Gli intenti sono discutibili, ma abolire il valore legale della laurea è una buona idea

Antonio Gurrado

Il governo gialloverde riprende, con modi e toni diversi, l'idea che fu di Luigi Einaudi. Forse servirà a capire che l’Italia è la nazione con la più alta percentuale di laureati analfabeti

Sarà vero che lo spirito soffia dove vuole se questo governo gialloverde finirà per realizzare l’auspicio espresso da Luigi Einaudi sessant’anni fa: l’abolizione del valore legale della laurea. Un veleno, secondo Einaudi, i cui effetti “sono di irrigidimento del meccanismo sociale, di formazione di un regime corporativo, di caste l’una dell’altra invidiosa, ciascuna intenta ad impedire all’altra di lavorare diversamente da quel che è scritto nelle leggi e nei regolamenti; e tutte intente a cercare occupazione, salari, stipendi là dove non si possono ottenere e cioè nei vincoli posti alla libertà di agire degli uomini”.

 

I toni odierni sono meno aulici, e meno elevati forse anche gl’intenti dei loro autori: la proposta grillina di non includere il voto di laurea fra i requisiti dei concorsi pubblici si basa sul principio espresso da Carlo Sibilia, aiutare la ggente ovvero “i giovani che necessitano di una riforma che garantisca la possibilità di accedere ai pochissimi e sempre più rari concorsi pubblici senza discriminazione di sorta”; mentre da un articolo di Barbara Acquaviti sul Messaggero apprendo che già cinque anni fa il leghista Paolo Grimoldi depositò una proposta analoga perché “diversi atenei, soprattutto meridionali, offrono un servizio nettamente inferiore alla media”.

 

Niente Einaudi dunque, niente liberalismo bensì da un lato assistenzialismo venato di uno-vale-uno, dall’altro desiderio di tutelare delle fantomatiche “Università del Nord”. E allora? Basterà il processo alle intenzioni ad affossare una buona idea che circola da più di mezzo secolo, e che non attecchisce in questa nazione di santi, poeti e dottori? Anche gl’intenti di chi aveva istituito il valore legale della laurea erano ottimi, nonostante i risultati pessimi; può darsi che a intenti discutibili corrispondano in questo caso risultati sorprendenti. Trascurare il voto rispetto alle capacità potrebbe essere l’occasione per accorgersi finalmente che la disparità fra atenei è tale da giustificare la chiusura di quelli che Raffaele Cantone chiamò zavorra; che moltissimi esami se non interi corsi di laurea sono imbastiti attorno a equilibrismi necessari alla distribuzione di cattedre anziché alla costruzione di competenze; e che, nonostante le prefiche del diritto allo studio, l’Italia non è tanto la nazione con la più bassa percentuale di laureati quanto quella con la più alta percentuale di laureati analfabeti.

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