Il vertice tra Cina e Laos del 2017 sul rilancio della Nuova Via della Seta (foto LaPresse)

Bye bye Fmi, gli emergenti preferiscono la “cintura” cinese

Eugenio Dacrema

Niente più piani di austerity, meglio la “One belt One road” di Pechino. Col rischio di passare dalla padella alla brace

Roma. C’era una volta un copione piuttosto ripetitivo che regolava le crisi monetarie in giro per il mondo. Iniziava con un periodo di credito facile e di bassi tassi di interesse nelle economie sviluppate che alimentavano la lievitazione dei budget nazionali di quelle in via di sviluppo. Queste spesso finivano per approfittarne serenamente, comprando consenso con debito estero facilmente sostenibile. Almeno all’apparenza. Presto o tardi seguiva infatti la fine della congiuntura positiva di credito facile, che spesso portava con sé i primi dubbi sulla solvibilità dei debiti esteri cumulati da alcuni paesi negli anni precedenti.

 

In questa fase bastava la caduta di una piccola foglia per scatenare la spirale: un piccolo evento, o una dichiarazione che confermasse i crescenti dubbi degli investitori, ed era fatta: la fuga dei capitali diventava incontrollabile, la valuta crollava, e l’inflazione decollava verso altezze siderali. Era a questo punto che di solito arrivava il Fondo monetario internazionale (Fmi). Il messaggio al paese in difficoltà era sempre lo stesso: “Io ti do i soldi per rimetterti in piedi. In cambio, tu fai la lista di riforme che io ti dico di fare”. Le liste si somigliavano più o meno tutte: tagli al settore pubblico, aumento delle tasse, rialzo dei tassi di interesse. In una parola: austerità.

 

Il Fmi rappresentava spesso una medicina amara. Sia per i governanti, costretti a fare riforme impopolare e a perderci le elezioni (nelle democrazie) o a rischiare ribellioni (nelle dittature), sia per la popolazione che per anni era costretta a convivere con alti tassi di disoccupazione, servizi in diminuzione e tasse più alte. C’era da dire, inoltre, che spesso la medicina, oltre che amara, si dimostrava anche poco efficace. L’austerità mirava a riportare la fiducia dei mercati sull’economia nazionale. Ma spesso queste misure, la quintessenza di quel Washington Consensus che costituiva l’impianto ideologico dell’egemonia occidentale, portavano a mancanza di investimenti e instabilità politica che poco si conciliavano col ritorno della fiducia e della crescita economica. Condannando spesso interi paesi a stagnazioni senza fine.

 

Che qualche problema ci fosse ultimamente l’ha riconosciuto il Fmi stesso. Nei suoi ultimi interventi ha infatti cercato di introdurre un principio di flessibilità delle misure e una maggiore comprensione per gli l’equilibri sociali dei paesi. Ma poco importa. Perché ancor più velocemente dei paradigmi economici che guidano il Fmi, quello che sta cambiando oggi è l’intero copione. E, soprattutto, i suoi principali protagonisti. Intendiamoci, la prima parte della storia regge ancora. L’economia internazionale continua ad avere i suoi momenti di credito facile seguiti da crescenti tassi di interesse, e molti regimi continuano a indebitarsi nei periodi di vacche grasse per poi scoprirsi a rischio insolvenza pochi anni dopo. Quello che sta cambiando è il finale, e questo grazie a un nuovo attore protagonista: la Cina.

 

Un aspetto interessante e poco discusso dell’ormai famoso piano di investimenti globale “One Belt One Road” (conosciuto anche come la “Nuova Via della Seta”), che in oltre 70 paesi mira a creare le infrastrutture necessarie per collegare via terra e via mare la Cina con l’Asia centrale, il Mediterraneo e l’Europa, è il modo in cui sta sconvolgendo le bilance dei pagamenti di molte nazioni coinvolte. Il debito estero di paesi come Laos e Kyrgyzstan supera ormai il 100 percento del pil e secondo gli analisti Turkmenistan e Mongolia sono ormai vicini all’insolvenza; Sri Lanka e Tajikistan sono riusciti ad arginare una crisi simile cedendo il controllo di alcune risorse strategiche (il porto di Hambantota e i diritti di sfruttamento delle miniere d’oro tagiko). Ciò che tutti questi paesi hanno in comune, oltre a un pesante debito estero di solito denominato in dollari, è il principale creditore: Pechino. I cinesi, infatti, in questi paesi finanziano parte delle monumentali infrastrutture previste dalla “One Belt One Road” e chiedono al governo locale di finanziare la parte restante. Quando, come spesso accade, quest’ultimo non ha la liquidità per farlo offrono linee di credito presso le proprie banche statali. E, quando quest’ultimo non è in grado di pagarne gli interessi, offrono un’opzione alternativa a un doloroso ricorso al Fmi: nuove linee di credito.

 

La Cina nella sua storia recente si è infatti fregiata di non chiedere mai condizioni e interventi che riguardino la politica interna dei singoli stati, al contrario delle istituzioni sponsorizzate dall’Occidente. Questo però significa spesso che, in assenza di qualunque aggiustamento strutturale, col passare del tempo i paesi indebitati con la Cina vedono crescere costantemente il proprio debito, di pari passo con la loro dipendenza economica (e politica) da Pechino. In fondo, che bisogno c’è di mandare truppe a fare guerre e proteggere risorse strategiche in paesi lontani come fanno Stati Uniti e Russia quando, semplicemente, questi paesi te li puoi lentamente comprare?

 

Per ora la strategia di Pechino si è vista all’opera solo con economie minori. Ma le cose potrebbero presto cambiare. Il Pakistan, paese di 193 milioni di abitanti, ha visto negli ultimi tre anni il proprio debito estero aumentare del 50 percento, tanto da far considerare agli analisti una crisi ormai imminente. Ma il nuovo governo di Imran Khan ha fatto sapere che, al contrario del passato, questa volta il suo paese non ricorrerà al Fmi, e a luglio le riserve di valuta del paese sono velocemente passate da 9 a 10,3 miliardi di dollari. Pochi dubitano dell’origine cinese di quei fondi. Il Pakistan, per la prima volta, ha scansato una crisi senza l’aiuto, e le condizioni, delle istituzioni simbolo del Washington Consensus. Naturalmente, debito e deficit restano e lievitano, diminuendo lo spazio di manovra fiscale del governo e aumentando la probabilità di una nuova crisi. Ma domani è un altro giorno.

 

Il nuovo multipolarismo mondiale passa anche dalla fine del monopolio occidentale sui prestatori di ultima istanza e dall’emergere di un nuovo copione per i paesi indebitati e le loro crisi. Che il nuovo copione alla lunga contenga un lieto fine più convincente del vecchio è però ancora tutto da vedere.

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