È ora di sbloccare l'italia

Renzo Rosati

Europa, debito, crescita, nomine, riforme. Cosa fare per far ripartire il nostro paese? Chiacchiere foglianti con Massimo Garavaglia, Pier Carlo Padoan, Marco Brun e Veronica De Romanis

Come sbloccare un paese che attualmente viaggia intorno alla crescita zero, che ormai festeggia il segno più davanti a uno o due decimali di Pil mentre quasi tutti i partner europei marciano a ritmi (pur da loro considerati bassi) tra l’uno e il 2 per cento, che decresce anche demograficamente – ieri l’Istat ha comunicato un crollo delle nascite del 4 per cento nel 2018, il peggiore dall’unità d’Italia –; un paese nel cui governo coabitano due partiti, uno dei quali, e il più numeroso in Parlamento, teorizzatore della decrescita (in)felice e di fatto responsabile del blocco delle infrastrutture attraverso l’escamotage della revisione costi-benefici o la banale malagestione stile Campidoglio, il cui capo Di Maio definisce gli industriali “prenditori” e “parassiti”, minacciando (Atlantia) di rendere “decotte” le loro aziende, mentre l’altro, Salvini, promette quotidianamente di sbloccare e liberare tutto, dai cantieri al prodotto interno lordo alle istanze autonomistiche-virtuose del Nord? In una giornata non come le altre, mentre si inaugura la nuova governance europea, mentre si schiva da parte nostra la procedura d’infrazione, mentre molto cambia intorno a noi, il Foglio ha cercato di fare un punto-nave all’Unione industriale di Napoli invitando a discutere intorno al tema “Sblocchiamo l’Italia” un panel composto da Massimo Garavaglia, viceministro dell’Economia della Lega, Pier Carlo Padoan, ex ministro dell’Economia del Pd, l’economista Veronica De Romanis, l’amministratore delegato di Shell Italia Marco Brun, oltre a Vito Grassi, presidente di Unione Industriali di Napoli e padrone di casa, e Umberto Ranieri, esponente di lungo corso dell’ala riformista del Pd, presidente della fondazione Mezzogiorno Europa.

 

    

Vito Grassi parte non ritualmente proprio dal Sud: “Se non si sblocca il Mezzogiorno non si sblocca d’Italia. Ciò di cui abbiamo bisogno sono le regole, l’esatto opposto della burocrazia. E vorrei aggiungere che l’autonomia propugnata dalla Lega per il Nord è un segno di debolezza, non di forza, perché si basa sulla spesa storica cristallizzandone i criteri, e non su una visione di futuro”. Il direttore del Foglio capisce che si profila uno scontro con Garavaglia, ma iscritto come è al partito dell’ottimismo devia sulla cornice della “giornata particolare”: “Il tema di oggi ci accomuna”, dice Claudio Cerasa. “Sboccare l’Italia sta a cuore a tutti quanti, anche a chi ha idee e visioni diverse dalle nostre. Proviamo allora a capire che cosa manca alle imprese per scommettere sull’Italia”. La prima risposta è offerta a Marco Brun: “Manca un futuro condiviso, un progetto, un’idea che aggreghi le forze verso un obiettivo comune. Dall’ultima guerra, l’Italia uscì a pezzi ma ce l’ha fatta grazie allo sforzo comune, nonostante le tensioni sociali e le ideologie contrastanti. Il deficit di visione porta a una serie di ricadute, non ultima l’emergenza demografica. L’Italia invecchia sempre di più e fa sempre meno figli. Non si tratta però di scommettere, perché l’imprenditore non scommette ma fa scelte oculate. Manca un contesto di regole stabili per investire. Manca il rispetto delle decisioni prese. Si possono fare tutte le verifiche del caso, ma a costo di perdere qualche voto bisogna mantenere gli impegni. Infine manca il rispetto dei tempi perché sui tempi è sempre basato il ritorno capitale”.

 

Brun: “Chi fa impresa chiede un contesto di regole stabili. 
In Italia manca il rispetto delle decisioni prese. Ma una soluzione c’è” 

 

L’ad di Shell Italia racconta due storie. “Nel 2015 l’Eni scoprì al largo dell’Egitto il mega giacimento di gas Zohr. Dopo due anni ha iniziato a estrarre, produrre, distribuire royalties, per quest’anno ha annunciato il picco della produzione. Seconda storia: Tempa Rossa, in Basilicata. Petrolio. Giacimento scoperto nel 1989, manca ancora l’ultima autorizzazione. Se fosse andato in produzione nel 1991 come Zohr sarebbero state distribuite 2,5 miliardi di royalties alla Basilicata e cinque di tasse allo stato, oltre ai posti di lavoro per 28 anni”.

  

Garavaglia: “Il governo ha fatto molto, i risultati arrivano ma certi messaggi contro l’industria non facilitano il clima imprenditoriale” 

  

Cerasa tira in ballo Garavaglia: “La Lega è davvero l’alleato dello sviluppo ed 5 stelle quelli che frenano? E poi ci dica sinceramente: quali sono le occasioni perse dal vostro governo per provare a sbloccare davvero il paese?”. Il viceministro prende spunto dall’Europa, dalla appena giunta sospensione della procedura d’infrazione: “Notizia ottima, ma la storia si ripete. Tutto bene? No. L’obiettivo è cambiare alcune regole penalizzanti per paese: il sistema bancario, il deficit. Bisogna tornare al semplice tetto del 3 per cento di deficit a consuntivo, che evita calcoli esoterici e discrezionali. Allora buttiamo tutto a mare? No anche qui; però sollecitiamo in modo costruttivo. Io sono ottimista e vedo il bicchiere mezzo pieno. Che cosa è mancato? Di buono c’è la resilienza del nostro sistema produttivo, perché alla fine il Pil lo fanno le aziende. Ma anche l’ultimo indice Pmi della manifattura, sotto i 50 punti, ci dà da riflettere. Dal lavoro arrivano segnali positivi con la discesa della disoccupazione sotto al 10 per cento. E qui segnalo l’aumento delle partite Iva con il regime a forfait agevolato da noi introdotto: quasi 200 mila in più nel primo trimestre, un boom del 40 per cento in un anno. Non si tratta di lavoro di serie B: l’articolo 1 della Costituzione dice che l’Italia è una repubblica fondata sul lavoro, non sul lavoro dipendente. Il lavoro autonomo va incoraggiato anche a livello culturale. I giovani sono più liberi di aprire un’attività, beneficiano di semplificazioni e detassazione. Così la Guardia di finanza si può tra l’altro concentrare su cose più importante. E’ abbastanza positivo anche il capitolo investimenti. Abbiamo alzato le soglie per gli appalti dando un miliardo ai piccoli comuni: sono andati bruciati. Ne abbiamo messi altri 450. Lo sbloccacantieri: c’è la soglia di 75 milioni per evitare di sottoporre le opere al consiglio superiore dei lavori pubblici. Che cosa invece non va? Brun ha girato il machete nella piaga. Direi un certo clima politico, prima che la realtà delle norme”.

  

Cerasa: “Si riferisce all’Ilva?” Garavaglia: “Neanche la discuto. L'Ilva che chiude è semplicemente impensabile. Non ci possiamo permetterle di non averla, e non solo per i 15 mila posti di lavoro diretti ma perché la seconda manifattura europea non può permettersi di non avere una sua acciaieria quando la Germania ne ha quattro o cinque e i fornitori cinesi non sono affidabili. Si è parlato di petrolio e gas: anche qui non sempre con i 5 stelle si trova l’accordo. Siamo una coalizione, questo è quanto. Ma certi messaggi contro l’industria non facilitano il clima imprenditoriale. Tanto meno per le decine di aziende in situazione di concordato”.

  

Padoan: “Se in Italia ci fosse un clima di fiducia meno inquinato sarebbe possibile fare quello che oggi non si riesce: riforme strutturali” 

  

Cerasa chiama in ballo Padoan: “Lo spread sta scendendo, la disoccupazione scende un poco, l’occupazione migliora, la procedura è evitata. Davvero le cose non vanno così male come i catastrofisti pensavano?”. L’ex ministro: “E’ una bella giornata per l’Italia perché la procedura sarebbe stata dura e sconosciuta; quella per debito non è mai stata applicata in Europa. Lo spread va giù: da come l’ho capito, chi era uscito ai Btp stanno rientrando, anche per l’effetto Bce che stabilizza tutti i mercati. La carta italiana costa poco, i prezzi sono bassi e rendono molto. Poi David Sassoli è stato eletto presidente dell’Europarlamento: buona notizia, malgrado alcuni italiani… In ogni caso ho apprezzato molto Garavaglia sulla questione del clima del paese, il clima di fiducia, perché un paese basato sulla manifattura ha bisogno di una visione strategica che non c’è. Però ci sono anche alcune cose non dette: come il non funzionamento delle misure bandiera, quota 100 e reddito cittadinanza. E’ la dimostrazione di una strategia sbagliata: di fatto è un anno perso. L’Italia che stava crescendo ha perso per via della congiuntura internazionale, per il calo di fiducia delle famiglie e soprattutto delle imprese. Per gli investimenti bloccati. Questo è l’indebolimento strutturale. Nel quadro strutturale è venuta a mancare la sostenibilità non tanto di quello che il governo ha fatto, ma quanto di ciò che ha promesso: gli sgravi fiscali come si pagano? E se il quadro di riferimento riguarda le promesse, c’è un problema gigantesco di obiettivi a medio termine. Sono contento che simbolicamente la disoccupazione sia scesa sotto la doppia cifra, ma stiamo molto attenti a dare meriti e colpe a questa o quella misura. Isolare un mese è rischioso –e segnalo comunque che se l'occupazione migliora da anni il merito forse andrebbe attribuito anche a chi in passato ha creato le condizioni per farla crescere. Da tutto questo che cosa deriva? Che se ci fosse un clima più disteso ci concentreremmo su riforme strutturali: pubblica amministrazione, certezza del diritto, investimenti. Pensiamo a cosa potrebbe essere la crescita dell’Italia se si traducessero in lavoro tutte le risorse già stanziate. Si viaggia sul sentiero stretto di un debito troppo grande e una crescita troppo bassa, che deve anche essere inclusiva e condivisa. Allora sempre lì si torna: serve un clima politico diverso”.

  

De Romanis: “Ora basta giocare con le regole: siamo l’unico paese in cui il costo del debito pubblico supera la crescita nominale”

  

La parola ora a Veronica De Romanis. Domanda: “Cosa manca in queste analisi quando proviamo a ragionare su come sbloccare l’Italia?”. Risposta: “La procedura d’infrazione è stata evitata perché abbiamo fatto tagli per rispettare regole, ovvero il deficit 2019 è stato ridotto dal 2,4 al due. Questo significa che sì, le regole sono complicate e però tutelano. La storia della crisi è la storia di paesi che non hanno rispettato le regole, come la Grecia. Noi italiani abbiamo speso 60 miliardi per salvare paesi non rispettosi. Eliminare le regole non significa tutelare i contribuenti. La Grecia, in fondo, è stata salvata anche dalla Lettonia, un paese molto più povero. Attenzione dunque a parlare di regole da abbattere. Ma cosa fare per sboccare l’Italia? Garavaglia ha detto alcune cose giuste. Ma la ricetta leghista del pompare debito per far crescere il Pil da noi non funziona per pura matematica: lo ha dimostrato Mario Draghi, siamo l’unico paese in cui il costo del debito pubblico supera la crescita nominale. Quindi bisogna per forza tagliare le spese. E qui noto che per i prossimi tre anni su 133 miliardi stanziati, 93 vanno ai capitoli di pensioni e assistenza al lavoro, reddito di cittadinanza compreso. Per l’innovazione ci sono 2 miliardi. Per i giovani zero. Eppure abbiamo un enorme problema di formazione. L’Italia ha la più bassa percentuale europea di laureati, che sono anche poco formati ed in materie sbagliate. Un altro problema è l’occupazione femminile: siamo di 10 punti sotto la media europea, ma al Sud lavora appena il 30 per cento delle donne. E non se ne parla mai. Ancora: i dati Istat sulla demografia sono agghiaccianti, mentre Francia e Germania hanno invertito il trend del calo delle nascite. Come ci sono riuscite? Con più risorse, certo, e con una visione più di lungo periodo e più concentrata sui giovani. Qui da noi invece si parla solo di pensioni…”.

   

Cerasa ripassa la palla a Garavaglia: “C’è un paletto superato il quale si può dire che la Lega smetterà di tenere in vita il governo? E c’è un paletto sull'autonomia che la Lega ha fissato che non può essere superato per non avere un’autonomia dimezzata?”. Garavaglia: “Il primo paletto riguarda il pil. Noi vogliamo fare crescita e fare pil. Quando non si riesce a fare questo per un governo non va bene. Sull’autonomia possiamo anche litigare, ma siamo sereni: il popolo ha votato e avrà quello per cui ha votato. Dico invece a chi oggi si augura che non si faccia: ma mi dite qual è il problema? E’ come tifare contro le olimpiadi Milano-Cortina. Se le cose vanno bene in Lombardia, Veneto e Emilia vanno bene per tutti. Se la Campania ritiene che lo stato faccia bene a tenersi quelle competenze, vada avanti così nella sua regione. Se una regione riesce a fare meglio con il 10 per cento di costi in meno, un domani magari viene voglia di autonomia per tutti. I calcoli ci danno risparmi di 1.500 euro procapite per le materie oggi di competenza statale. Ma la vera domanda è: perché in Lombardia lo stato spende quei 1.500 euro in meno a persona e i servizi funzionano meglio? Fossi io napoletano, mi incavolerei con lo stato, non con il Nord”.

  

Vito Grassi replica: “Abbiamo mandato una proposta di autonomia possibile alle categorie produttive. Però va applicata prima l’equità, poi l’efficienza. Al tavolo ora c’è anche la regione Campania, ma fateci capire prima: cosa significa autonomia a parità di gettito? Inoltre: se il Parlamento è garante di tutti i cittadini è lì che se ne discute”. La discussione sull’autonomia inevitabilmente si accende (Garavaglia: “Ci sono 60 miliardi di possibilità di spesa, quasi tutti al Sud. Come mai non vengono utilizzati? Al ministero c’è un software comune per comune. L’ho aperto, per le mie zone. Ho visto, stanziati i soldi si sono sbloccati. Bisognerebbe mettere 20 persone al telefono a rompere le scatole: perché non spendete i vostri soldi?”), e il direttore del Foglio cerca di riportare la discussione sui problemi generali. “Onorevole Padoan: ma come si fa a creare un’alternativa credibile ai sovranisti e ai populisti che non sia focalizzata solo a tifare contro l’Italia?”. Padoan: “Io non ho mai tifato per spread, anche se riconosco che questo mestiere di stare all’opposizione è frustrante. Mi hanno detto che non bisogna fare proposte ma criticare proposte altrui… Ripartirei comunque dal tema del debito. Una crescita nominale più bassa e un costo del debito più elevato della crescita, richiedono appunto un lungo periodo. In ogni caso: io non dico: battere i sovranisti. Dico: dare una prospettiva diversa dai sovranisti. Alle parole d’ordine chiedo di sostituire le idee. E dunque, primo: fornire un quadro finanziario sostenibile. Lo si può fare dicendo ai mercati che ci sono cinque anni di governo credibile. Ma questo all’inizio questo governo non l’ha voluto fare. Secondo: il sistema educativo. I dati sull’istruzione sono veri e tristi. All’Ocse ho imparato che la riforma strutturale che paga di più è l’istruzione. Qual è il problema per i politici? Che richiede un sacco di tempo; Ne beneficiano quelli che vengono dopo. Come immediato corollario poi direi: puntiamo sull’occupazione femminile. Ultimo: prendere sul serio la sostenibilità ambientale. Non deve essere l’ultimo capitolo ma da qui in avanti il quadro di riferimento delle imprese. Mi viene in mente la Corea. Dopo la crisi del 2008-2009 decise che ogni politica sarebbe stata in investimento verdi, a partire dalle auto. Tutte le misure, da macro a micro, dovrebbero avere questa cifra. Questo, se posso dirlo, significa però anche che non si deve fare campagna elettorale tutti i giorni”.

  

E al Mezzogiorno che cosa manca, chiede Cerasa a Brun. “Trovo difficile riportare tutti sulla terra”, dice l’ad di Shell Italia. “Ci provo comunque. Primo punto: puntare sui giovani. Tanti vogliono rimanere al sud. Siamo qui da tanti anni, la nostra esperienza parte dalla raffineria di Taranto, poi dai due giacimenti più grandi del continente che sono qui in Basilicata. Stiamo attuando due programmi, per gli studenti con migliori attitudini all’inglese, e per i giovani che vogliono fondare aziende a casa loro. Su questo abbiamo già 16 progetti avviati. Abbiamo commissionato a Swg una survey per comprendere che cosa si aspettano questi ragazzi. Ebbene, le attese sono moltissime ma con una costante: sono molto basse quelle per interventi pubblici, elevate quelle per le imprese. Infine si chiede si continuare a investire. Tra Val d’Agri a Tempa Rossa un prezzo medio del petrolio a 70 dollari porterebbe 320 milioni royalties annue alla Basilicata, una regione di 560 mila abitanti. Non siamo al livello del Qatar, ma quasi. Questo combinato disposto tra tasse versate a livello locale e occupazione significa che quanto non si riesce a fare per le baruffe nazionali, cerchiamo di attuarlo a livello locale, coinvolgendo tutti gli stakeholders. Le parti in causa”.

   

Ieri però è stata la giornata dell’Europa, e anche dell’Italia. E dunque, chiede Cerasa, “in che modo l’Europa può essere considerata un’alleata e non un’avversaria, anche per il mezzogiorno?” De Romanis: “Dovremmo essere alleati e partner. Quali sono i dossier? Esempio, l’unione bancaria; però facciamo un decreto di ristoro con soldi dei contribuenti. Eurobudget: l’idea di un bilancio della sola area euro per gli investimenti è affascinante e praticabile: perché l’Italia non ci punta? Dovrebbe proporre di utilizzare gran parte delle risorse per l’occupazione. Giovani: qui c’è bisogno di un grande segnale. E’ vero che quota 100 è solo un’opzione, ma se mettiamo i soldi lì, e poi manca pure la staffetta generazionale, in quale direzione stiamo andando? Infine il valore della competenza. Dai “professoroni” di Matteo Renzi, in senso negativo, all’ “uno vale uno” dei 5 stelle il passo è stato, purtroppo, breve”. Umberto Ranieri si incarica di tirare sinteticamente le conclusioni: “Temo che gli orientamenti e le scelte del governo vadano nel senso dell’assistenzialismo. Il dibattito Nord-Sud incentrato sull’autonomia? Magari giusto. Ma con il sapore di antico”.