hanno salito scalino dopo scalino, non sono calati dall’alto con il paracadute, si sono fatti con il merito o, se preferite Machiavelli, con la virtù e la fortuna. Cervelli in fuga? No, meglio chiamarli cervelli in movimento. Nuova emigrazione? Attenti con le parole, in un mondo i cui confini si sono fatti sempre più porosi e in una Europa dove i giochi dello scambio diventano, sia pur faticosamente, a tappe, a chiazze, integrazione, alla faccia dei Brexiteers e dei nazional-populisti.

  

Abbiamo raccolto cinquanta nomi e cinquanta profili di italiani che vivono e lavorano all’estero, più esattamente in un paese europeo, partendo da un parterre molto più ampio. E’ una scelta, arbitraria come tutte le scelte (e ce ne assumiamo ogni responsabilità), che spazia tra i mestieri più diversi, e le più disparate discipline: dalla scienza all’economia, dalle banche all’industria, dall’arte alla cucina. Ci sono giovani che hanno da poco raggiunto una posizione di rilievo e più maturi che da molti anni hanno impresso la loro orma. C’è chi all’estero ha vissuto fin da quando ha cominciato a lavorare, chi invece ha lasciato l’Italia dopo gli studi e le prime esperienze professionali o chi è arrivato al culmine di una lunga carriera. Sono a nostro avviso esempi di una nuova classe dirigente in un mondo che non è piatto o appiattito, ma semplicemente aperto. Molti non erano profeti in patria e non lo sono ancora, forse lo diventeranno al ritorno, perché per lo più torneranno. In ogni caso saranno protagonisti di un travaso fecondo che riguarda esperienze, idee, competenze. Non hanno più la valigia di cartone, portano con sé ben altri bagagli. Come Mario Draghi. Sulle sue orme o prima di lui, quasi a precederlo idealmente. Nel momento in cui la campagna contro l’establishment è diventata caccia all’élite e poi rifiuto della competenza, la nostra top list vuole diventare una risposta e nello stesso tempo un aiuto per contrastare l’onda nera del risentimento, dell’invidia, di un plebeismo cieco e autodistruttivo.

 


Si sono fatti con il merito o, se preferite Machiavelli, con la virtù e la fortuna. Cervelli in fuga? No, meglio chiamarli cervelli in movimento. Gli emigrati del dopoguerra andavano a lavorare nei pozzi di carbone o nelle catene di montaggio. Oggi guidano banche e imprese


 

Il circo mediatico-politico si chiede come mai molti giovani preferiscano fare i lavapiatti a Londra e non lo farebbero mai a Roma o a Milano. Le risposte sono le più diverse e hanno a che fare con benefici pubblici (la disoccupazione finché dura) e privati (la movida per esempio o anche imparare una lingua). Poco si ragiona su quanto sia utile vivere in un altro paese, conoscere altre abitudini e culture, entrare in un’altra società, comprendendo e accettandone l’infrastruttura istituzionale, legale, culturale. Nella nostra lista dei cinquanta, si nota subito la folta pattuglia di manager, banchieri, industriali. E già questo segna una netta differenza dal passato. Gli emigrati del dopoguerra andavano a lavorare nei pozzi di carbone o nelle catene di montaggio. Oggi guidano imprese energetiche, manifatturiere, aziende di credito.

 

Il successo di LVMH, Louis Vuitton Moët Hennessy, vero impero della moda e del lusso, numero uno al mondo, è dovuto all’astuta maestria di Bernard Arnault, ai suoi legami con la haute finance, alla quantità di capitali che riesce a convogliare, ma anche alla professionalità del direttore generale Antonio Belloni. Laureato all’Università di Pavia, si è specializzato all’Eni e poi dal 1978 ha salito tutti i gradini alla Procter & Gamble fino a diventare numero uno in Europa. Nel 2001 Arnault gli propone di dirigere LVMH, entrando anche nel consiglio di amministrazione e diventando presidente del comitato esecutivo. E’ lui, insomma, ad aver gestito in questi 18 anni le strategie del gruppo.

 


illustrazione di Makkox


 

Nel mondo della moda la creatività non si esercita soltanto disegnando vestiti da portare in passerella, occorre tagliare, cucire e poi vendere. A Marco Gobbetti da Bolzano, con alle spalle una lunga carriera in case prestigiose (Bottega Veneta, Moschino, Givenchy, Celine) la Burberry in cerca da tempo di un nuovo riposizionamento, ha affidato due anni fa il compito di rinnovarsi e rilanciarsi. La vecchia Burberry’s ha perso la s, ma non le è bastato. Il fatto è che la Old Britannia, checché ne dicano i brexiteers, non tira, non la compra nessuno. Tocca a due italiani cambiarle look e sostanza. Da Givenchy Gobbetti porta con sé il direttore creativo Riccardo Tisci, considerato uno dei migliori disegnatori di moda al mondo. Nato in provincia di Taranto, orfano di padre quando era ancora un bambino, si trasferisce con la madre e gli otto fratelli in provincia di Como. Da lì a 17 anni nel 1991 parte per Londra. Nel 2004 presenta la sua prima collezione a Milano e viene catturato dalla Givenchy.

 

La maison Dior, che fa parte del gruppo LVMH, è guidata dal parmigiano Pietro Beccari, presidente e amministratore delegato dal febbraio 2018, oggi forse il manager italiano più stimato in Francia, dopo i successi in Italia con il gruppo Fendi, di cui è stato amministratore delegato fino allo scorso anno, prima di essere promosso da uno dei suoi più grandi estimatori, Karl Lagerfeld. In Dior c’è un’italiana, per la prima volta una donna, anche alla direzione creativa: Maria Grazia Chiuri, romana, figlia di una sarta, finiti gli studi viene assunta da Fendi per occuparsi degli accessori. In quegli anni incontra Pierpaolo Piccioli, con il quale stringe una forte amicizia e un sodalizio professionale. Insieme dal 1999 rilanceranno Valentino. Nel 2016 la chiamata da Dior e le strade professionali di Maria Grazia e Pierpaolo si dividono. “Una italiana sul trono di Francia”, scrivono le riviste di moda, rievocando le Medici (Caterina e Maria). Un italiano sul trono di Danimarca potrebbe essere definito Francesco Ciccolella. Antropologo da Molfetta, ha svolto ruoli di primo piano in due icone della industria danese: prima in Bang & Olufsen poi dal 2002 alla Lego, con il compito di rinnovare il terzo gruppo mondiale dei giochi. La sua esperienza è nel marketing, ma in fondo per entrambe le aziende la chiave del successo è il design. Creare e vendere, dunque, esattamente come nella moda. O nella cucina, pardon, meglio dire il mondo del food.

  

Non si può naturalmente fare a meno di citare il cibo come paradigma dell’italianità e del successo fuori dai confini. La retorica sulla dieta mediterranea e su piatti e buoi dei paesi tuoi è di una noia vacua quanto infinita. Le cose migliori uscite dalle cucine infatti dono sempre un metissage di odori, sapori, piaceri. In una lista che è certamente lunga abbiamo privilegiato quattro nomi. Il primo è Giovanni Passerini, migliore chef di Francia nel 2017 secondo le Fooding e uno dei primi in Europa. Partito da Roma alla volta di Parigi, apre, non lontano dalla Bastille, Rino, poco più che una stanza che diventa uno dei locali più frequentati della nouvelle vague gastronomica parigina. Di lì, tra gli altri, passeranno Simone Tondo e la sommelier Francesca Tradardi. Con ravioli, gnocchi e trippa, rinnovando la tradizione romana, Giovanni ha conquistato i giovani (e non solo) parigini. E ha potuto aprire un locale a suo nome. Paolo Casagrande è l’unico italiano insieme a Umberto Bombana (emblema della migliore cucina italiana a Hong Kong) a guidare un ristorante a tre stelle fuori dal suo paese. Nato a Conegliano, è il primo chef del Lasarte di Barcellona, marchio storico della cucina di qualità spagnola creato dal famoso chef basco Martín Berasategui. Francesco Mazzei a soli otto anni comincia a lavorare nella gelateria di suo zio in Calabria con l’intenzione di usare i soldi guadagnati per comprarsi un paio di jeans Levi’s. L’incontro sei anni dopo con lo chef Angelo Sabetta segna la sua vita e la sua carriera. Dopo aver lavorato presso il Grand Hotel di Roma, si trasferisce a Londra. Nel 2007 apre il ristorante l’Anima che porta al successo anche lanciando nella capitale britannica prodotti calabri come la ’nduja. Quest’anno il presidente della Repubblica Sergio Mattarella lo ha nominato cavaliere del lavoro.

 

Spaghetti, pizza e mandolino? Fermi tutti, nessuno creda che le posizioni di vertice occupate dagli italiani si limitino a quei campi che più si addicono, secondo la vulgata, allo spirito latino. Nient’affatto, maledetti stereotipi, è vero il contrario. Prendiamo la Volkswagen e Luca De Meo, che da quattro anni guida la consociata spagnola Seat. La casa tedesca lo ha strappato nel 2009 alla Fiat dove De Meo, considerato l’enfant terrible dell’automobile e che dopo la Bocconi si era fatto le ossa alla Renault e alla Toyota, era entrato in conflitto di personalità più che di strategia con Sergio Marchionne. L’Università di Harvard gli ha dedicato uno studio nel 2013 per il suo lavoro come direttore del marketing alla Volkswagen.

  

Alla tecnologia degli Airbus pensa Grazia Vittadini, che da giovane suonava i timpani alla Scala. E’ la prima donna ad assumere una posizione del genere. Dopo la laurea al Politecnico di Milano ha cominciato un lungo percorso nelle principali aziende aeronautiche europee. Il suo sogno erano i Mirage della Dassault, invece si è occupata di aerei regionali da trasporto dalla Fairchild di Monaco di Baviera prima di andare a Tolosa alla Airbus. Volare è una passione, al pari della musica (rock, non solo classica), il suo partner è un pilota e lei per riposarsi mette le scarpette da corsa o salta in bici. Gli aerei del futuro? Elettrici, dice. Altro che auto.

 

Una delle maggiori compagnie assicurative del mondo, la svizzera Zurich, è guidata da Mario Greco. Anche lui McKinsey boy della generazione di Corrado Passera e Alessandro Profumo, entra poi nell’universo delle grandi assicurazioni europee: Ras Allianz, Zurich, le Generali che guida dal 2012 al 2016 quando all’improvviso dichiara di non volere altri mandati e torna a Zurich come numero uno. E non si ferma qui: “Vogliamo essere leader mondiali”, proclama. E’ nel suo carattere.

 

La pattuglia di banchieri è numerosa e agguerrita: Vittorio Grilli, ex ministro dell’Economia ed ex direttore generale del Tesoro, è a Londra alla JP Morgan responsabile dell’Europa, dell’Africa e del medio oriente. Lorenzo Bini Smaghi, già ai vertici della Bce, presiede la francese Société Générale, una delle prime banche europee. Andrea Orcel, una carriera alla Merrill Lynch (lo hanno chiamato il Cristiano Ronaldo dei banchieri d’affari anche per la meticolosità del suo stile di lavoro), ha guidato dal 2012 al settembre 2018 l’investment bank della svizzera Ubs quando viene chiamato da Ana Botin, la patronessa del Banco di Santander, prima banca spagnola. Ma tutto s’arresta per una questione di soldi e di chimica personale.

 

Tra i supermanager va collocato senza dubbio Vittorio Colao, uno dei protagonisti del boom italiano dei telefonini negli anni 90 che, alla guida di Vodafone dal 2008 al 2018, ha trasformato la compagnia telefonica britannica in una delle prime al mondo. E’ rimasto a Londra alla General Atlantic che aiuta le aziende nella loro transizione all’era digitale.

 

La lista è lunga (come si può vedere nel riquadro che pubblichiamo a pagina tre). Ma a parte i dirigenti di primo piano che operano in aziende europee, non possiamo non citare gli “americani”: Luca Maestri vice presidente e direttore finanziario della Apple, Fabrizio Freda alla Estée Lauder, nominato da Barron’s miglior top manager al mondo, Lamberto Andreotti e Giovanni Caforio alla Bristol Myers-Squibb, Lorenzo Del Pani amministratore delegato della Revlon. C’è poi chi è tornato recentemente in patria: Daniele Schillaci, da Yokohama a Bergamo, dopo tredici anni alla Nissan è da poco diventato amministratore delegato della Brembo di Alberto Bombassei.

 

Abbiamo inserito anche tre storie di imprenditori che ci sono sembrate emblematiche. Sono italiani ormai totalmente integrati nei loro paesi d’elezione, ma che non hanno mai rotto i rapporti con la madre patria dalla quale hanno preso e hanno anche dato molto. Gianluigi Aponte dalle sponde del lago Lemano fa il signore dei sette mari. Nato a Sorrento, ha fondato e guida con mano ferma la Msc, seconda compagnia al mondo di trasporti navali dopo la danese Maersk. Giovane ufficiale di marina mercantile, conosce la figlia di un facoltoso finanziere svizzero. E’ una storia d’amore travagliata segnata da continui viaggi di qua e di là dalle Alpi, che si conclude felicemente. Le nozze spingono Aponte a Ginevra. Nel 1969 compra la prima nave e comincia a trasportare merci in Africa, oggi possiede oltre 400 porta container. Nel 1987 entra nelle crociere, poi acquista quel che rimane della flotta Lauro (Achille Lauro resta uno dei suoi miti), i traghetti della Snav che hanno il monopolio nel golfo di Napoli e la Grandi navi veloci che collega la Sicilia. La rivista Forbes gli attribuisce un patrimonio di oltre 11 miliardi di dollari.

 

Una parabola poco conosciuta in Italia è quella di Salvatore Grimaldi, classe 1945, emigrato da Taranto in Svezia con la famiglia all’età di sette anni. Dopo aver costruito un autentico impero nel settore metalmeccanico, è riuscito a realizzare un vecchio sogno: acquistare la fabbrica di biciclette più famosa al mondo, la Bianchi, fondata a Milano nel 1885. Comprata nel 1997 dalla Piaggio, oggi l’azienda con sede a Treviglio è presente in oltre 60 paesi, in tutti i continenti. E’ stato Grimaldi ad aver puntato su Marco Pantani grazie al quale ha vinto Giro d’Italia e Tour de France. Sempre in Svezia campeggia in ogni supermercato l’etichetta Zeta sulle bottiglie di olio d’oliva e di molti prodotti alimentari italiani e mediterranei. Dietro c’è Fernando Di Luca, ragioniere di Fano, che nel 1961, a 24 anni, parte sulla sua Lambretta, in cerca di fortuna. Dopo aver lavorato come lavapiatti e portiere d’albergo a Stoccolma, avvia un’attività di importazione di prodotti italiani, tra i quali la pasta Barilla.

 

E’ stato lui il primo a proporre l’olio d’oliva come ingrediente base anche nella cucina nordica. Da poco ha aperto una catena di ristoranti dal gusto rigorosamente italiani anche se con uno spruzzo di neve scandinava.

 


Economisti affermati anche come opinion marker: le donne e gli “americani”. Gli scienziati, dal Cern di Ginevra agli istituti tedeschi. I funzionari europei, i più vicini al paradigma Draghi. Una top list che invita giovani, manager, imprenditori a tenere sempre la valigia pronta


  

Gli economisti che occupano una posizione importante e si sono affermati anche come opinion makers sono numerosi. Ne abbiamo scelti solo pochi sperando di non far torto ad altri valenti loro colleghi. E vogliamo soffermarci su due donne in particolare. La prima è Lucrezia Reichlin, figlia di Alfredo Reichlin, intellettuale e dirigente del Partito comunista italiano, e di Luciana Castellina, giornalista, anche lei comunista, tra i fondatori del manifesto. Studi a Roma e a Modena, Lucrezia Reichlin comincia un itinerario professionale tra Londra (dove ancora insegna) e Francoforte (all’ufficio economico della Banca centrale europea). Studiosa appartata per lungo tempo, da almeno una decina d’anni con i suoi articoli e gli editoriali sul Corriere della Sera si caratterizza come europeista critica che non rinuncia al suo punto di vista. Per un attimo è stata anche in lista come ministro dell’economia nel governo giallorosso, anche se nessuno ha mai creduto che volesse tuffarsi nel groviglio romano. A Roma, sua città natale, Mariana Mazzucato non vive più da quando aveva 4 anni e la famiglia si spostò a Princeton dove il padre Ernesto vinse la cattedra di Fisica. In Europa, ma a Londra, è tornata solo nel 2000, tuttavia ha sposato un italiano, Carlo Cresto-Dina, produttore e autore cinematografico con il quale ha quattro figli. E in Italia, dopo il successo del suo libro “Lo stato imprenditore”, è diventata la madrina dei neo-statalisti, in particolare per i pentastellati che l’hanno proposta, inutilmente, per un ruolo di governo. Nel folto stuolo di economisti italiani radicati all’estero ci sono naturalmente gli “americani” di primo piano, da Alberto Alesina a Harvard, a Luigi Zingales a Chicago, da Alberto Bisin alla New York University ad Aldo Rustichini a Stanford. Sono fuori dal nostro orizzonte europeo, tuttavia loro influenza in Italia non è mai calata, anzi in questi anni di crisi permanente è persino aumentata. Nessuno ama la triste scienza, ma nessuno ne può fare a meno.

 

Quanto alle scienze della natura come le chiamavano i classici, c’è solo l’imbarazzo della scelta. Molti sono gli scienziati che lavorano in Europa e all’estero: 10 in Svezia, 26 in Germania, 39 in Francia, 11 in Spagna, 6 nel Regno Unito, 16 in Canada e 18 negli Usa. Segno di una folta leva di cervelli in piena azione. L’Italia resta ancora indietro nei brevetti e nelle spese di R&S. Forse per questo i più brillanti e intraprendenti si fanno strada all’estero. Ma è incommensurabile la loro ricaduta anche in patria, perché la scienza come la musica non ha confini né barriere, nemmeno linguistiche, quelle che hanno limitato la esportazione di talenti nella scrittura, dal giornalismo alla letteratura. Fabiola Gianotti, figlia di un geologo astigiano e di una letterata siciliana, diplomata in pianoforte, è stata folgorata sulla via della scienza leggendo la biografia di Marie Curie. Dopo il Nobel a Carlo Rubbia nel 1984, comincia il viaggio nella materia oscura che la porta al Cern di Ginevra, al progetto Atlas e ad annunciare nel 2012 che è stata osservata per la prima volta una particella compatibile con il bosone di Higgs. Queste le sue parole che resteranno nella storia della scienza: “Il meccanismo di Higgs entrò in azione dopo un centesimo di miliardesimo di secondo dalla esplosione del Big Bang e diede massa ad alcune particelle lasciandone altre senza massa”. Per la rivista Forbes è una delle 100 donne più potenti del mondo. Sara Buson, astrofisica padovana, come ricercatrice alla Nasa ha lavorato nel team che ha individuato i raggi cosmici. Ora insegna in Germania. Alessandra Buonanno, cresciuta a Cassino (Frosinone), si è laureata in Fisica a Pisa, ha fatto la globetrotter della scienza, dall’Institut des Hautes Etudes Scientifiques non lontano da Parigi, al California Institute of Technology, all’Institut d’Astrophysique di Parigi, per approdare infine a una cattedra dell’Università del Maryland e, nel 2014, alla carica di direttrice del Max Plank Institute per la fisica gravitazionale di Potsdam. E proprio nell’istituto tedesco intitolato ad Einstein ha partecipato, come principal investigator di Ligo, alla prima rivelazione delle onde gravitazionali il 14 settembre 2016. A distanza di due anni, torna di nuovo e prepotentemente sulla scena con l’assegnazione del prestigioso premio Leibniz, che consiste nel riconoscimento di 2,5 milioni di euro da destinare ai propri studi e a esperimenti di laboratorio: un Nobel tedesco, come viene definito nel settore.

 

La pattuglia tedesca è davvero folta, da Eleonora Rivalta (fisica dei terremoti) a Luciano Rezzolla (fisica teorica). Ma tra gli italiani di Germania abbiamo scelto anche una figura singolare che a suo modo vuol dare una impronta “scientifica” a un mestiere che dalla scienza è lontanissimo. Si tratta di un giornalista, Giovanni Di Lorenzo, che dirige dal 2004 l’autorevolissima testata liberale Die Zeit. Italiano è il padre, la madre è tedesca e lui che ha conservato il doppio passaporto è nato a Stoccolma. Si è trasferito in Germania quando aveva 11 anni e lì ha cominciato a fare il giornalista con un articolo sul cantautore Branduardi. Si è laureato con una tesi su Silvio Berlusconi che ha incontrato più volte. Con la sua gestione, il settimanale ha raggiunto il mezzo milione copie, ha aumentato i giornalisti e la pubblicità arriva copiosa mentre ovunque si riduce. La sua ricetta è semplice e ambiziosa: non assecondare lo spirito del tempo. “Molti lettori – ha spiegato al Corriere della Sera - cercano nei giornali la conferma dei loro pregiudizi. Noi proponiamo qualcosa di audace: il confronto con pareri diversi”. I lettori avranno capito perché l’abbiamo messo in lista.

 

Non abbiamo trovato, invece, molti scrittori italiani che vivono all’estero restando italiani. Tra loro spicca senza dubbio Simonetta Agnello Hornby, l’aristocratica che è ormai da tempo londinese, senza aver mai lasciato la sua Sicilia ed è tra le scrittrici più amate e apprezzate in patria. Dall’Inghilterra abbiamo scelto anche Nicola Gardini: docente di Letteratura italiana e comparata all’Università di Oxford, è un latinista (i suoi ultimi libri “Viva il latino” e “Con Ovidio”, sono editi da Garzanti). Nel 2000, a 35 anni, Gardini vince un concorso da ricercatore all’Università di Palermo. In qualità di “esterno”, (arrivava da Milano), battitore libero e fuori cordata, viene stoppato. Sette anni dopo atterra in Inghilterra. E’ un martedì di novembre, il giorno dopo tiene una lecture su Gaspara Stampa, poetessa del ’500. Il giovedì mattina, in attesa del volo per Milano, riceve una telefonata, quella del presidente della commissione che gli offre un posto a Oxford. Ne “I baroni”, un libro edito da Feltrinelli nel 2009, Gardini racconta la sua fuga dall’università italiana che lo ha estromesso in quanto “non raccomandato né tirapiedi”.

 

I funzionari europei sono ultimi nel nostro elenco, ma certo non per importanza. Sono i più vicini al paradigma Draghi, per questo abbiamo preferito non cominciare da loro. Ne scegliamo tre per il ruolo istituzionale che ricoprono. Andrea Enria ha guidato fino allo scorso anno l’autorità bancaria europea, l’Eba, ed è l’italiano più temuto dalle banche italiane, alle quali ha imposto consistenti aumenti di capitale per impedire che vadano in crisi e scatti l’odiato bail-in. Oggi siede nel consiglio di sorveglianza della Bce. Una posizione di rilievo alla Bce spetta a Massimo Rostagno, direttore della politica monetaria, che viene dalla nidiata del servizio studi della Banca d’Italia e si è fatto le ossa al Fondo monetario internazionale. Nel luglio scorso ha stupito tutti con un paper nel quale annunciava che la Bce potrebbe abbandonare il suo obiettivo di inflazione (oggi il 2 per cento) per spingerlo molto più in alto. Dario Scannapieco, vicepresidente della Banca europea degli investimenti ha un ruolo di primo piano nel sostenere lo sviluppo e i progetti infrastrutturali dei quali l’Europa ha bisogno (e l’Italia forse non maggior urgenza di altri). Si è fatto le ossa con Carlo Azeglio Ciampi al ministero del Tesoro, dove ha seguito le privatizzazioni a partire dal 1997. Da economista e da civil servant ha sempre cercato di calare la teoria nel concreto delle scelte produttive. Vanta, non a caso, che la Bei è una banca piena di ingegneri perché il suo compito non è solo di erogare prestiti, ma di seguire e sviluppare progetti. Più volte in lista come ministro dell’Economia, lo scorso anno è stato bloccato dai veti incrociati della Lega e del Movimento 5 stelle. L’interlocutore principale dei governi quando presentano la legge di Bilancio a Bruxelles è Marco Buti, da dieci anni direttore generale per gli Affari economici e monetari della Commissione europea. Nella veste di guardiano dei parametri non fa sconti a nessuno, ma sbaglia chi crede che sia un cultore dei decimali, degli zero virgola tanto schifati dai nazional-populisti. Il suo mantra è un altro: fare le riforme e dare risposte coordinate alle sfide che attendono tutti i paesi europei: lo ha detto chiaro e tondo nel giugno scorso al Brussels Economic Forum. Il messaggio non può essere più chiaro: non è davvero tempo per il protezionismo nazionale e sovranismi isolazionisti.

 

La polemica sulla nuova emigrazione si nutre di cifre, molto meno di volti, agita la quantità guardando poco alla qualità. Secondo l’Istat, nel 2017, ultimo anno con cifre complete, sono emigrati circa 115 mila italiani e di questi più della metà (per la precisione il 52,6 per cento) è in possesso di un titolo di studio medio-alto: si tratta di circa 33 mila diplomati e 28 mila laureati. Una perdita di capitale umano e una perdita economica tout court: 14 miliardi l’anno secondo Giovanni Tria, economista ed ex ministro nel governo gialloverde. Tra il 2013 e il 2017 il numero di laureati espatriati è aumentato del 41,8 per cento, mentre i rimpatri sono rimasti pressoché costanti. Di conseguenza, il saldo migratorio è peggiorato negli anni. Si è cercato di trattenere i potenziali migranti con incentivi fiscali, persino promettendo loro la casa se si spostano in una regione del Mezzogiorno. Ma è chiaro che non sta qui il cuore del problema. La migliore agevolazione non riguarda tanto le tasse quanto il sistema nel suo complesso, un paese e una società dove la scala sociale torna a funzionare, dove il merito viene premiato, dove la concorrenza tra cervelli funziona più e meglio della concorrenza tra le merci.

  

Vasto programma, ma è davvero il programma giusto? Il problema non è forse rovesciato? Non ci sono troppi italiani all’estero (nell’Unione europea per delimitare lo spazio della nostra inchiesta), ma pochi europei in Italia, pochi studenti, pochi scienziati, pochi manager, pochi imprenditori e così via. Perché è lo scambio che ha plasmato le civiltà e le ha fatte crescere e non c’è sovranismo né protezionismo che tenga. Tra il 2013 e il 2017 la percentuale di studenti stranieri iscritti a un corso di laurea in Italia è aumentata di quasi il 20 per cento, ma è ancora soltanto al 4,6 per cento. La quota di docenti e ricercatori stranieri all’interno delle università italiane è diminuita sensibilmente tra il 2013 e il 2017, passando dal 9 ad appena il 3,5 per cento. Sembra difficile che il sistema universitario possa attirare studenti stranieri senza un corpo docente altrettanto internazionale. Se guardiamo alle dinamiche delle classi istruite, degli specialisti, dei professionisti, scopriamo una sostanziale chiusura in Italia, mentre i paesi che accettano un italiano al top sono essi stessi paesi che si aprono. Il problema, dunque, è che ci sono pochi stranieri al top, i direttori dei musei hanno scatenato una zuffa e non solo tra i salviniani del “prima gli italiani”, ma anche tra chi è stato colto da comprensibile, ma parrocchiale amarezza. La nostra top list intende dare corpo a un invito che può sembrare provocatorio, ma è un’opzione sul futuro di una nuova generazione che diventi classe dirigente: ragazzi, prendete i vostri zaini; manager, non lasciate mai i vostri trolley; aspiranti giornalisti, scrittori, artisti, imparate le lingue e mettetevi in viaggio. Imprenditori, uscite dal distretto, vostra patria è il mondo intero.

 

Cinquanta italiani in vista in Europa

 

Manager e imprenditori

1. Gianluigi Aponte - MSC, Ginevra
2. Pietro Beccari - Dior, Parigi
3. Antonio Belloni - LVMH, Parigi
4. Lorenzo Bini Smaghi - Société Générale, Parigi
5. Vittorio Colao - General Atlantic, Londra
6. Luca De Meo - Volkswagen Seat, Madrid
7. Fabrizio Freda - Estée Lauder, New York-Londra
8. Marco Gobbetti - Burberry, Londra
9. Mario Greco - Zurich, Zurigo
10. Vittorio Grilli - JP Morgan, Londra
11. Salvatore Grimaldi - Bianchi, Stoccolma
12. Andrea Orcel - UBS, Londra
13. Attilio Sebastio - Chemie-Menarini, Berlino
14. Davide Serra - Algebris, Londra
15. Grazia Vittadini - Airbus, Tolosa


Creativi moda

16. Francesca Bellettini - YSL, Parigi
17. Francesco Ciccolella - Lego, Copenhagen
18. Maria Grazia Chiuri - Dior, Parigi
19. Lucia Pica - Guerlain, Londra
20. Pierpaolo Piccioli - Valentino, Parigi
21. Riccardo Tisci - Burberry, Londra
Scrittori, giornalisti, artisti

22. Simonetta Agnello Hornby - scrittrice, Londra
23. Giovanni Di Lorenzo - Die Zeit, Amburgo
24. Claudia Durastanti - scrittrice, Londra
25. Fabio Luisi - direttore d’orchestra, Zurigo
26. Marco Mancassola - scrittore, Londra
27. Raffaele Ventura - scrittore, Parigi


Chef e italian food

28. Paolo Casagrande - Lasarte Barcellona
29. Alessandro Catenacci - alberghi, Stoccolma
30. Michele Farnesi - Dilia, Parigi
31. Giovanni Passerini - Passerini, Parigi
32. Christian Puglisi - ReLae, Copenaghen
33. Francesco Mazzei - L’Anima, Londra


Scienziati e docenti

34. Alessandra Buonanno - Max Planck Institute, Potsdam
35. Sara Buson - Julius-Maximilians-Universität, Würzburg
36. Nicola Gardini - Oxford University, Oxford
37. Fabiola Gianotti - Cern, Ginevra
38. Enrico Letta - Science Po, Parigi
39. Mariana Mazzucato - London University, Londra
40. Roberto Neri - Iram, Grenoble
41. Lucrezia Reichlin - London Business School, Londra
42. Luciano Rezzolla - Istituto di fisica teorica, Francoforte
43. Eleonora Rivalta - GFZ, Potsdam
44. Nicola Ursini - Karolinska Institutet, Stoccolma


Unione europea

45. Andrea Enria - Bce, Francoforte
46. Marco Buti - Ue, Bruxelles
47. Marco Lo Duca Bce Francoforte
48. Massimo Rostagno - Bce, Francoforte
49. Dario Scannapieco - Bei, Lussemburgo
50. Roberto Viola - Ue, Bruxelles