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Contro la retorica sui cervelli in fuga

Claudio Cerasa

"La mia formazione è italiana", la risposta di Alessio Figalli è una sberla contro l’indignazione collettiva dei professionisti del piagnisteo. Il cosmopolitismo è un regalo offerto ai nostri figli dalla società aperta

Fuga o movimento? La storia dell’importante premio assegnato ad Alessio Figalli per i suoi studi in matematica ha prodotto nella testa dell’Indignato collettivo un sentimento a due facce. Da una parte, l’orgoglio di aver un italiano premiato con l’equivalente del premio Nobel per la matematica. Dall’altra parte, lo sconforto di avere un italiano premiato “fuggito” dall’Italia.

 

In tutte le festose interviste concesse ieri, Figalli si è ritrovato a rispondere a domande sul “dramma” della fuga dei cervelli ma con abilità il trentaquattrenne romano ha fatto quello che nessuno è riuscito a fare fino in fondo: non criticare l’Italia per non essere riuscita a trattenerlo, ma elogiare l’Italia per la formazione che gli ha dato. Domanda del Messaggero: “C’è qualcosa di italiano in questo premio?”. Risposta: “Sì, la mia formazione è italiana. E aver vinto dimostra che il nostro paese riesce a formare. Quindi credo che questo mio riconoscimento sia una bella soddisfazione anche per l’Italia”. La risposta di Figalli è una sberla contro l’indignazione collettiva dei professionisti del piagnisteo e ci dà l’occasione di smontare la retorica vuota della fuga dei cervelli con l’unico antidoto possibile: l’esaltazione del nostro magnifico spirito cosmopolita. Il tema del cosmopolitismo appassiona forse più la generazione dei ragazzi che hanno avuto la fortuna di crescere nello spazio libero della globalizzazione europea, ma senza capire che un giovane che si sposta da un’area all’altra dell’Ue è in movimento e non in fuga anche i genitori continueranno a cadere come delle pere nei tranelli del linguaggio del rancore.

Non esiste un tema di cervelli in fuga sia per una ragione culturale sia per una statistica. La ragione culturale riguarda la nostra identità per così dire globale che non può che considerare un punto di forza della contemporaneità avere un mercato del lavoro che crea opportunità anche al di fuori del perimetro del proprio paese, e in un mondo globalizzato produrre talenti appetibili capaci di essere persino ambasciatori della bellezza del proprio paese in giro per il mondo dovrebbe essere un punto di forza del sistema e non un punto di debolezza. Ma se vogliamo essere ancora più precisi la ragione per cui l’orgoglio cosmopolita è considerato dall’opinione pubblica italiana come un non tema è legata al modo distorto con cui molti di noi osservano il rapporto tra lo stato e i nostri figli: se lo stato è come una famiglia, un figlio che si allontana troppo diventa come un mancato adempimento dello stato matrigno. Guido Tintori, un bravo studioso e docente universitario italiano, qualche anno fa ha prodotto una buona ricerca utile a sfatare alcuni tabù sulla fuga dei cervelli (“Emigration from Italy After the Crisis: The Shortcomings of the Brain Drain Narrative”).

 

Vediamola per punti.

 

Primo: non è vero che i ragazzi che “scappano” dall’Italia sono sempre laureati (la percentuale di coloro che emigrano senza un diploma di scuola secondaria è oltre il 60 per cento e in termini comparativi l’Italia non esporta più laureati di Germania, Francia o Regno Unito).

 

Punto numero due: il basso tasso di emigrazione non è segno di benessere ma di poca integrazione con il resto del mondo, e l’emigrazione dall’Italia per fortuna non presenta anomalie rispetto ai principali paesi europei (nel 2016, sono 157 mila gli italiani emigrati secondo l’Istat, gli emigrati dalla Germania, dato 2015, sono stati 347.200, dalla Francia 298 mila, dal Regno Unito 299.200).

 

Punto numero tre: è vero che l’Italia potrebbe fare di più per attrarre talenti dall’estero ma non è vero che in Italia il tasso di ritorno degli emigrati sia diverso rispetto ai grandi paesi europei (sia l’Italia, sia la Spagna sia la Germania hanno un tasso inferiore al 10 per cento).

 

L’ultimo dato utile a smentire l’allarmismo sulla fuga dei cervelli ce lo offre l’Istat in un rapporto presentato a maggio sulle immigrazioni degli italiani: è vero che gli emigrati italiani con alto livello di istruzione sono in aumento (19 mila nel 2013, 25 mila nel 2016) ma è vero anche che per parlare di fuga dei cervelli “sarebbe indispensabile misurare anche il livello di istruzione degli stranieri che immigrano” e dato che “questa misura al momento non è disponibile” parlare di un’emergenza di cervelli che scappano è una fake news perché non è dimostrabile. Il punto non è la fuga ma è il movimento. E’ saper riconoscere il cosmopolitismo ed è sapere applaudire campioni come Alessio Figalli che ci ricordano ogni giorno che l’identità globale non è un dramma mondiale, ma è il più grande regalo che la società aperta potesse fare ai nostri figli.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.