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Volevano aprire un museo a Matera e ci sono riusciti. A spese loro

Sei ventenni favolosi, una zia e una capitale europea senza treno

17 Novembre 2019 alle 06:00

Volevano aprire un museo a Matera e ci sono riusciti. A spese loro

(foto Unsplash)

Volevano soltanto aprire un museo. E ci sono riusciti, in poco meno di tre anni e a spese loro, anche se sono molto giovani, meno che trentenni, e terroni, e in fuga, e senza coperture, e neanche un treno. Vivevano a Matera e ci sono tornati, lasciando i lavori che avevano a Bruxelles, Roma e Torino, perché un pomeriggio uno di loro, diciamo il capo della banda, ha sfondato un lucchetto e li ha portati a vedere cosa c’era dentro una vecchia torre, nel cuore dei Sassi che erano già la cartolina dell’Europa 2019, e pure una promessa mantenuta a metà. “Ci siamo trovati davanti Jumanji – racconta al Foglio Mauro Acito, quello del lucchetto – e allora abbiamo capito che di quel posto avremmo potuto fare un B&B oppure un museo d’arte contemporanea”. Hanno scelto la seconda opzione, più incerta ma più affine a quello che sanno fare (sono in sette, due architetti, un curatore museale, una storica dell’arte, un disegnatore, uno che ha fatto tutti i lavori del mondo e una zia). Cominciamo dalla zia (di Mauro), che è la più adulta, e nel 1973, quando i Sassi erano quasi completamente disabitati e malandatissimi, ricevette in dono da sua madre quella torre e prese a restaurarla, ma non ci riuscì, e così torre e locali attigui rimasero vuoti e chiusi dietro a un lucchetto. Quello che Mauro e i suoi amici, nel 2016, hanno scassinato, convincendosi a presentare un progetto di recupero a una banca per chiedere un mutuo. “Non abbiamo mai pensato di rivolgerci agli enti locali, né alla Fondazione Matera Basilicata 2019 perché nel secondo caso avremmo dovuto presentare la domanda nel 2016 e nel primo sapevamo che ci saremmo scontrati con un’amministrazione incapace di progettare a lungo termine”, dice Acito. E coglie un punto: Matera ha pensato poco al dopo, e sono stati pensati a tempo determinato la maggior parte dei progetti legati all’anno della grande “occasione di riscatto di tutto il sud” (sembra una frase del 1950 e lo è, ma l’hanno ripetuta in molti negli ultimi anni). “Volevamo trovare qualcosa che ci consentisse di tornare a casa e di rimanerci, sfruttando la popolarità della città”.

 

E così hanno ottenuto un mutuo di 160 mila euro da Banca Prossima di San Paolo, che sostiene progetti culturali e consente ai più giovani di portare una garanzia statale (nel loro caso l’80 per cento, il resto ce lo mettono da privati). Al Comune hanno chiesto il permesso di occupare due locali demaniali, attualmente zeppi di immondizia e a rischio crollo, e nei quali vorrebbero fare la biglietteria. Risposte: nessuna, a parte che stanno facendo una “cosa carina”. “Noi facciamo impresa, non cose carine. Vorremmo essere trattati da adulti, però non c’è verso”. Al futuro, per adesso, non chiedono troppo: vorrebbero garantire la sostenibilità economica del progetto. La settimana scorsa sono andati a New York a trovare due dei tre artisti internazionali con cui inaugureranno la prima mostra, che aprirà le porte il mese prossimo, insieme al museo (con o senza biglietteria, al massimo faranno alla buona, come hanno fatto per il sito, che è bellissimo ed è tutto scritto a mano perché non avevano i soldi per fare molto di più, ma l’effetto è perfetto, un po’ hipster, forse indie, persino punk, certamente cool).

 

Poche settimane fa, ad Andria, lo street artist Daniele Geniale ha disegnato un ragazzo che, seduto su una valigia, con un telefono in mano, aspetta di partire; c’è scritto “Ritornerai?”. Hanno detto in molti che è una drammatica, realistica rappresentazione della condizione giovanile al sud. E va bene. Però voi andate anche su YouTube e guardate la web serie “Volevo solo aprire un museo”, dove Mauro e i suoi amici del lucchetto hanno raccontato tutto quello che hanno fatto ed è capitato nelle loro vite negli ultimi tre anni, da quando si sono messi in testa di tornare a casa con un lavoro da creare per loro e pure per altri. E’ un’altra realistica rappresentazione dei ragazzi al sud. Non chiamiamoli ragazzi, e diciamo quello che sono: imprenditori. Pure bravi, persino generosi.

Simonetta Sciandivasci

Nata a Tricarico nel 1985 e cresciuta tra Matera e Ferrandina, ora vive a Roma, senza patente. Libri, uno: La Domenica Lasciami Sola (Baldini&Castoldi, 2014). Scrive su Il Foglio, Linkiesta, Rolling Stone, La Verità. È redattrice di Nuovi Argomenti.
Tanto vale vivere.

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Commenti all'articolo

  • Giovanni

    17 Novembre 2019 - 17:11

    Insomma, alla fine quelli che si dovrebbero vergognare sono "quelli" del comune...

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    • gheron

      18 Novembre 2019 - 12:26

      Sempre! "comune" da noi è stato, è, sempre sarà la migliore maledetta occasione di vivere "legalmente" e allegramente alle spalle degli altri. Procurare a sé, a parenti e ad amici favori, agevolazioni, privilegi. Insomma, oltre all'immediato, inventarsi e accumulare quanti più possibili "diritti acquisiti". Insieme ai "prenditori" grossi e piccoli, in questo miserabile esercizio hanno dato prova di grande professionalità e provata esperienza fior fiore di politici, di sindacalisti e di faccendieri collaterali, amalgamati da una informazione di supporto, anch'essa orchestrata e ben mantenuta con i denari del solito Pantalone. Tutto all'ombra di democrazia, diritti costituzionali e progressismo full LED (ma quando ci faranno la grazia di far capire a tutti verso che cosa veramente si vuole progredire?!!).

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