Padoan spiega che cosa rischia l'Italia nei prossimi mesi

Pier Carlo Padoan

L'intervento del deputato Pd sulla manovra correttiva: “Il Paese ha urgente bisogno di una strategia con chiare priorità, ciò che l'esecutivo ha dimostrato di non sapere né volere fare”

[È iniziata questa mattina, nell'aula della Camera, la discussione sulle linea generali del disegno di legge di conversione del decreto n. 61 del 2 luglio 2019, già approvato dal Senato, che contiene misure urgenti in materia di miglioramento dei saldi di finanza pubblica. Pubblichiamo di seguito l'intervento del deputato Pier Carlo Padoan]


 

Presidente, onorevoli colleghi, la discussione di questo decreto offre l'opportunità di una valutazione della fase che sta attraversando la nostra economia e soprattutto la politica economica, una fase che conferma le gravi difficoltà, l'incertezza e la confusione che continuano a caratterizzare l'azione del Governo dal momento del suo insediamento. Partiamo, però, da una notizia positiva: la Commissione europea ha stabilito che non esistono per il 2019 i presupposti per aprire una procedura di deficit eccessivo a motivo del debito nei confronti dell'Italia. Le motivazioni si trovano nella lettera della Commissione al Governo italiano che descrive le misure, di taglio di spesa e di aumento delle entrate, che permettono di raggiungere le cifre necessarie per un aggiustamento nominale di oltre 7 miliardi e di oltre 8 di aggiustamento strutturale.

 

La chiusura della procedura, in altri termini, è stata concessa perché il Governo ha fatto quanto richiesto dalla Commissione. Il Governo ha messo in atto una manovra correttiva, grazie alla quale si sono risparmiati al Paese ulteriori danni in termini di isolamento e costi finanziari, ma il Governo ha dovuto fare, una volta di più, marcia indietro rispetto alla roboante politica dei proclami che ne ha caratterizzato la retorica antieuropea, retorica che proclamava che le regole europee non sarebbero state rispettate perché sarebbero state cambiate grazie alla vittoria dei partiti sovranisti e populisti. Le elezioni per il Parlamento europeo, come sappiamo, hanno prodotto un risultato diverso.

 

Guardiamo alla composizione delle misure che hanno permesso di evitare la procedura. In gran parte riflettono miglioramenti delle entrate, dovuti soprattutto ai successi sul fronte della lotta all'evasione, dovuti, a loro volta, in buona parte, alla fatturazione elettronica introdotta nella legislatura precedente. Ricordo che tale introduzione era stata inizialmente osteggiata dal Governo gialloverde, ma poi frettolosamente accettata vista la sua efficacia; insomma, l'ennesima svolta ad “U”. Si tratta di entrate, anche, dovute a misure che, in parte, sono una tantum e ai dividendi provenienti da Banca d'Italia e da Cassa depositi e prestiti.

Infine, con il decreto che stiamo discutendo si introducono misure di congelamento dei risparmi di spesa dovute al tiraggio più limitato delle misure bandiera: reddito di cittadinanza e quota 100, per circa 1,5 miliardi.

 

Insomma, come si diceva, si tratta di una significativa manovra per riportare i conti in linea con gli obblighi europei: un comportamento di un Governo di cambiamento delle idee, piuttosto che di un Governo del cambiamento. I mercati hanno reagito in senso positivo e lo spread è sceso a 200 punti base, confermando una tendenza al ritorno dell'attenzione per i titoli di debito italiani, resi attraenti da prezzi contenuti e dai rendimenti ancora molto elevati in un contesto di attese per una continuazione della politica accomodante della Banca centrale europea. Ma sarebbe irresponsabile negare i danni che, pur dopo il calo, gli attuali livelli dei tassi d'interesse comportano per l'economia e il ruolo che la fiducia nel Paese gioca nella determinazione dei tassi stessi. È - diciamo così - “curioso”, a questo proposito, come da parte di alcuni esponenti della maggioranza si continui a negare che lo spread rifletta, al netto dell'intonazione generale della politica monetaria della BCE, la valutazione del rischio Paese, cosa che invece i mercati considerano con attenzione costante e quasi maniacale.

È da salutare positivamente, invece, la significativa riduzione del cosiddetto rischio di ridenominazione, cioè di uscita dall'euro, tema che sembra essere meno presente nei proclami degli esponenti della maggioranza.

 

Con la temporanea chiusura della procedura di infrazione l'Italia ha ottenuto un risultato positivo, come dicevo. È da questo che bisogna partire per valutare cosa potrà accadere nei prossimi mesi.

Riassumo i punti critici che il Governo e il Paese si trovano di fronte. Primo, la legge di bilancio per il 2020: il Governo intende evitare l'aumento dell'IVA, pagare le spese indifferibili e abbattere le tasse, ma quali tasse? La Flat tax? Misura iniqua e dalle coperture difficili? Non è dato sapere; siamo ancora in piena confusione. Al di là dei contenuti specifici, una manovra del genere vale circa 40 miliardi, ben oltre due punti percentuali di PIL. Finanziare in deficit questa cifra, come ha dichiarato il Vicepremier Salvini significa non solo infrangere le regole europee, ma vanificare i benefici in termini di fiducia e di spread che i mercati stanno ora concedendo. Insomma, sarebbe una mossa contraddittoria oltre che contraria agli interessi del Paese; d'altro canto, far scattare l'IVA già in legislazione o non rimpiazzarla con misure di valore equivalente e rinunciare alla Flat tax, equivale a sconfessare le promesse della campagna elettorale permanente. L'incertezza, insomma, continua. 

 

Tuttavia, quello che il Governo ha detto e scritto ufficialmente alla Commissione è che si impegna a continuare a rispettare le regole europee: ma fino a quando? Il Governo non ha fornito dati sul saldo tendenziale per il 2020, ma ha ribadito nella lettera alla Commissione che saranno rispettati i limiti di bilancio. L'Ufficio parlamentare di bilancio quantifica in 1,8 i risparmi da reddito di cittadinanza e quota 100, ad un livello in linea con quanto previsto da INPS, ma superiore agli accantonamenti operati dal Governo. Non è ancora dato sapere dal Ministro dell'economia, che pure è stato interrogato in audizione al Senato, quali siano i dati relativi all'indebitamento tendenziale previsto per il 2020; a maggior ragione, nulla è dato sapere su come saranno costruite le cifre di indebitamento programmatico. Ciò che si sa è che non passa giorno senza che dalle diverse parti della maggioranza vengano annunci o proclami su misure spesso tra loro alternative. Aumenta l'incertezza e questa, non dimentichiamolo, ha sempre un costo, innanzitutto in termini di rinvio delle decisioni di investimenti e di spesa.

 

Secondo punto: manca la crescita e mancano misure atte a rilanciarla. La crescita prevista dal Governo per il 2019 è appena superiore allo zero e inferiore all'1 per cento per il 2020 e analoghe cifre vengono dalle istituzioni internazionali. Spazio di bilancio per misure di rilancio non è disponibile; l'unica vera leva, gli investimenti pubblici, rimane in gran parte inutilizzata, per ragioni che hanno solo in parte a che fare con la disponibilità di risorse.

Nella lettera del Governo alla Commissione, poi, si fa cenno a riforme strutturali nella pubblica amministrazione, nel sistema giudiziario, oltre che a misure di sostegno alla produttività. Tutti buoni propositi, ma sono cenni generici e, per questo, di fatto, irrilevanti. Più in generale, durante il periodo in cui il Governo ha operato la congiuntura internazionale è peggiorata, ma il Governo stesso, invece di reagire, ha ignorato le opportunità e gli stimoli alla crescita degli investimenti privati, ha aggiunto incertezza sul destino delle misure più utili a sostenere tali investimenti, in primis, quelle legate a Impresa 4.0, per poi riconoscerne l'utilità: insomma, ancora una svolta a “U”.

 

Terzo punto: sono state fortemente ridimensionate le misure bandiera dei partiti di Governo; sia reddito di cittadinanza che quota 100 hanno generato un interesse inferiore alle attese e ai finanziamenti previsti; ciò ha permesso al Governo di risparmiare risorse poi riversate nella manovra. Il Governo ha rivendicato un atteggiamento prudenziale nella definizione dei fabbisogni, che ha permesso di fare emergere risparmi in un momento successivo: ma le cose stanno veramente così, oppure c'è stato, puramente e semplicemente, un errore di valutazione? Un errore che in ogni caso ha implicato, all'inizio, un deficit previsto più elevato e, quindi, in qualche misura un impatto sui costi finanziari.

Al di là degli aspetti di finanziamento il Governo dovrebbe ammettere che si tratta di misure nel migliore dei casi inefficaci. Quota 100 è stata presentata come uno strumento per la crescita dell'occupazione giovanile, mentre il reddito di cittadinanza avrebbe dovuto cancellare povertà ed esclusione: in nessun caso possiamo verificare che questo sia avvenuto.

Paradossalmente, l'efficacia delle misure bandiera si trova proprio nel fatto che le risorse sono state risparmiate. Discorso analogo sembra doversi fare per le nuove misure annunciate e ancora non attuate.

 

Il Ministro Salvini ha prima fatto sapere che l'introduzione della flat tax sarà graduale, ma poi ha dichiarato che, se ci saranno problemi di copertura, bisognerà, come ricordavo, sfondare i limiti di bilancio. Ma paradossalmente la flat tax potrebbe rivelarsi superflua o non vantaggiosa per i contribuenti, visto che il 75 per cento dei contribuenti già paga meno del 15 per cento che viene indicato come soglia. Sarebbe regressiva la flat tax, e fonte di iniquità. Si ignora infine che le misure riservate alle microimprese accrescono gli incentivi alla riduzione della dimensione e magari all'ingresso nell'economia sommersa, con conseguenze negative sulla crescita di medio periodo. Anche qui l'incertezza permane e il Paese resta fermo. Il Ministro Di Maio insiste sull'introduzione di un salario minimo, che viene osteggiato dai sindacati e che rischia di essere controproducente se fissato a livelli insostenibili per le imprese. L'evidenza empirica mostra chiaramente che i meccanismi di questo tipo devono essere adattati alle realtà locali e aziendali, in linea con l'andamento della produttività, non è certo possibile adottare un valore unico.

 

Quarto punto: manca una strategia di lungo termine. Per un Paese come l'Italia è indispensabile mantenere un equilibrio tra il controllo della finanza pubblica e del debito e il sostegno alla crescita.

Dopo la manovra correttiva, il primo corno del dilemma sembra essere più vicino, ma questo avviene a scapito del secondo, visti i tagli effettuati e previsti. Ma qui il paradosso, già menzionato: i vantaggi per il Governo giallo-verde di una strategia della crescita stanno nella sua assenza, visti gli effetti delle misure bandiere. Ci sono state altre misure, come quelle introdotte con il cosiddetto “decreto crescita”, ma ci sono forti dubbi sul suo effetto al netto delle misure di conferma di Impresa 4.0, altro caso di svolta ad “U”. Sono del tutto assenti le misure di riforma strutturali, indispensabili per riorientare l'andamento della produttività. Resta comunque da vedere se la legge di bilancio per il 2020 confermerà la tendenza al miglioramento dei saldi di finanza pubblica. Sarà decisivo l'andamento del debito, che deve essere posto su un percorso discendente, in assenza del quale non è difficile prevedere un miglioramento del rischio Paese, se non addirittura impossibile. Il Paese intanto rimane in stagnazione, e il combinato disposto di crescita zero e rischio e tasso di interesse positivo inevitabilmente producono un aumento della vulnerabilità del Paese. Questo è dichiarato e riconosciuto a livello internazionale, purtroppo. Infine, quinto punto: il quadro internazionale mostra segni di rallentamento della crescita, soprattutto per l'accentuarsi dei conflitti commerciali. Gli strumenti di politica economica a disposizione dell'Europa vanno rafforzati. Anche il Presidente Draghi chiede che, accanto alla politica monetaria, l'Europa attivi stimoli fiscali laddove lo spazio fiscale sia disponibile, certo non in Italia. È una conferma che dopo le elezioni del Parlamento europeo e l'avvio di una nuova Commissione l'Europa deve ripensare la sua agenda, mettendo al primo posto crescita e occupazione, ma non certo in direzione di quanto sostenuto dai partiti sovranisti. Nel frattempo, in oltre un anno di Governo l'Italia si è autocollocata ai margini del rapporto con l'Europa: lo è per il negoziato sulla gestione del bilancio, dove è stata costretta più di una volta a cambiare le misure per evitare le procedure; lo è in tema di negoziato sulla riforma dell'eurozona, dove è assente un contributo fattivo del nostro Paese.

 

In conclusione, il Paese ha urgente bisogno di una strategia con chiare priorità, ciò che il Governo ha dimostrato di non sapere né volere fare. Cosa ci aspetta nei prossimi mesi? Nel migliore dei casi un sentiero di galleggiamento e di fragilità, nel peggiore dei casi una progressiva perdita di controllo e crescenti rischi di instabilità. Occorre cambiare radicalmente strada. Il Partito Democratico - ma qui lo accenno semplicemente - ha, come è noto, avanzato una proposta strategica basata su tre pilastri: una crescita sostenibile sul piano ambientale, un forte investimento in istruzione e formazione, risorse per il sostegno al lavoro e l'occupazione, un punto di partenza indispensabile per il Paese.