Va bene fare figli? Un incontro a Londra contro il moralismo ecofemminista, con finale a sorpresa

Cristina Marconi

La biologa e saggista Meehan Crist passa in rassegna le campagne di sterilizzazione e dice che bisogna “concentrare gli sforzi ambientali da qualche altra parte”. Una risposta materna

Londra. Superato l’augusto colonnato del British Museum, fatto il consueto sospirone pensando a quando la sala di lettura della British Library era lì, nella cupola celeste al centro della grande corte, mi è bastato seguire il pubblico più giovane per trovare la strada della conferenza di Meehan Crist su un tema semplice semplice: va bene fare figli, è ok? È il giorno di San Valentino, ma di gente ce n’è tanta a questa ‘lecture d’inverno’ organizzata dal museo, nonostante il biglietto da 12 sterline, nonostante la temperatura assai polare. Vengo accolta da un volantino che mi dice che devo fare sesso per salvare il pianeta, o forse che non devo fare sesso sempre per salvare il pianeta, non ricordo bene: ad ogni modo, è meglio che non mi riproduca o che, se proprio devo, occorre che mi limiti alla quattrenne che mi aspetta a casa. Entro nel grande auditorium e, con improvviso sollievo, vengo accolta dal pianto di un neonato attaccato al seno della madre. Mi guardo intorno e vedo un pubblico di estremi: giovani giovani o vecchi vecchi, poche le vie di mezzo come me, e forte del mio volantino militante antifigli vado a cercarmi un posto verso le prime file. Appena vedo Meehan Crist con la sua frangetta cortissima da cleopatra hipster mi preparo a farmi fare la morale, ripenso a Meghan e Harry che tra un volo interplanetario e l’altro dicono che non faranno più di due figli per non pesare sull’ambiente, penso che ormai pur di non parlare di sviluppo, progresso e lotta alla povertà ci si inventerebbe qualunque cosa.

 

Crist però si occupa di scienze biologiche alla Columbia, ha collaborazioni da capogiro – New York Times, Science, London Review of Books – ed è stata scelta per parlare in una sede così importante: quantomeno sarà interessante sentirla argomentare. Inizia parlando di parto, bello secondo alcune e terribile secondo altre, dei nuovi orizzonti della maternità e della  ”fantasia moderna di scelta e controllo”  che ha cambiato il modo di essere genitori. Il lattante continua a fare qualche lamento, Meehan Crist ha veramente fatto una ricerca molto molto approfondita su tutto ma di interessante non è ancora venuto fuori nulla.  “L’Australia è in fiamme. È ancora giusto avere figli?”, si chiede. E lì avviene l’inatteso.  “È chiaro che viene subito da rispondere ‘meglio di no’”, premette Meehan, che subito si trasforma nella conferenziera seria che evidentemente è e inizia ad analizzare le ragioni che hanno permesso a un argomento così radicale di farsi avanti. Che i figli costino è cosa nota, e nessuno ama immaginare la propria progenie a soffocare in un deserto. Ma che differenza c’è tra il maltusianesimo ambientalista e Ebenezer Scrooge che dice: “ Se devono morire, che lo facciano subito”?. E Crist passa in rassegna le grandi campagne di sterilizzazione o quasi del passato, da Indira Gandhi alla politica del figlio unico cinese, e un po' degli ideologhi della decrescita della popolazione, come la filosofa ecofemminista Donna Haraway, quella del Manifesto Cyborg, secondo cui se facciamo i bravi tra qualche secolo potremo di nuovo essere  en petit comité, 2 o 3 miliardi rispetto ai 7,9 di oggi. La Crist inizia a suggerire che si tratti di  “fantasie fasciste”, di una  “ideologia di morte che dichiara di essere dalla parte della vita”  e che vede come soluzione, tanto per cambiare, una manipolazione dei corpi delle donne, partendo magari da quelle scure di pelle. L’aria, nella sala, inizia a cambiare, o forse sarà solo che pure il neonato ha smesso di piangere.  “Desiderare meno umani è terribile” (come siamo arrivati a doverlo ribadire a una platea che si presume ultraliberal è uno dei misteri di questi tempi) e l’ecofemminismo “giusto dovrebbe essere quello che pretende di crescere un figlio in un ambiente sano”. O è troppo chiedere.

 

La conferenziera, lontana anni luce dall’enfasi plastificata da Ted Talk, suggerisce sommessamente di iniziare a ragionare sulla “riorganizzazione delle risorse”, di “concentrare gli sforzi ambientali da qualche altra parte”, anche perché se proprio vogliamo essere rigorosi “i problemi non sono i bambini ma i vecchi che non muoiono”. Un obiettivo di austerity alla Haraway si ottiene con una guerra atomica, con una pandemia gravissima, ma non basta neanche quello, e comunque ci vuole tempo, solo una forma particolarmente perversa di “eco-fascismo” ti può far pensare una cosa del genere, anche perché non serve stare a sottolineare di quali esseri umani gli ideologhi pensano di fare a meno, o sì? “Che umanità stiamo preservando?”, che ci importa di salvare un mondo spopolato, senza speranza né fiducia nel futuro?

 

Dopo aver mollato alla platea e agli attivisti il compito di riflettere sulle loro ambizioni mortifere, Meehan Crist passa a parlare dell’auditorium in cui ci troviamo tutti, con i suoi sedili comodi e la sua acustica perfetta. “L’ha fatto British Petroleum”, avverte, e da lì parte una tirata altrettanto severa contro le compagnie petrolifere che pur di “non aggirare la logica suicida del profitto” e della crescita continua, “fondamentalmente in contrasto con la sopravvivenza umana”, fanno di tutto per convincerci che “niente sia colpa loro”. Per la biologa e scrittrice, “l’idea che ciascuno sia personalmente responsabile del suo carbon footprint è stata accuratamente messa a punto” negli anni, come era stato in passato per le grandi aziende di tabacco, che davanti al pericolo avevano cercato di evitare le azioni collettive, più potenti e efficaci. Insistere sulle scelte individuali, al di là del piccolo contributo che giustamente molti sentono di dover dare, è una maniera per depotenziare l’individuo, per renderlo meno politico, attivo, ottimista. Per questo, secondo Crist, bisogna stare molto attenti a questi messaggi e soprattutto recuperare immediatamente lo slancio per aver voglia di salvarlo, questo benedetto pianeta.

 

La sala è perplessa, è evidente che in molti speravano di uscire flagellandosi e invece no, gli tocca pensare positivo perché siamo vivi. Accanto a me ci sono due coppie ultrasenior che ascoltano interessate, un attivista anti-figli interviene con una domanda-conferenza che annoia tutti, una rappresentante di British Petroleum ricorda le belle cose fatte per il mondo dell’arte. Poi una ragazza alza la mano per una domanda. “Le statistiche dicono che le donne che hanno figli sono più infelici di quelle che non li hanno, come fa a promuovere una politica che si fonda sull’infelicità delle persone?”, chiede la ventenne. E Crist, che un figlio ce l’ha, le risponde materna che “nessuno ha il diritto di dire a un’altra persona se fare o meno un figlio” e suggerisce a tutti “di smetterla di impegnarsi nella purezza morale e di iniziare a impegnarsi per la vita”, perché “c’è la possibilità che l’umanità fiorisca e pensare all’alternativa mi fa fremere d’orrore”. Dobbiamo ragionare a modi migliori per conciliare desideri contradditori, tanto il futuro sarà sempre terribile e meraviglioso. “Ci ho pensato molto, io credo più alla vita che all’ecologia. Andiamo, organizziamoci meglio”, è stato l’appello della fiduciosa pensatrice con la frangetta hipster. Io l’ho trovato romanticissimo, un discorso finalmente degno di San Valentino, giorno degli innamorati.

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