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Il sud senza ipocrisie

L’Ilva ci ricorda che il Mezzogiorno non può crescere se la politica non torna a garantire la certezza del diritto

9 Novembre 2019 alle 06:00

Il sud senza ipocrisie

L'area industriale, oramai dismessa, di Bagnoli, Napoli (foto LaPresse)

Il recente rapporto Svimez ci offre un quadro desolante. L’economia italiana è debole, quella del Mezzogiorno lo è ancora di più. La prima è in stagnazione, la seconda rischia la recessione. Ma il dato più rilevante è quello demografico. Il Mezzogiorno è terra di emigrazione, soprattutto giovanile. Il saldo migratorio è fortemente negativo. Tra il 2002 e il 2017 oltre due milioni di persone hanno lasciato il sud è solo in minima parte sono state compensate da flussi di immigrati, peraltro con livelli di istruzione molto più modesti. Basta questo dato per dare il segno del dramma del Mezzogiorno: la mancanza di prospettiva e il rischio di declino. Quali le cause? La storia è nota ma forse vale la pena di descriverla con una prospettiva leggermente diversa. Il dramma del sud è la sua carenza di capitale: fisico, umano, infrastrutturale, sociale, immateriale. Le imprese investono troppo poco, lo stato investe troppo poco (investimenti pubblici in netto calo), le città e le comunità locali sono spesso in uno stato di degrado (ma a volte è vero il contrario), i servizi pubblici, compresa la sicurezza, sono insufficienti (ma non ovunque), si produce e si utilizza poco l’innovazione, si produce e si utilizza poco il sistema formativo. In alcuni casi, come quello dell’ex Ilva, manca certezza del diritto. Il problema è che queste insufficienze si alimentano tra loro e contribuiscono a rendere il Mezzogiorno sempre più fragile, e più esposto alle condizioni esterne, soprattutto quando queste sono negative. Se l’Italia è in stagnazione il sud è in recessione, appunto. Cosa dovrebbe fare la politica? Giustamente la prima risposta che si offre riguarda la necessità di invertire il trend negativo degli investimenti pubblici che crescono al centro nord ma calano al sud. Altrettanto giustamente si suggerisce di insistere, bilancio pubblico permettendo, su incentivi e agevolazioni fiscali, soprattutto per gli investimenti e l’occupazione. Ma è chiaro che questi due interventi da soli non basterebbero. La crescita di una regione grande come il Mezzogiorno richiede più investimenti pubblici e privati, e per questo serve anche quello che si chiama “business environment”: l’insieme di norme e regole, formali e informali che determinano i comportamenti di imprese, amministrazioni pubbliche, e comunità locali dando vita a un mix , il capitale immateriale, che rende conveniente investire. E investire comporta scommettere sul futuro, da parte delle imprese e da parte degli individui. Il dato sull’emigrazione giovanile ci ricorda che questa scommessa spesso non la si vuole accettare, e non per mancanza di coraggio ma perché le chance di successo sono troppo basse.

 

Il dato sull’occupazione femminile, assai più bassa nel mezzogiorno evoca una prospettiva di futuro incerto in cui la famiglia, e la demografia, si indeboliscono. E’ però possibile ragionare con più ottimismo. Il quadro complessivamente debole del Mezzogiorno nasconde realtà molto diverse, a livello regionale, ma soprattutto a livello di città e comunità locali. Nel Mezzogiorno ci sono realtà produttive, tecnologiche, occupazionali che si collocano sulla frontiera della innovazione e della produttività. Ricordo di aver visitato, in Puglia, più di un’impresa sulla frontiera della tecnologia e in posizione di leadership globale. Il limite alla crescita di queste imprese, mi fu detto, non era nel capitale finanziario ma nel capitale umano, nella scarsità di giovani con un livello di istruzione elevato. Senza generalizzare, queste evidenze ci dicono una cosa. Nel Mezzogiorno è possibile avere realtà in grado di competere, crescere e creare occupazione. Il problema è di rendere queste realtà non l’eccezione (o comunque la minoranza) ma la norma. L’evidenza empirica ci dice che i paesi che crescono di più sono quelli in cui la maggior parte delle imprese e delle comunità sono vicine alla (e sulla) frontiera tecnologica e in cui le imprese che sono distanti dalla frontiera ci si stanno avvicinando. Segno che ci sono meccanismi di diffusione della tecnologia e della produttività che funzionano. Nel Mezzogiorno invece non è (quasi mai) così. Compito della politica dovrebbe essere quello, oltre che di accrescere gli investimenti pubblici, di produrre meccanismi di diffusione che funzionano. Cioè di investire in capitale sociale, umano e immateriale. E garantire la certezza del diritto.

Pier Carlo Padoan

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Commenti all'articolo

  • J.Wrangler

    J.Wrangler

    09 Novembre 2019 - 18:06

    Il "Mezzogiorno":un luogo dove..E giù i discorsi che sentiamo da Fortunato a Salvemini e oggi da Lei:il Mezzogiorno,come ieri e l'altro ieri(pur con"macchie di leopardo")sempre in salita arrancando tra i più poveri nel senso più profondo del termine(uomini e mezzi)delle regioni europee.Evidentemente c'è qualcosa che non va nella classe dirigente di questa Italia,da Salvemini a"Giuseppi"e non è una battuta ma semplicemente un dato di fatto.Non vorrei essere un presuntuoso ma penso che si debba eliminare un primo errore:parlare in modo geografico,"Mezzogiorno",dovremmo invece iniziare a parlare e individuare gli obiettivi che ci si deve porre tenendo presente l'attuale dislivello Nord Sud.Eliminiamo la geografia e introduciamo la sociotecnoeconomia, una Politica Industriale con mezzi e fini e assegnazioni di essi sul territorio nazionale in prospettiva europea.Su di essi e la responsabilità di chi è imputato a raggiungerli si dovrà parlare e non di Mezzogiorno in un arco di 6-10 anni .

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