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Anche l’Italia vale

Vademecum per tagliare lo spread e dimostrare che non siamo da meno rispetto agli altri paesi europei

16 Novembre 2019 alle 06:09

Anche l’Italia vale

Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte assieme al ministro dell'Economia Roberto Gualtieri (foto LaPresse)

Lo spread da qualche giorno sembra avere invertito la tendenza alla discesa che lo aveva caratterizzato dalla formazione del nuovo governo. Inversione che ha portato al sorpasso da parte della Grecia. Si era trattato di una discesa che aveva permesso di risparmiare alcuni miliardi al bilancio dello stato. Oggi questa importante fonte di risorse rischia di essere messa in discussione. Cosa è successo? Per provare a rispondere occorre richiamare quali sono i fattori che determinano la differenza tra gli interessi sui titoli di stato italiani e i tassi di altri paesi. Con qualche semplificazione possiamo identificare tre componenti: a) il rischio di ridenominazione; b) il rischio politico; c) i fondamentali. Il primo fattore riguarda il rischio che l’Italia esca dall’euro ed è stato un fattore importante quando era realistica la possibilità di un governo a orientamento sovranista in grado di avviare un “piano B” che contemplasse, appunto, l’uscita dall’unione monetaria. Il secondo fattore riguarda la credibilità e la stabilità del governo. Il terzo ha a che vedere con i fattori di fondo che guidano l’economia, in particolare la sua capacità di crescere in modo sostenibile e sostenuto. E’ chiaro che il primo e il secondo fattore sono essenzialmente determinati dal quadro politico, mentre il terzo riguarda l’efficacia di misure destinate a incidere in modo duraturo sulla crescita potenziale, in primo luogo le riforme strutturali. 

 

Diventa chiaro inoltre cosa debba fare un paese che voglia aumentare le risorse a sua disposizione tramite una caduta dei pagamenti per interessi sul debito pubblico. Deve escludere, in modo definitivo, l’uscita dall’euro come “soluzione” ai suoi problemi. Deve presentare un programma di politica economica che renda compatibili crescita e sostenibilità di bilancio, oltre che inclusione sociale. E, infine, lo deve implementare per aumentare veramente la crescita. Lo spread dell’Italia nei confronti della Germania è sceso visibilmente negli ultimi mesi. Ma la domanda da porsi è: può scendere ancora? Di quanto? Lo spread del nostro paese è maggiore di 130 punti dello spread della Francia e del Belgio, di 100 punti dello spread del Portogallo, di 90 punti dello spread della Spagna. Negli ultimi giorni, come detto, è stato superato dalla Grecia. Cosa hanno questi paesi in più rispetto al nostro? Le riposte sono diverse. La Spagna non è politicamente più stabile. Ma è cresciuta di più, e continua a farlo, grazie anche a mercati del lavoro più flessibili e alla capacità di aggiustare rapidamente un sistema bancario fortemente colpito dalla crisi finanziaria, prima che entrasse in vigore una legislazione europea molto più restrittiva in tema di gestione delle banche in difficoltà. Anche il Portogallo cresce più dell’Italia. Grazie a un’economia aperta agli scambi internazionali e a una competitività molto accentuata. Inoltre, grazie anche a una politica di bilancio accorta, la crescita ha permesso un risanamento molto rapido della finanza pubblica.

 

La Francia cresce un po’ più dell’Italia, gode di una robusta valutazione di mercati e agenzie di rating e di un sistema industriale robusto e aperto all’innovazione. I mercati finanziari non hanno mai messo in discussione la sostenibilità della finanza pubblica di Parigi, malgrado un deficit spesso più alto del nostro. Rimane vero, peraltro, che la Francia rimane indietro su terreni di riforma fondamentali, primo fra tutti quello della previdenza e del welfare. Il Belgio, infine, ha adottato, senza clamore, una decisa politica di riduzione del debito che non ha comportato tagli alla crescita. Quello che questi paesi hanno in comune (ma anche parecchi altri nella moneta unica) è una crescita più elevata e più duratura della nostra. Una crescita che riflette fondamentali forti, misure strutturali prese in passato e che oggi stanno dando frutti e una politica di bilancio accorta. Se l’Italia crescesse un punto percentuale in più ogni anno, non solo gli italiani avrebbero più occupazione e più reddito, ma anche meno debito. In un quadro del genere la valutazione dei mercati sarebbe decisamente più positiva e i benefici in termini di interessi più bassi sarebbero tangibili. Cosa richiede una strategia per la crescita? Misure strutturali e agevolazioni per gli investimenti privati, investimenti pubblici efficaci, certezza del diritto e delle regole, e una gestione della politica che sia in grado di fare scelte lungimiranti, dare fiducia sul mantenimento di un orizzonte temporale pluriennale, senza il quale nessuna impresa vorrà impegnare le proprie risorse. Convincere mercati e istituzioni che l’Italia vale come e più di altri paesi in Europa è possibile. Dipende da noi.

Pier Carlo Padoan

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Commenti all'articolo

  • J.Wrangler

    J.Wrangler

    16 Novembre 2019 - 11:53

    "liberare risorse da reinvestire nella scuola,nella sanità ,nella riduzione del carico fiscale", quanto sopra da parte di Giuseppe Conte che aveva promesso un risparmio dei tassi in modo da far fronte a quanto espresso nel virgolettato. Quanto sopra il 9/11/2019 (4 giorni dopo il giuramento da cui il Conte bis o più familiarmente "Giuseppi 2". Le parole di Giuseppi2 in 2 mesi sono rimaste tali "parole..parole...". E infatti il valore dei BTP dallo 0,94 in data 5/11 è passato all'1,4% del 14 e lo spread arrivato a 175. Che facciamo adesso paragoniamo il "lato" B (che qualunque nazione dovrebbe avere certo senza farne un talk show)ovvero i grandi che stanno dietro allo spread(grandi investitori,Bruxelles,Bce con il "Q.E."guardano i numeri e ciò che si dice lo si fa.Ciò equivale a dire che il danno vero ce lo facciamo da soli in ultima istanza:quello che lei ha scritto alla fine con 3 parole"Dipende da noi",ovvero dipende da chi è il "noi" che guida noi:ci vuole1 leader e non lo abbiamo

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  • eleonid

    16 Novembre 2019 - 08:23

    Nella nostra cultura contemporanea quando si tenta di affrontare e risolvere un problema complesso e complicato si è soliti introdurre nell'eloquio investigativo al problema la parola ingegneria. Chi ha condotto un corso di studio universitario in ingegneria sa benissimo che alla base di questo così di studi vi è l'analisi matematica che spacca il capello in quattro. Ora , non si vuole intendere che per ogni problema sociale e non solo ,si debba ricorrere all'analisi matematica, ma purtroppo non si può negare che il progresso tecnologico ed economico avuto dai paesi occidentali , ne ha fatto il suo fattore determinante. Che non sia il caso di cominciare a parlare di ingegneria politica per poter fare un po' di ordine alla confusione e al disorientamento politico che stiamo vivendo? Certo! Questo approccio si contrappone palesemente alla decrescita felice!

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