Pochi, vecchi italiani

Luca Roberto

La nuova fotografia scattata dall'Istat dice che i residenti in Italia sono 116 mila in meno rispetto allo scorso anno. E al sud aumentano le aree che si stanno spopolando

Nel 2020 la popolazione residente in Italia è calata ancora, toccando quota 60 milioni e 317 mila unità, 116 mila in meno rispetto al gennaio 2019. Allo stesso tempo, si sono alzate sia l'età media della popolazione, arrivata a 45,7 anni, sia la speranza di vita, cresciuta nel 2019 di un mese per gli uomini e per le donne. Il rapporto “Indicatori demografici” pubblicato oggi dall'Istat si colloca in perfetta continuità con i rilievi degli ultimi anni. Oltre ai bassi livelli di fecondità, le migrazioni internazionali rivestono un ruolo sempre più importante per compensare o quantomeno frenare gli effetti dello spopolamento. 

  

 

Il calo complessivo della popolazione, scrive l'Istat, “si deve al rilevante bilancio negativo della dinamica naturale”, e cioè al fatto che il numero dei decessi (647 mila) abbia superato le nuove nascite (435 mila), con un livello di ricambio naturale assicurato da appena 67 neonati ogni 100 cancellazioni dall'anagrafe per morte, il livello più basso dal 1918. Scandagliando più a fondo nelle pieghe del rapporto, poi, si scopre che mentre per le province autonome di Trento e Bolzano, la Lombardia e per l'Emilia-Romagna il saldo demografico è positivo, in alcune regioni del mezzogiorno il segno è marcatamente negativo: Molise e Basilicata, per esempio, in 12 mesi hanno perso l'1 per cento della popolazione. 

 

 

Nel 2019 il tasso di fecondità resta fermo al livello del 2018 (1,29 figli in media per donna). Le donne italiane fanno meno figli di quelle straniere e sempre più tardi (la nuova età media al parto: 32 anni e un mese). Una tendenza che è in parte compensata dal saldo migratorio con l'estero che, sebbene sia più basso rispetto a 12 mesi fa, rimane positivo. A fronte delle 307 mila nuove iscrizioni all'anagrafe residenti da parte di persone provenienti dall'estero, ci sono tate “solamente” 164 mila cancellazioni, che è comunque il dato più alto dal 1981 a questa parte. Ma anche qui, una lettura meno superficiale offre l'immagine di un paese molto disomogeneo nelle sue articolazioni territoriali: se esistono regioni come l'Emilia-Romagna in grado di attrarre nuovi residenti provenienti dall'estero, l'intero sud Italia è invece interessato dal fenomeno dell'emigrazione. 

  

 

Anche sul fronte delle aspettative di vita c'è un ampio divario tra macroaree. Nel nord-est gli uomini vivono in media fino a 81 anni e 6 mesi e le donne fino a 85 anni e nove mesi, mentre nelle regioni del sud le condizioni tendono a essere più sfavorevoli: la speranza di vita degli uomini è di 80 anni e 2 mesi, quella delle donne è di 84 anni e 5 mesi. Un aspetto positivo per il meridione è che la quota di ultrasessantacinquenni (21,6 per cento) sul totale delle classi anagrafiche è più bassa che al centro (23,8 per cento) e al nord (23,9 per cento). Di conseguenza, al sud l'età media è più bassa (44, 6 anni) rispetto alla media nazionale (45,7 anni). Anche se, sempre secondo l'istituto di statistica, "le distanze sono in progressiva riduzione". Ma un ulteriore motivo di allarme è dato dalle migrazioni interne, cioè quelle che restano limitate geograficamente tra il nord e il sud dell'Italia: influiscono sullo spopolamento al sud ancora di più del crollo delle nascite.

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