Mario Drgahi e Christine Lagarde (foto LaPresse)

Evviva l'altro sovranismo possibile. Perché il metodo Draghi salverà l'Italia

Claudio Cerasa

Come diavolo si combatte il disfattismo degli anti sovranisti? Gli otto anni di Draghi alla Bce ci hanno insegnato come si fa a trasformare l’Europa in un motore di benessere e ottimismo. Lezioni utili per il presente e il nostro futuro

Abbiamo scelto di dedicare la copertina del numero di oggi a Mario Draghi, riproponendo i discorsi più belli pronunciati dal governatore uscente della Banca centrale europea nei suoi otto anni da presidente, non solo per rendere un giusto tributo a quello che in questo momento è uno degli italiani più importanti del mondo ma anche per provare a offrire un messaggio di ottimismo a tutti coloro che immaginando il futuro dell’Italia non vedono altro che populismo, sovranismo, pessimismo, catastrofismo.

  

 

La politica che tenta di tirare Mario Draghi per la giacchetta utilizzando il nome del presidente della Bce per elaborare strani e velleitari giochini tattici per creare un’alternativa a questo governo o a questa opposizione sbaglia perché usa in modo opportunistico un nome che tutto merita tranne che essere strumentalizzato. Ma se la storia di Mario Draghi viene inquadrata per quello che Draghi rappresenta, e non per quello che Draghi è, il discorso cambia e il pensiero del governatore uscente della Bce è quanto di meglio possa offrire oggi la così detta repubblica della competenza. La democrazia, ha tatuato in bella vista sulla sua prima pagina il Washington Post, di solito muore nell’oscurità e la forza di Mario Draghi in questi anni è stata quella di aver tenuto lontano dall’oscurità tanto i temi legati alla democrazia, quanto quelli legati all’Europa. 

  

E per chi, come noi, è alla ricerca ogni giorno di una buona ragione per spiegare in che senso il protezionismo, il populismo, il sovranismo e più in generale le politiche della chiusura sono da considerarsi istanze che il popolo piuttosto che rafforzarlo tendono a indebolirlo, si può dire che gli insegnamenti di Draghi sono come un piccolo faro che permette di orientarsi nell’oscurità. Sergio Mattarella, in un bellissimo e poco valorizzato discorso di commiato rivolto il 28 ottobre al presidente Draghi nel corso di una cerimonia tenutasi a Francoforte proprio in onore del governatore della Bce, ha trovato le parole giuste per sintetizzare il senso del messaggio più culturale che politico incarnato dal presidente della Banca centrale europea. La prima sfida vinta da Draghi, ha detto Mattarella, è stata una sfida esistenziale: “Sconfiggere la percezione della possibilità, se non del rischio, di dissoluzione dello stesso Eurosistema”. Draghi, con un sorriso, ha detto che una delle sue soddisfazioni più grandi, da presidente uscente della Bce, è quella di essere oggi nelle condizioni di dire che in questo momento in Europa, a parte forse qualche parlamentare salviniano, l’idea che l’euro sia irreversibile è diventata un dato di fatto più o meno come la consapevolezza che la terra è tonda invece che essere piatta.

 

“In questi anni – ha riconosciuto Mattarella – l’architettura complessiva della moneta unica si è irrobustita, si sono opportunamente rafforzate le regole comuni relative ai bilanci pubblici, si è creato il Meccanismo di stabilità, si è posto mano al sistema bancario, con la sorveglianza unica, impostando, al contempo, sia il Meccanismo di risoluzione delle crisi bancarie sia una salvaguardia a livello europeo dei depositi, sebbene resti ancora da completare un loro sistema comune di assicurazione, e Mario Draghi, in questi otto anni, è stato autorevolmente al servizio di un’Europa più solida e inclusiva, interpretando la difesa della moneta unica come una battaglia da condurre con determinazione contro le forze che ne volevano la dissoluzione”. Mario Draghi è arrivato alla guida della Bce nel 2011, nei mesi della crisi dei debiti sovrani, e oggi, otto anni dopo, si può dire che l’Europa tutto sommato se la passa molto bene: il sistema economico è più solido, l’occupazione è cresciuta ed è mediamente più alta che nel 1999, il sistema bancario è più compatto, l’integrazione tra le economie è elevata e il sostegno popolare all’euro, tranne nelle famiglie di Borghi e Bagnai, è tornato a essere molto alto.

 

Il merito di Draghi, se possiamo dire così, è quello di avere utilizzato i pieni poteri (oooops) concessi dalla politica al governatore della Banca centrale per creare un meccanismo in fondo virtuoso: sostegno economico della Bce (Qe) a fronte di una serie di robuste riforme strutturali (se l’Italia e la Spagna non avessero riformato il mercato del lavoro e messo in cantiere un percorso di graduali riforme strutturali chissà se il Quantitative easing sarebbe mai partito). C’è chi dice, come Mario Monti, che in realtà le iniezioni di liquidità diffusa dalla Bce in questi anni nelle vene dell’Europa hanno contribuito a far crescere leader irresponsabili che hanno usato l’ombrello aperto dalla Bce per non affrontare i veri problemi del proprio paese e per occuparsi più di come rimuovere il passato che di come ragionare sul futuro. C’è del vero nell’obiezione di Mario Monti, anche se il senatore non potrà non ricordare che il grillismo nasce prima del 2011 e che il lepenismo nasce prima dell’arrivo di Draghi e che la Brexit si è venuta a creare indipendentemente dall’azione della Bce, ma se si guarda con più attenzione l’eredità di Draghi non si potrà non cogliere che la sua traiettoria ha aiutato l’Europa ad affermare una verità cruciale e in un certo senso autoevidente ben riportata in un libro appena uscito per la Luiss, “I poteri pubblici nell’età del disincanto”, firmato da Giovanni Legnini e Daniele Piccione: per poter essere davvero sovrano un paese europeo ha bisogno di sfruttare al meglio tutte le opportunità che gli vengono concesse dal far parte dell’Unione europea.

 

“Porsi al di fuori dell’Ue – ha detto Draghi nel suo formidabile e molto politico discorso tenuto a Bologna a febbraio nel corso della consegna di una laurea honoris causa – può sì condurre a maggior indipendenza nelle politiche economiche, ma non necessariamente a una maggiore sovranità. Lo stesso argomento vale per l’appartenenza alla moneta unica. La maggior parte dei paesi, da soli, non potrebbero beneficiare della fatturazione delle loro importazioni nella loro valuta nazionale, il che esaspererebbe gli effetti inflazionistici nel caso di svalutazioni. Sarebbero inoltre più esposti agli spillover monetari dall’esterno che potrebbero condizionare l’autonomia della politica economica nazionale: primi tra tutti gli spillover della politica monetaria della Bce, come negli ultimi anni è peraltro accaduto alla Danimarca, alla Svezia, alla Svizzera e ai paesi dell’Europa centrale e orientale”.

 

Sintesi del messaggio: nel mondo di oggi le interconnessioni (tecnologiche, finanziarie, commerciali) sono così potenti che solo gli stati più grandi riescono a essere indipendenti e sovrani al tempo stesso, e neppure interamente.

 

Senso del messaggio: è l’Unione europea ad avere permesso agli stati membri di essere sovrani, e non il contrario, e in fondo il vero whatever it takes del presidente della Bce è stato questo: trasformare il mercato comune in mercato unico, coniugare concorrenza e livelli, unici al mondo, di tutela dei consumatori e di previdenza sociale, dimostrare che la rimozione delle barriere al commercio avrebbe attirato investimenti creando più posti di lavoro e fare di tutto per difendere l’Europa da coloro che la volevano distruggere.

 

Non è sufficiente per dare all’Europa un futuro ma era necessario per sperare di dargliene uno. Per sconfiggere i sovranisti, in fondo, basterebbe partire da qui.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.