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Gli eredi di Marchionne

Hanno meno di sessant’anni, hanno dato alle loro imprese una rilevanza internazionale, sono di casa a Londra e New York più che nei salotti romani. Come l’uomo guida di Fca. Chi sono e che fanno i manager e gli imprenditori che rappresentano al meglio l’italianità

27 Agosto 2018 alle 14:03

Gli eredi di Marchionne

Sergio Marchionne (foto LaPresse)

Quando improvvisamente Sergio Marchionne è venuto a mancare, tutti hanno pensato, oltre al dolore per la dipartita e le divisioni su una figura così atipica, alla successione. Sistemata quella, alla Fca, viene però da chiedersi quali siano le figure di manager e/o imprenditori che rappresentano l’Italia. Eccone una carrellata, che non ambisce a essere comprensiva: tra plausibili e meno plausibili, alcuni più fantasiosi, famosi e meno, tutti accomunati però dall’aver meno di sessant’anni, dal rappresentare l’eccellenza nel proprio settore, e aver rilevanza non solo italiana ma internazionale. Rispetto alla generazione precedente dei Romiti, per esempio, questi cinquantenni sono vagamente diversi: parlano le lingue, sono di casa a Londra e New York più che a Roma, non frequentano salotti (qualcuno, quelli televisivi), guardano generalmente alla Borsa sia come pubblico di riferimento che come exit possibile per le loro imprese. Hanno un orizzonte internazionale e spesso hanno fatto un passaggio a McKinsey, la società di consulenza che spesso funziona come scuola e poi club di appartenenza.

  

Scuola McKinsey, ex capo mondiale di Vodafone, Vittorio Colao è forse il manager italiano ed europeo più blasonato

Risponde a questo profilo per esempio un manager che è stato seriamente contattato per la successione a Marchionne, Vittorio Colao, bresciano, 56 anni, ex capo mondiale di Vodafone. Mamma contessa, scuola McKinsey, tradizione bresciana di “never explain, never complain”, è forse il manager italiano ed europeo su piazza più blasonato. Ha lasciato il gruppo inglese a maggio dopo averlo guidato nella sua branch italiana quando si chiamava ancora Omnitel e una toccata e fuga a Rcs (2004-2006). Una fonte che lo conosce bene dice al Foglio che molto prima dei giorni che precedettero la dipartita di Marchionne fu sondato dalla famiglia Elkann per una successione, ma ha opposto un fermo diniego, non solo per non avere alcuna esperienza nel settore auto (neanche Marchionne ce l’aveva) ma perché dopo aver guidato un colosso internazionale con sede a Londra, l’idea di tornare a guidare un gruppo a trazione italiana pur se internazionale non lo avrebbe sfiorato nemmeno.

  

Da Colao discendono altri due nomi che vanno in su e in giù: da una parte Corrado Passera, il risanatore di Poste, già assistente di CDB. Passera incrocia un po’ tutti i blasoni del capitalismo italiano (la sua famiglia possiede l’hotel Villa d’Este dove si tengono i Bilderberg nostrani, gli incontri di Cernobbio di Ambrosetti); recentemente Passera, che aveva invano tentato di creare una cordata per rilevare il Monte dei Paschi, ha raccolto seicento milioni e rilevato con una sua società la Banca Intermobiliare tornando a fare il banchiere; mentre la compagna Giovanna Salza si è lanciata nel business del pet food con Cà Zampa, una startup appena lanciata che si occuperà di punti vendita nei centri commerciali dedicati alla salute e al cibo, “la toelettatura, l’ospitalità, l’addestramento e il ricovero di animali; la vendita di oggetti e beni, anche alimentari e farmaceutici, relativi alla cura di animali di piccola taglia; l’organizzazione e la gestione di eventi e di manifestazioni di aggiornamento professionale in materia di medicina veterinaria”.

  

Corrado Passera, il risanatore di Poste, è tornato a fare il banchiere. Aldo Bisio: la passione dei numeri e dei giornali

Sempre rimanendo in ambito olivettiano, un altro manager solido è Aldo Bisio, cinquantenne ad di Vodafone Italia. Ha la passione dell’arrampicata, dei numeri, e dei giornali. Liceo classico, poi Ingegneria, poi la “solita” McKinsey, Bisio è stato anche direttore generale di Rcs Quotidiani, prima della grande crisi. E’ vero dunque che la carta, come ha detto il ceo del New York Times, sopravvivrà solo altri dieci anni? “Mah”, dice Bisio. “Fra dieci anni ci saranno ancora i giornali, direi. E’ fra trenta che non saprei”. “I magazine sono quelli che soffrono di più. Soprattutto quelli generalisti”. Ha fatto anche lui un passaggio in Rcs quotidiani, prima della grande crisi. Gli piacciono, i media. “Il paradosso è che la domanda di informazione c’è, anzi ce n’è più di prima” , ha detto al Foglio. “E’ una domanda che si è modificata, ma non è che si è spenta. E’ l’offerta che fa fatica a intercettarla. E’ come nel nostro settore. I bisogni ci sono, ma sono molto più articolati e frammentati di prima. Il digitale offre enormi opportunità per personalizzare i contenuti”. E ancora: “in questo il settore dei media è simile al nostro; grande disintermediazione, grande difficoltà a indirizzare una domanda esplosiva. In tutti e due i campi c’è sovraccapacità”. Bisio non ama molto i social (“Ho un profilo Facebook ma non lo uso quasi mai. Ci si trovano due tipi di persone. O i miei amici che fanno foto dei piatti, e a me non interessa molto il cibo. Oppure quelli che polemizzano su qualunque cosa, ed è ancora peggio”). Preferisce Instagram, “lì metto un po’ di foto, soprattutto di sport” (è un furioso esperto di kite surfing e scalata, dall’Antartide alla Sicilia).

   

Restando nei media, una manager che ha avuto grandi risultati è Monica Mondardini, attualmente ad della Cir, la storica holding dell’Ingegnere. Che a giugno ha presentato ottimi conti (crescita dei ricavi del 4,9 per cento a 1,43 miliardi di euro, utile netto di 25,4 milioni). Mondardini arrivò al gruppo Espresso abbastanza in incognito (come Marchionne alla Fiat). 

   


Una mappa del nuovo potere. Editoria e media, food, moda e startup i settori più frequentati dagli attuali capitani dell’economia. La scuola McKinsey, i risanamenti, l’importanza dello storytelling


   

Monica Mondardini, ora vicepresidente di Gedi, la società bifronte che incorpora la Stampa e la Repubblica, secondo chi la conosce è “dura”, non stacca mai, “però quello che ti deve dire lo dice in faccia, i tagli li annuncia lei, non si fa scudo dietro il capo del personale”

Romagnola, del 1960, se fossimo nel mondo della canzonetta lei sarebbe la Tigre di Cesena, dopo l’Aquila di Ligonchio e la Pantera di Goro, ma Monica Mondardini, detta “la Monda”, non canta. Iperriservata, non frequenta, è invisibile, non canta quando a Repubblica succede di tutto e di più, la coabitazione, un vicedirettore che dopo qualche mese decide di andare a far politica e lei rimane esterrefatta e imbufalita, dicono. La “Monda”, che entrò all’Espresso e diventò boss di tutto l’impero debenedettiano, non canta neanche quando da amministratore delegato passa a vicepresidente di Gedi, la società bifronte che incorpora la Stampa e la Repubblica (ad aprile, ceo diventa Laura Cioli, ex Rcs). Proprio lei, la Monda, che pure veniva dai numeri (laurea in Scienze statistiche ed economiche) ma che dei giornali aveva fatto presto a innamorarsi. “Ha la malattia”, ci dissero, nel senso della malattia dei giornali, ed era stata proprio lei l’artefice della fusione tra Repubblica e Stampa. Missione compiuta, quindi. La Monda secondo chi la conosce è “dura”, “molto diretta”, non stacca mai, “mangia una fetta di prosciutto o un cracker alla scrivania, non esce dall’ufficio per pranzo”. “Però quello che ti deve dire lo dice in faccia, i tagli li annuncia lei, non si fa scudo dietro il capo del personale, sta a negoziare fino alle quattro di mattina coi sindacati”. Fuma tanto (come Marchionne: a proposito, il suo nome saltò fuori nei mesi scorsi per la successione a Torino, ma lei smentì: “L’amministratore delegato Monica Mondardini è molto soddisfatta per l’operazione che ha portato inizialmente Fca e poi Exor a diventare azioniste del gruppo Gedi, ma ogni ipotesi su un suo futuro professionale in Fca è destituita di fondamento”, disse una rara nota). Politicamente è moderata di area liberale cattolica. Non ha la patente, quindi ha un’Audi con l’autista (che a Milano è parcheggiata accanto alla Smart scalcagnata del presidente Cir Rodolfo De Benedetti, noto pauperista automobilistico), le piacciono molto le scarpe, le aziende (ha una mentalità più da imprenditrice che da manager, si appassiona ai prodotti, specialmente al design e alla moda italiana) e appena può torna a Madrid o Parigi dove ha lavorato e mietuto allori. Odia segretamente le infografiche. Sotto la corazza manageriale, è capace di inaspettata ironia.

     

Meno nota, ma molto considerata all’estero e soprattutto in Silicon Valley è Paola Bonomo, “business angel” cioè finanziatrice di startup. Dal 2009 Paola è socia di Italian Angels for Growth, all’interno del quale investe in startup tecnologiche e segue le opportunità di investimento in ambito digitale. E’ stata capa di Facebook e di eBay per l’Europa del Sud, siede nei consigli di amministrazione di Axa Assicurazioni e di Piquadro. Soprattutto è presidente dello Stanford Club Italia, è insomma una specie di ambasciatrice della università principale della Silicon Valley in Italia.

  

Un altro italiano “di peso” nella Silicon Valley ma poco noto in Italia è Paolo Bergamo, senior vice president globale di Salesforce, la più grande azienda al mondo di software per il commercio (10 miliardi di fatturato annuo). E poi c’è il siliconvallico-bresciano Davide Dattoli. Se fossimo in Silicon Valley sarebbe nato in un garage, ma siccome siamo pur sempre in Italia è venuto su in un ristorante. A Brescia, poi, invece che Palo Alto. Ventotto anni, Dattoli è il fondatore o meglio founder di Talent Garden, la più vasta rete di coworking europea, dove per coworking si intendono quelle moderne botteghe rinascimentali dove c’è l’equivalente dell’artigiano, del fabbro, dello scalpellino, tutto però naturalmente digitale e virtuale, e ci si incuba e ci si contamina tra startup e professionisti, sognando di “scalare” e diventare il nuovo Facebook. Dattoli, figlio di un ristoratore bresciano, mixa la narrativa da start-up con quella di Masterchef – il locale della famiglia vede tra i soci anche Iginio Massari, pasticcere nazionale televisivo. Gli spazi di Talent Garden aprono in continuazione, tra gli ultimi Copenhagen e Vienna. “Le stime prevedono che i coworking costituiranno nei prossimi anni il 30 per cento degli spazi lavorativi nel mondo”, ha detto al Foglio. “Il tema vero però è che ognuno comincerà a specializzarsi. Il mondo del coworking diventerà come quello degli hotel, cioè puoi avere il cinque stelle ma anche la pensione della signora Maria. Noi non puntiamo ad avere tantissimi spazi, ma alla selezione, con un focus sul digitale”. Negli spazi di Talent Garden hanno aperto realtà come Deliveroo, MyTaxy, Uber. A San Francisco, dove Dattoli va spesso, imperversa Wework, colosso da 200 centri e 20 miliardi di valore, ormai con tentacoli in ogni angolo d’America. E’ chiaramente il suo modello da seguire. A San Francisco Dattoli è in prima fila per aprire insieme a Cassa depositi e prestiti un centro di innovazione che faccia da “garage” alle startup italiane insieme al Consolato e all’Ice. Dattoli sa infatti dialogare bene con pubblico e privato (viene dalla città dei Martinazzoli e dei Montini, in fondo, e la sua rete di contatti va da Di Maio a John Elkann a Peter Thiel. Ma non disdegna poteri più old come quello delle Fondazioni bancarie). Ha la passione della montagna.

 

Molto considerata all’estero e soprattutto in Silicon Valley è Paola Bonomo, finanziatrice di startup. Altro italiano “di peso” nella Silicon Valley è Paolo Bergamo, senior vice president globale di Salesforce. E poi c’è Davide Dattoli, fondatore di Talent Garden, la più vasta rete di coworking europea

Uno dei settori più importanti dell’industria italiana è com’è ovvio la moda. E anche qui, rispetto a una ventina d’anni fa, i protagonisti sono cambiati. Alcuni hanno venduto (come Fendi o Gucci), altri pur rimanendo nella aristocrazia del made in Italy hanno lasciato spazio e rilevanza a una nuova catena alimentare alla cui piramide c’è lei, Miuccia Prada. Ha appena compiuto settant’anni, ed è la signora di Milano su cui torreggia con le sue torri: se la regina di Milano degli anni Sessanta era Anna Bonomi Bolchini coi suoi cinquemila appartamenti e la proprietà del Pirellone, “la Miuccia” ha disseminato Milano sud delle torri della sua Fondazione. Aspira alla verticalità, col torrione dell’ex fabbrica di liquori trasformata in museo, tutta laccata in foglia oro come un alambicco o una torre segnaletica per chi arriva in città e sogna di fare i soldi: sembra il deposito di zio Paperone. Accanto, è appena stata completata l’altra torre, quella dell’architetto di corte Rem Koolhaas, che ha messo su un parallelepipedo che sembra un po’ una pastamatic, e in coppa c’è un ristorante dove si mangia la cotoletta più panoramica di Milano (e le prese Usb accanto ai tavoli, perché la Miuccia è milanese dunque pratica). La storia di Miuccia Prada è iniziata nel 1913, ben prima della sua nascita, quando suo nonno Mario aprì un negozio in galleria Vittorio Emanuele II a Milano: non di pelletteria come si vorrebbe ma piuttosto di sfizi coloniali, di bauli e nécessaire dannunziani – di pelle di elefante, tricheco, serpente e alligatore. E lei lì lei ha voluto aprire oggi una succursalina della sua Fondazione, “Osservatorio”, nel punto più alto della galleria, tanto per ricordare che insomma lei vive e regna non solo nella periferia postindustriale ma anche nel salotto come si dice della città.

 

Il 2018 è un anno pieno di anniversari per la gran sciura dei dané (come chiamavano Anna Bonomi): nel 1978 subentrò alla madre alla guida dell’azienda; l’anno prima aveva incontrato Patrizio Bertelli, suo compagno, futuro marito, padre dei figli Giulio e Lorenzo. Fu lui a spingerla a disegnare la sua prima collezione, nel 1988, l’anno dopo il loro matrimonio. Come Anna Bonomi che amava circondarsi solo di prodotti “di casa”, possedendo la Mira Lanza (saponi), la Durban’s (dentifrici), il marchio Rimmel (trucchi) e il Lyso Form (detersivi), anche la Miuccia compra talvolta trophy asset da tinello, tipo la pasticceria Marchesi. 

 


L’influenza culturale di Miuccia Prada, signora di Milano. La “Amazon della moda” fondata da Federico Marchetti in un garage. L’entusiasmo americano di Oscar Farinetti. Andrea Guerra, un manager per tutte le ultime stagioni. Daniele Ferrero e il rilancio del cioccolato. I campioni dell’automotive


  

Sono trent’anni che Prada interpreta Milano, anche quando Milano non tirava tanto come adesso. Per questo la città dovrebbe farle un monumento, se non se lo fosse già fatto da sola con la Fondazione. Chiara Ferragni è considerata la influencer numero uno nella lista di Forbes. Adesso però ha deciso di monetizzare

E mette solo capetti Prada, oppure si fa disegnare qualcosa solo per sé, “ma poi in azienda vengono notati e subito messi in produzione”, ha detto a Silvia Nucini su Vanity Fair. Negli anni Prada (intesa come Miuccia e il marito) ha fatto anche errori (diversificazioni, strategie di crescita) e finanziariamente ha avuto anni traballanti, ma in agosto ha tirato fuori dati buoni: i ricavi sono cresciuti del 9 per cento 1,535 miliardi e gli utili dell’11 per cento a 106 milioni. Il gruppo sta vivendo una fase di rilancio anche strategico e dinastico: da settembre il figlio Lorenzo è diventato capo dell’area della comunicazione digitale, mossa che molti vedono come primo passo verso la successione. Laureato in Filosofia, un passato nelle corse di rally, Bertelli era stato tenuto lontano dai riflettori. La sciura Miuccia intanto continua a guardare avanti: a novembre ci sarà la seconda edizione del programma “Shaping a Future” in collaborazione con Yale School of Management e Politecnico di Milano School of Management. L’incontro – ovviamente “in” fondazione Prada – è intitolato “Shaping a Sustainable Digital Future”. E’ l’ennesima conferma dell’influenza culturale della signora: oltre che il trionfo dell’estetica del brutto-che-piace, del sintetico, del nero, del vestiario da laboriosità piccolo-borghesi-globali; insomma di Milano, che Prada ha interpretato da trent’anni, anche quando Milano non tirava tanto come adesso, nella delicata fase post Tangentopoli, prima dell’Expo e del Milano pride. Per questo la città dovrebbe farle un monumento, se non se lo fosse già fatto da sola con la Fondazione.

 

Per rimanere nella moda, c’è Chiara Ferragni: nome che potrebbe suonare stonato a chi la considera poco più che un’icona frivola (tapini). 11,6 milioni di follower su Instagram, 500.000 visitatori unici ogni mese sul suo blog (il celebre The Blonde Salade, nato un anno prima della stessa Instagram), è considerata la influencer numero uno nella lista Top Influencers di Forbes. Adesso però (anzi da mò) ha deciso di monetizzare: così, a parte le campagne e le collaborazioni – ultime quelle con Pomellato e Lancome, che l’hanno resa “ambasciatrice” del marchi nel mondo – ha lanciato i suoi negozi monomarca: uno a Milano, due in Cina, e proprio in Cina ha intenzione di intensificare la presenza nei prossimi anni. L’azienda ha siglato una partnership con il gruppo asiatico Riqing per aprire 35 monomarca, dopo l’apertura di una boutique a Shanghai. Per accelerare l’espansione in territorio cinese, il brand ha anche debuttato di recente sulla piattaforma Tmail di Alibaba, il maggiore sito di e-commerce del paese. Il marchio Chiara Ferragni Collection vende già in 400 negozi nel mondo. E forse queste cifre convinceranno al ripensamento chi considera Ferragni come “quella che si fa i selfie”.

 

Nome in grande ascesa è quello di Federico Marchetti, 49 anni, che ha lanciato forse l’unica startup italiana che abbia fatto una exit degna di questo nome: la sua Yoox, nata nel 2000. Figlio di un dipendente della Fiat e di una della Sip, negli anni Duemila fonda nel suo garage a Casalecchio di Reno la “Amazon della moda”, che prima si fonde con la rivale americana Net-a-Porter e poi vende nel 2015 al colosso del lusso Richemont (quello della Swatch) per 5 miliardi di euro. Marchetti è l’unico italiano della sua generazione ad avere un profilo davvero siliconvallico (il garage, appunto, ma anche la “messa a sistema” di una rete di eccellenze: hanno investito su di lui Elserino Piol, il genio dell’Olivetti, e Renzo Rosso di Diesel. Mentre lui ha investito su Brunello Cucinelli).

 

Altro nome da esportazione è quello di Pietro Beccari, cinquantenne, parmense, calciatore mancato: gioca in serie C, ma ha in mente un piano B. Arrigo Sacchi gli disse un giorno: “Ti dico la verità, Beccari, non è che io ti veda tanto, in futuro, come calciatore professionista”. A Marianna Rizzini ha detto che il calcio “insegna l’autodisciplina: nulla ti arriva facile. E poi ti insegna che da soli non si vince: inutile far fuori tutti nella corsa verso il potere. Con chi la giochi la partita?”. Lui se la gioca in Parmalat a New York (prima degli scandali), poi a Düsseldorf nella Henkel, poi a Parigi ai vertici di Vuitton. “Creativi si diventa lavorando”, ha detto Beccari, convinto che “il talento non si possa lasciare allo stato brado: puoi improvvisare solo se sei già organizzato”. Con questa convinzione è arrivato alla maison Fendi e poi a Dior.

 

Anche Remo Ruffini, cinquantasei anni, ha un profilo internazionale ma un orizzonte estetico molto italiano. Nel 2002 ha rilevato Moncler, brand caro ai paninari negli anni Ottanta e poi offuscato, e l’ha trasformato in un marchio di lusso appetibile globalmente. Ruffini ha una storia tra Vanzina e il sogno americano: non brillantissimo a scuola, scappa a New York dopo la sofferta maturità, lì si “inventa” un marchio americano, Old England, di camicie botton down e pantaloni kaki, in un immaginario wasp-kennediano (andò molto bene, poi rivendette tutto perché “volevo una storia vera”, dice. E si compra Moncler).

 

Dopo la moda, il cibo

Se tra i vecchi imperi industriali rimangono i Barilla e i Ferrero, la stirpe super riservata piemontese che ha inventato la Nutella e il riserbo, i “nuovi” gravitano attorno a Oscar Farinetti, sicuramente la figura di riferimento nel food degli ultimi vent’anni, ideatore anche dello storytelling cibario odierno. A Farinetti l’Expo è piaciuto talmente tanto che se n’è fatto uno tutto per sé. Arrivare a Bologna e filare verso il FICO-Fabbrica Italiana Contadina (che nome!), il suo nuovo regno, la sua Disneyland alimentare, il suo regno dove non tramonta mai il chilometro zero, spiega molto del personaggio. Un’immensa Ikea a filiera corta, circondata da campi, e con animali di tutte le specie che stanno lì a raccontare l’Italian style, muggendo. Sull’immensa superficie, strappata all’università di Agraria, inutilizzata, ripristinata con fondi privati (Farinetti è maestro anche nel ripristino degli spazi urbani), sulle pareti delle “giostre digitali” in pieno stile Expo, appaiono piccoli musei virtuali – in uno si spiegano tutte le specie degli animali domestici, in un altro scorrono immagini di peperoni giganti, in un altro ancora una telecamera riprende senza sosta una typical Italian mamma che prepara un tortellino (film prodotti dal Centro sperimentale di cinematografia con la supervisione di Maurizio Nichetti). Se ci fosse il Nobel per lo storytelling, a Farinetti bisognerebbe subito darglielo, solo lui poteva concepire un luogo così americano in mezzo alla Pianura padana, dove il suo ottimismo commerciale si materializza tra le nebbie di un paese di rosiconi e protestatari.

 

E infatti poi gli americani si stupiscono che Eataly esista “perfino” in Italia. “Vedi quel mulino? Quindici quintali al giorno di pane, dieci quintali al giorno di pasta, ah, che buono l’odore della farina, mio papà aveva il pastificio, come mio nonno, poi ha aperto una torrefazione che ha chiamato Unieuro, era il tempo dei Trattati di Roma, il sogno dell’Europa”, dice. E’ un Mike Bongiorno, ha il sole in tasca, o un tortellino. “Ah, il tortellino!! Piiiccolo, come un ombelico (Farinetti sogna), a Modena dicono che l’hanno inventato loro e il ripieno dev’essere di prosciutto, a Bologna dicono che l’hanno inventato loro e il ripieno dev’essere di mortadella. A Reggio Emilia dicono che l’hanno inventato loro e dev’essere delle tre carni e si chiama cappelletto! Quando mi chiedono qual è il prodotto che spiega al meglio la biodiversità italiana io non ho dubbi: il tortellino. E’ fantastico!”. Farinetti che già sogna altri campi (l’auto elettrica, i vestiti eco-compatibili) e la sua exit. Starebbe pensando di quotare la sua Eataly in Borsa, e lanciarsi in un altro settore, come già fece con Unieuro nel 2002 incassando mezzo miliardo di euro. Eataly, criticata spesso per i suoi bilanci (come le primarie startup siliconvalliche, spesso la narrativa prevale sui bilanci), oggi va bene, ha fatto un milione di utile contro il rosso pesante dell’anno precedente, quindi sarebbe anche il momento buono. Grazie anche ad Andrea Guerra, capo esecutivo del gruppo, il manager italiano per tutte le ultime stagioni: è passato per i più bei nomi industriali italiani (e no). Inizia negli alberghi, diventando capo marketing di Marriott. Poi va alla Merloni dove diventa amministratore delegato (come lo è stato anche Bisio); poi il salto a Luxottica, il colosso degli occhiali di Leonardo Del Vecchio che lo lancia nell’empireo dei manager internazionali. A Luxottica attraversa le stagioni burrascose di un azionista diverso da tutti gli altri (Del Vecchio), che non sa decidersi tra un ruolo meramente di capofamiglia e quello gestionale. Guerra esce nel 2014 ma nel frattempo diventa “Senior strategic adviser for business, finance and industry”, insomma superconsigliere economico (gratuito e a chiamata) di Matteo Renzi. Poi Eataly: e chissà cosa ci sarà nel suo futuro.

  

Farinetti ha allevato non solo i migliori animali a terra, ma anche una nidiata di manager e imprenditori specializzati nel rilancio del made in Italy: uno meno noto rispetto alla superstar Guerra è Daniele Ferrero, l’uomo del rilancio di Venchi, uno dei marchi che campeggia in tutti gli Eataly (ma anche in stazioni, aeroporti, eccetera). Milanese, quarantottenne, poliglotta, ha preso una laurea in Economia al Trinity College di Cambridge e un Mba alla prestigiosa Insead: è passato anche lui per McKinsey (prima a Londra poi a Zurigo), parla le lingue e deve avere una passione per il cioccolato e per il rilancio di imprese decotte, oltre che nessuna parentela con la augusta dinastia di Alba. Nel 1997 rileva infatti la maggioranza del glorioso marchio piemontese insieme a Pietro Boroli della De Agostini. “Fino al 2007 abbiamo lavorato per creare una media azienda, fatturavamo 30 milioni, di cui il 95 per cento realizzato in Italia. Poi abbiamo capito che per crescere in un mercato maturo dovevamo cambiare modello di business e creare un nostro canale di vendite”, ha detto al Corriere. Ecco così che nel 2018, in coincidenza con i 140 anni del marchio fondato nel 1878, l’Italia è invasa di punti vendita Venchi: da Porta Nuova a Milano alla stazione Termini all’aeroporto di Fiumicino: punti vendita che siano “la quintessenza del made in Italy”, ha detto (in effetti, a Porta Nuova il negozio Venchi sta vicino a quello di Chiara Ferragni). “Con un’idea in più: oltre al cioccolato, offrire anche il gelato artigianale, per allungare la stagionalità dei prodotti e aggiungere un altro forte connotato di italianità, riconoscibile soprattutto all’estero”. Oggi i monomarca Venchi sono 88, di cui 47 in Italia, e l’obiettivo è arrivare a 100 milioni di fatturato annuo e un giorno andare in Borsa (obiettivo generale di questa nuova generazione di manager e imprenditori rispetto a quella passata). L’ispirazione è stata la belga Godiva, nata come pasticceria artigianale e diventata gigante del cioccolato di qualità. I modelli imprenditoriali di Ferrero invece sono Gianluigi Aponte, l’armatore di Msc Crociere, dove ha fatto uno stage a diciott’anni, e naturalmente Farinetti, “che ci ha aperto gli occhi sul made in Italy”, ha detto.

 

Un altro gruppo in forte crescita, pur in un settore già saturo come quello della grande distribuzione, è Conad, che ha registrato una crescita nel 2017 superiore alle attese. L’ad Francesco Pugliese ha chiuso l’ultimo esercizio con un fatturato di 13 miliardi di euro: 600 milioni in più rispetto all’anno precedente (+4,9 per cento). Tarantino di nascita ma residente a Parma, Pugliese è stato prima capo della divisione europea di Barilla, poi ad di Yomo e infine dal 2004 a Conad. Interessato alla dimensione sociale e politica d’impresa, di recente ha preso posizione contro il caporalato. “L’Italia è malata di omologazione, di mancanza di semplificazione, di farraginosità e burocrazia imperanti”, ha detto in un’intervista. “In più latita un’élite politica e culturale che sappia accompagnarla sulla strada dell’innovazione, della modernizzazione”.

 

LAltro nome da esportazione è quello di Pietro Beccari, cinquantenne, parmense, calciatore mancato: è arrivato alla maison Fendi e poi a Dior. Anche Remo Ruffini, cinquantasei anni, ha un profilo internazionale ma un orizzonte estetico molto italiano. Nel 2002 ha rilevato Moncler. Laura Panini, numero uno nella cartoleria

Sempre rimanendo in Emilia, una manager-imprenditrice che non ha a che fare col food ma che è molto radicata sul territorio è una signora emiliana con un cognome famoso, Laura Panini. Figlia di Franco, uno dei soci delle famose figurine (che la famiglia ha ceduto negli anni), si è reinventata e ha preso in mano la Franco Cosimo Panini trasformandola da piccola casa editrice di libri d’arte in numero uno nel settore dei diari scolastici. Centocinquanta dipendenti, trentacinque milioni di euro di fatturato di cui trenta solo dalla cartoleria (astucci, cartelle, e l’idea geniale di trasformare il giornale di fumetti Comix in un diario scolastico, che vende un milione e trecentomila copie l’anno). Diari e affini vanno benissimo. “Si chiama tecnicamente back to school, in Italia ci sono ancora 7-8.000 cartolerie oltre la grande distribuzione”, ha detto al Foglio. “Nei paesi, in provincia, si usa ancora molto la cartoleria. Di diari se ne vendono due milioni di pezzi l’anno”. Lei questo business se l’è inventato venticinque anni fa, quando hanno venduto le figurine. “Siamo un po’ matti, è vero, in famiglia. Quando i nostri genitori hanno venduto, abbiamo preso tanti soldi, ed era l’epoca che c’erano i Bot che rendevano a doppia cifra. Invece ci siamo buttati. Abbiamo anche fatto tanti errori, eh”. “Noi non abbiamo produzione, tutti gli accessori si fanno in Cina, ormai sono bravissimi, naturalmente facciamo un controllo ferreo sulla qualità”. Laura Panini ha 4 figli, due stanno a New York (“la provincia dopo un po’ è soffocante”, dice: ma si vede che non ci crede molto).

 

Ancora in Emilia, ci spostiamo nel triangolo Bologna-Modena-Reggio ovvero nella “motor valley”: concetto caro a Stefano Domenicali (1965), bolognese, presidente e ad della Lamborghini. L’anno scorso alla presenza dell’ambasciatore italiano Armando Varricchio ha firmato un programma di scambio tra i migliori talenti della Silicon e della Motor Valley (uno dei primi studenti che verranno a studiare in Italia è un giovane Mondavi, della famiglia del vino). Domenicali è stato anche direttore della gestione sportiva della Ferrari. Lamborghini rimane ancorata all’Emilia anche se passata da tempo nel gruppo Volkswagen. E rimanendo in tema automotive, sempre strategico per l’Italia, uomo Volkswagen è anche Luca De Meo, uno dei più stretti collaboratori di Marchionne e considerato “l’unico vero top manager italiano dell’auto insieme a Schillaci di Nissan e Carlucci di Toyota” dice al Foglio un esperto del ramo. De Meo, cinquantadue anni, milanese, bocconiano e poi “bocconiano dell’anno”, ha iniziato in Renault e poi Toyota e poi Fiat, dove è stato a capo dei marchi Lancia, Fiat e Alfa Romeo, poi ad di Abarth e capo marketing di tutta la Fiat. Marchionne arrivò che lui era già in azienda, lo promosse, e poi gli promise di farlo ad di tutti i marchi Fiat. Cosa che non successe e giustifica la fuoriuscita di De Meo nel 2009, che va a guidare il marketing della Audi. Quindi dalla capogruppo Vw è stato promosso a presidente della Seat. Non era – dicono fonti del Foglio – interessato a una successione in Fiat, poiché ha buone chances invece di ritagliarsi un ruolo di prestigio nella casa tedesca, che vive un momento di caos mai visto prima col “dieselgate” che sta stravolgendo le linee di comando: tre anni fa il ceo Martin Winterkorn si dimise per essere sostituito dall’ex capo della Porsche, Matthias Mueller. Mentre a giugno scorso il capo di Audi, Rupert Stadler, è stato addirittura arrestato.

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