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Gli intenti sono discutibili, ma abolire il valore legale della laurea è una buona idea

Il governo gialloverde riprende, con modi e toni diversi, l'idea che fu di Luigi Einaudi. Forse servirà a capire che l’Italia è la nazione con la più alta percentuale di laureati analfabeti

3 Ottobre 2018 alle 14:50

Gli intenti sono discutibili, ma abolire il valore legale della laurea è una buona idea

Foto Pixabay

Sarà vero che lo spirito soffia dove vuole se questo governo gialloverde finirà per realizzare l’auspicio espresso da Luigi Einaudi sessant’anni fa: l’abolizione del valore legale della laurea. Un veleno, secondo Einaudi, i cui effetti “sono di irrigidimento del meccanismo sociale, di formazione di un regime corporativo, di caste l’una dell’altra invidiosa, ciascuna intenta ad impedire all’altra di lavorare diversamente da quel che è scritto nelle leggi e nei regolamenti; e tutte intente a cercare occupazione, salari, stipendi là dove non si possono ottenere e cioè nei vincoli posti alla libertà di agire degli uomini”.

 

I toni odierni sono meno aulici, e meno elevati forse anche gl’intenti dei loro autori: la proposta grillina di non includere il voto di laurea fra i requisiti dei concorsi pubblici si basa sul principio espresso da Carlo Sibilia, aiutare la ggente ovvero “i giovani che necessitano di una riforma che garantisca la possibilità di accedere ai pochissimi e sempre più rari concorsi pubblici senza discriminazione di sorta”; mentre da un articolo di Barbara Acquaviti sul Messaggero apprendo che già cinque anni fa il leghista Paolo Grimoldi depositò una proposta analoga perché “diversi atenei, soprattutto meridionali, offrono un servizio nettamente inferiore alla media”.

 

Niente Einaudi dunque, niente liberalismo bensì da un lato assistenzialismo venato di uno-vale-uno, dall’altro desiderio di tutelare delle fantomatiche “Università del Nord”. E allora? Basterà il processo alle intenzioni ad affossare una buona idea che circola da più di mezzo secolo, e che non attecchisce in questa nazione di santi, poeti e dottori? Anche gl’intenti di chi aveva istituito il valore legale della laurea erano ottimi, nonostante i risultati pessimi; può darsi che a intenti discutibili corrispondano in questo caso risultati sorprendenti. Trascurare il voto rispetto alle capacità potrebbe essere l’occasione per accorgersi finalmente che la disparità fra atenei è tale da giustificare la chiusura di quelli che Raffaele Cantone chiamò zavorra; che moltissimi esami se non interi corsi di laurea sono imbastiti attorno a equilibrismi necessari alla distribuzione di cattedre anziché alla costruzione di competenze; e che, nonostante le prefiche del diritto allo studio, l’Italia non è tanto la nazione con la più bassa percentuale di laureati quanto quella con la più alta percentuale di laureati analfabeti.

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Commenti all'articolo

  • luigi.desa

    03 Ottobre 2018 - 19:07

    Scelta squisitamente liberale e poi se c'è l'esame di stato per essere ammessi alla professione e lo superi induvelè il problema, anche se hai frequentato la stessa università del del Trota Bossi .

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  • niky lismo

    03 Ottobre 2018 - 19:07

    Il ragionamento è del tutto logico e convincente, perciò non avrà esito. Aggiungo che il meccanismo (di istruzione?) descritto in riferimento alle università è pienamente corrispondente a quello attuato nella scuola: essa insegna (?), valuta, promuove unicamente in base alle esigenze della scuola stessa (numero di alunni iscritti, docenti assegnati, sedi e plessi aggiuntivi, etc.)

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  • albertoxmura

    03 Ottobre 2018 - 15:03

    In linea di principio sono d'accordo con Einaudi. Tuttavia, occorre guardare anche al contesto in cui i principi sono applicati. In Italia c'è la cultura del pezzo di carta e sorgerebbero come i funghi finte università che rilascerebbero titoli in vambio di denaro, non più distinguibili da quelli ufficiali. Inoltre nei concorsi pubblici non sarebbe più richiesta la laurea, a qualunque livello. Avremmo dirigenti che non hanno mai frequentato l'università. Infine, per le materie professionali, gli attuali esami di stato (medicina, ingengneria ecc.) presuppongoo il possesso di una laurea regolare. Sarebbe facile (con imbrogli, ma non solo) superarli senza aver seguito un regolare corso di laurea. Così medici non laureati potrebbero diventare (con l'aiuto dei politici) primari, operare in sala operatoria e via dicendo. Megio evitare esperimenti del genere.

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    • Dario

      Dario

      04 Ottobre 2018 - 09:09

      Perché non si dovrebbe più chiedere la laurea nei concorsi pubblici (perché il problema è tutto lì: il privato già ora può scegliere tra un laureato alla Normale e uno all'università Pinco Palla)? La laurea resterebbe un requisito, dopodiché si giudicano le prove di concorso e il curriculum.

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