Oh, ma che bella fabbrica

Maurizio Crippa

L’orgoglio di grandi e piccole storie aziendali, un pensiero industriale che punta all’eccellenza nei mercati globali. Contro il declinismo, i musei d’impresa valgono molto più di una (piacevole) gita fuori porta

Quando nel 1955 inaugurò la fabbrica di Pozzuoli, tanto bella che il suo dipendente-scrittore Ottiero Ottieri gli diceva con sofferta ironia che era così bella che i turisti passando si fermavano a chiedere se fosse per caso un nuovo albergo, Adriano Olivetti disse un frase divenuta celebre: “Questa fabbrica si è elevata, nell’idea dell’architetto, in rispetto della bellezza dei luoghi e affinché la bellezza fosse di conforto nel lavoro di ogni giorno”. Olivetti non era un utopista, se non di sogni quasi sempre realizzati. Ma fa parte della storia della civiltà industriale anche la constatazione opposta: il problema della bellezza del luogo di lavoro, e dunque del lavoro stesso come espressione della creatività di chi vi opera, non è sempre stato al centro del pensiero delle aziende. Eppure dovrebbe esserlo, e fortunatamente lo è sempre di più. Soprattutto in Italia. Perché in nessun paese al mondo come in Italia è evidente che la bellezza – dei luoghi, dei prodotti – non è un maquillage esteriore, un velo di cipria steso sopra a dei macchinari, il che sarebbe assurdo, ma è il risultato. O meglio la forma di un pensiero attivo, di una volontà di fare, di una creatività applicata ad ogni ambito, ad ogni territorio. Adriano Olivetti non avrebbe amato essere definito un utopista: preferiva considerarsi un industriale con una visione. Di industriali che, seguendo chi più chi meno la stessa idea di fabbrica come luogo di bellezza e creatività globale, hanno fatto la storia dell’industria italiana ce ne sono molti. Basterebbe pensare al polo industriale Pirelli di Settimo Torinese progettato da Renzo Piano, o alla Dallara Motor Valley di Maranello, alle “fabbriche-giardino” di Prada in Toscana e Marche, tanto per citare gli esempi più famosi. Ma non certo gli unici.


“Questa fabbrica si è elevata in rispetto della bellezza dei luoghi e affinché la bellezza fosse di conforto nel lavoro” (Adriano Olivetti) 


Una fabbrica bella è un punto di arrivo, l’approdo orgoglioso di una storia e di una consapevolezza del proprio fare. Ma assieme è anche il punto di partenza: per arrivarci, bisogna che all’origine (un’origine che spesso affonda in un passato lontano) ci fosse già un’idea del far bene, di cercare l’eccellenza. Il punto di partenza è insomma ciò che ci si fa, dentro la fabbrica. E chi c’è dentro. Un altro industriale utopista, anzi il simbolo novecentesco stesso della fabbrica, Henry Ford, diceva che “le due cose più importanti non compaiono nel bilancio di un’impresa: la sua reputazione e i suoi uomini”. La capacità umana e il valore di quello che si fa. Non che fosse un industriale che badasse all’estetica, Ford, non era Olivetti. Eppure, alfiere del capitalismo, chiamò il muralista messicano Diego Rivera per trasformare in arte il lavoro della Ford. E Rivera rimase affascinato, lui comunista, dalla bellezza della città simbolo del capitalismo di fabbrica (lo racconta Giuseppe Berta nel suo libro appena uscito dedicato a “Detroit”): “Davanti agli occhi l’impero industriale di Henry Ford… la meravigliosa sinfonia proveniente dalle sue industrie, dove i metalli venivano forgiati e trasformati in strumenti al servizio dell’uomo”. L’importanza del fattore umano nel lavoro: creatività, storia, reputazione come base di una ricerca di eccellenza che, per tornare nel nostro paese, sono oggi più che mai decisive. Perché l’industria italiana può competere e imporsi nel mondo globale soltanto puntando sulla superiore qualità, su quello che gli esperti definiscono “alto di gamma” e che è il frutto di molte cose assieme. Non ultima l’idea di bellezza.

 

Oggi come purtroppo sappiamo – e il recente disastro dell’Ilva altro non è che una sanguinosa, ennesima conferma – l’Italia della politica e l’Italia intesa come gli italiani soffrono di una disastrosa perdita di fiducia in sé e nella propria forza di fare ed eccellere. Ma per fortuna non è tutto così. Ci sono aziende grandi, medie e piccole che quei valori tengono alti. E tra queste ci sono aziende che hanno capito, da tempo e per tempo, che la qualità della propria storia è un’anima di cui essere orgogliosi e da mettere in mostra (una volta di diceva “i gioielli di famiglia”) e su cui investire.

Da Ducati a Kartell, da Lavazza ad Amarelli. L’eccellenza nel design, nella tecnologia e nell’agroalimentare

 

È così che sono nati, e che crescono in tutta Italia, i musei d’impresa. Luoghi in cui la storia, la tecnologia, i prodotti (spesso le invenzioni) e l’estetica del proprio fare viene messa a disposizione di tutti. E diventa biglietto da visita, nonché investimento reputazionale (cioè non soltanto di immagine) quando si va per il mondo: in cerca di affari, in cerca di nuovo lavoro. Nomi e marchi e storie noti anche al grande pubblico, oppure no. C’è il Museo e archivio storico Piaggio a Pontedera, dove arrivano gli stranieri a frotte per vedere il mito della Vespa; c’è il Museo della Pasta alla Corte di Giarola di Collecchio, Parma, in cui è confluita anche parte dei materiali dell’Archivio storico Barilla; c’è Casa Menabrea – Il Museo della birra, a Biella; il Poltrona Frau Museum a Tolentino; il Museo Salvatore Ferragamo a Firenze; il Museo Alessi a Omegna. Ma esiste anche una associazione che da alcuni anni lavora per mettere in rete, valorizzare e dare dinamicità ai tanti siti espositivi e archivi aziendali nati da iniziative personali degli imprenditori. Si chiama Museimpresa ed è l’associazione italiana dei musei e degli archivi d’impresa, sorta nel 2001 e promossa da Assolombarda e Confindustria.

 

E’ un’associazione unica nel suo genere in Europa, ma a pensarci un istante un motivo c’è. “Abbiamo nel nostro paese una storia unica che è capacità di produrre, di creare e allo stesso tempo di rimanere legati al territorio, anzi plasmarlo”, spiega Antonio Calabrò, che di Museimpresa è presidente. Ma non è soltanto passato, spiega, con l’occhio del giornalista economico di lungo corso: “Bellezza non è un vezzo, o una voce di spesa come si potrebbe pensare. Nei mercati aperti le nostre industrie – e l’Italia intera in quanto paese industriale – possono vincere soltanto se investono sull’alto di gamma: per i numeri enormi ci sono altri, per il prodotto low cost c’è una concorrenza agguerrita. Noi siamo, in molti settori, i migliori sulla gamma alta. Che vuole dire molte cose: competenza in ogni segmento della filiera, alta tecnologia, cura del design su cui siamo imbattibili. In una parola bellezza. Ma non finisce qui: per raggiungere questi obiettivi, quelli per i quali le nostre aziende sono riconosciute nel mondo, occorre oggi una grande attenzione all’impatto ambientale, una cultura moderna delle relazioni industriali, che vuol dire anche soddisfazione di lavorare in un certo luogo, in una certa azienda”. L’orgoglio di entrare a lavorare in una azienda di questo tipo è qualcosa da riscoprire, no? “E’ un punto importante: se guardiamo la situazione italiana, oggi né la scuola né tantomeno le retribuzioni riescono più a garantire l’ascensore sociale. Se c’è un ascensore sociale che funziona ancora è entrare in un certo mondo produttivo, dove puoi formarti, crescere. Tutto questo significa un ‘pensiero’ dell’impresa. Che è molto di più, e più necessario, del solo produrre”. A tutto questo viene da pensare se si va a visitare, tanto per stare a Milano, la Galleria Campari a Sesto Sangiovanni. Un mettere in mostra la storia, come il primo biglietto da visita della propria identità. “Esatto – dice Calabrò – sono molte le aziende che hanno compreso che la reputazione della propria storia, e la sua riconoscibilità, è il miglior modo per comunicare, soprattutto quando ci si confronta con culture diverse”.


“Nei mercati aperti si può vincere soltanto se si investe sull’alto di gamma”, dice Antonio Calabrò, presidente di Museimpresa 


Così sono nati i musei d’impresa, sono più di una settantina tra “monomarca” e musei che consorziano più aziende attorno a un settore produttivo o a un territorio, come l’associazione Il Paesaggio dell’eccellenza a Recanati, che si occupa di valorizzare e conservare il patrimonio industriale e di artigianato dell’area marchigiana. Luoghi tutti che valgono una visita, anche fuori porta, suggerisce Calabrò. Ma il pubblico italiano non sembra avere avere bisogno di suggerimenti, se questo sistema museale privato raccoglie ogni anno circa un milione di visitatori. Alcuni di questi luoghi sono particolarmente famosi, e ci vanno a frotte le scolaresche.

 

Come il Museo Ducati, un santuario per gli appassionati di sport e due ruote, anche senza essere dei “ducatisti”. Ducati è un incrocio perfetto di tradizione motoristica, di competizione, di innovazione tecnologica e di capacità di essere protagonista in un mercato globale pieno di concorrenti. E, per chi va a Borgo Panigale, l’impressione più potente la offre proprio la fabbrica, che è visitabile. Come Ferrari, come Lamborghini, è una delle aziende considerate “aspirazionali” per i giovani ingegneri, i giovani tecnici. Entrarci a lavorare è un valore in più e spesso la passione è nata proprio da una visita (magari scolastica) a vedere quelle mitiche moto. Oppure, tra i musei nati più recentemente, il Museo Lavazza a Torino, la ormai famosa “Nuvola” sede dell’azienda. Dove quell’esperienza quotidiana e assai italiana della tazzina di caffè, così “globale” ante litteram. Un museo “esperienziale”, come usa dire adesso. O ancora, per cambiare territorio e merceologia, basta uscire da Milano, verso sud, in una zona ancora prevalentemente a vocazione agricola. A Noviglio. Lì nel 1949 è nata Kartell, che con la sua storia di innovazione nell’uso delle materie e del design (ah, benedetta sia la plastica, altro che la demonizzazione un po’ troppo superficiale che se ne fa adesso) è diventata una delle aziende leader nel settore dei complementi d’arredo. E il Museo Kartell è un viaggio istruttivo nell’estetica della nostra quotidianità e una scoperta dei processi industriali. Ma non c’è solo la tecnologia del nord, l’Italia dell’industria è fatta anche, e in certi luoghi soprattutto, di tradizione antica e rapporti con la terra. Basta andare più a Sud, fino a Rossano, in Calabria, dove c’è la famiglia Amarelli, il nome della liquirizia, che è una delle aziende storiche più antiche d’Italia, quattrocento anni e undici generazioni di attività e di cura del territorio. Oggi il Museo della Liquirizia Giorgio Amarelli, con le sue 40 mila presenze l’anno, è secondo soltanto a quello della Ferrari. Ed è una storia insieme della Calabria e dell’azienda: documenti, libri, fotografie d’epoca, attrezzi agricoli nel grande spazio affascinante del “Concio” settecentesco. Ci sono la tecnica e i profumi antichi-moderni con cui ancora oggi alla Amarelli si lavora. Un esempio di memoria e capacità innovativa che in una regione piena di difficoltà nel suo tessuto economico è un vanto, un orgoglio da affiancare ai Bronzi di Riace. O, se amate i profumi della terra, a San Sepolcro, Arezzo, assieme a Piero della Francesca vi aspetta l’Aboca Museum, in un antico palazzo. Aboca da quasi quarant’anni lavora nell’agricoltura biologica, un settore che, allora, non era di gran moda. Era una scommessa e una innovazione. Ora qui è raccontata una storia che affonda le sue radici molto più indietro. Nella Bibliohteca Antiqua ci sono erbari che dal Cinquecento a oggi raccontano le virtù delle erbe, le tecniche di lavorazione, le virtù terapeutiche. Si cammina immersi nel profumo delle piante officinali.


Museimpresa è sorta nel 2001 promossa da Assolombarda e Confindustria. Oltre 70 associati, un milione di visitatori totali all’anno 


Si potrebbe proseguire, una gita fuori porta dopo l’altra. Ma tornando a Milano, è in corso la Settimana della cultura d’impresa, promossa da Confindustria e il titolo di quest’anno è appunto “A regola d’arte. L’Italia delle culture d’impresa: inclusiva e sostenibile”. Viene da chiedersi come vanno sostenute queste imprese che investono del loro, e della loro storia, per poter competere nei quartieri alti dell’industria globale, Antonio Calabrò ha qualche idea. Non è facile, dice, perché ancora manca a livello generale la consapevolezza che non si tratta soltanto di “mettere in vetrina” qualcosa, ma di sviluppare “una chiave di consapevolezza che deve riguardare non soltanto alcune aziende d’eccellenza, ma tutto il settore produttivo”. E poi le risorse, che in questo caso sono ovviamente private. Ma sarebbe necessario, ragionano a Museimpresa, pensare a una legislazione fiscale che – un po’ sulla falsariga del bonus cultura – consenta una defiscalizzazione per le aziende che investano nella valorizzazione del proprio patrimonio e sul loro territorio. Per la bellezza, e per il futuro.

  • Maurizio Crippa
  • "Maurizio Crippa, vicedirettore, è nato a Milano un 27 febbraio di rondini e primavera. Era il 1961. E’ cresciuto a Monza, la sua Heimat, ma da più di vent’anni è un orgoglioso milanese metropolitano. Ha fatto il liceo classico e si è laureato in Storia del cinema, il suo primo amore. Poi ci sono gli amori di una vita: l’Inter, la montagna, Jannacci e Neil Young. Lavora nella redazione di Milano e si occupa un po’ di tutto: di politica, quando può di cultura, quando vuole di chiesa. E’ felice di avere due grandi Papi, Francesco e Benedetto. Non ha scritto libri (“perché scrivere brutti libri nuovi quando ci sono ancora tanti libri vecchi belli da leggere?”, gli ha insegnato Sandro Fusina). Insegue da tempo il sogno di saper usare i social media, ma poi grazie a Dio si ravvede.

    E’ responsabile della pagina settimanale del Foglio GranMilano, scrive ogni giorno Contro Mastro Ciliegia sulla prima pagina. Ha una moglie, Emilia, e due figli, Giovanni e Francesco, che non sono più bambini"