Foto di Oak Ridge National Laboratory via Flickr

Gli articoli sulle fughe dei ricercatori all'estero hanno rotto le balle

Mirko Volpi

“All’estero insegno, in Italia no” e altre generalizzazioni

Tra le tradizionali sezioni dei quotidiani, accanto a politica, economia, cronaca, ecc., dovrebbero inserirne un’altra: “cervelli in fuga”. In realtà ci ha già pensato il Fatto. Quasi non passa giorno senza che sui giornali si intoni un dolentissimo lamento sulle sorti delle nostre migliori menti, per lo più giovanette, costrette – ce li si figura volentieri nottetempo, in desolati aeroporti, in spalla uno zainetto sdrucito ma trabocchevole di sudati intelligentissimi scartafacci che faranno la fortuna di centri di ricerca stranieri – a lasciare la crudele Patria e la mefistofelica Accademia, che il loro genio negò e oppresse. Non generico compianto, però, o dettagliata e artatamente commentata statistica, ché ciò meno toccherebbe i precordii del disattento pubblico, ma assai più spesso ritratti sentimentali di ragazzi sollecitati a raccontare le meste vicende di chi si vede obbligato a cercare la giusta mercede al proprio talento fuori dall’Italia.

 

I pezzi, scritti male e titolati malissimo, sono di solito un concentrato di insopportabile retorica farcita di triti slogan, banalità, approssimazioni, e totale ignoranza dei meccanismi di funzionamento del mondo accademico italiano e europeo (l’università, ma pure la scuola, è un autentico buco nero delle redazioni: leggi, consuetudini, prassi, specificità, modalità di carriera e di reclutamento, distinzione tra settori disciplinari, sono argomenti del tutto inconosciuti).

 

La solfa (o preferite narrazione? Storytelling del disagio post-laurea?) si nutre dei consueti luoghi comuni linguistici, da “cervelli in fuga”, appunto, allo speculare “rientro dei cervelli” (espressione che ha quasi assunto valore di ufficialità all’interno delle istituzioni – a dire di come il morbo dell’automatismo lessicale si propaghi rapido), da “eccellenza” agli ubiqui “precario” e “precarietà”, l’infamante (per lo stato) formula con cui oggi si etichetta qualsiasi situazione, dal neolaureato che si porta avanti lamentando maltrattamenti accademici (senza nemmanco aver iniziato il cursus honorum) al dottorando che liberamente tenta la carriera all’estero, dal ricercatore a tempo indeterminato (e ribadisco in-) che aspira allo scatto, al mitologico precario della scuola, entità particolarmente cara al giornalismo di denuncia ma che può voler dire mille cose, da chi è sicuro del ruolo ma sta esaurendo l’anno di prova a chi non ha vinto un concorso o non ha l’abilitazione ma insegna comunque (gli un tempo noti come supplenti) e non ce l’ha perché magari non ha passato la selezione o non ci ha nemmeno provato. Fino alle autentiche vittime di graduatorie bloccate e di un sistema farraginoso e a volte stritolante.

 

Ma il punto centrale è l’appiattimento generale che nel discorso pubblico subisce la varia casistica dei “ricercatori”, lessema-contenitore con cui si individuano sia studiosi dal polputo curriculum felicemente migrati qua e là, sia giovanotti ambiziosi che si prestano a farsi mettere in bocca frasi stucchevoli sull’Italia che non li vuole mentre altrove trovano chi li valorizza adeguatamente. Son tutti genericamente ricercatori, tutti bravi, tutti perseguitati. E’ una palude di indistinzione e di indeterminatezza sostanziale e terminologica, riempita dalla approssimazione dei cronisti e dalla pretesa validità assoluta di esperienze personali. E’ più facile far passare chiunque abbia un contrattino a Ulan Bator per un Newton o un Auerbach, che approfondire le noiose (e non sempre virtuose) dinamiche universitarie. Non ci si vuole qui accanire carognescamente sui ricercatori (o aspiranti o sedicenti tali) che con perdonabilissimo e umanissimo narcisismo prestano volto e storie allo sciatto pezzullo. Certo, però, spesso non fanno nulla per diminuire la disinformante confusione propalata da un giornalismo lutulento e sempre pronto a elevare tristi lai sulle vergogne italiane. Ma in modi così sbagliati e consunti che vien quasi voglia di fare il tifo per le fughe e i biglietti di sola andata.

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