Contro il modello Svimez e la demonizzazione del nord

Luciano Capone

Cosa rischia un paese che trasforma il capitale umano in capitale territoriale

Le parole del ministro per il Sud Giuseppe Provenzano su Milano, che “attrae ma non restituisce quasi più nulla all’Italia”, hanno acceso un dibattito che al momento sta alimentando una retorica risarcitoria – quella che, come unico contributo all’economia meridionale, dà impulso all’editoria neoborbonica – ma che non promette nulla di buono. Provenzano ha specificato, pur senza precisare cosa Milano dovrebbe “restituire”, che il suo riferimento non era una critica al capoluogo lombardo, ma una descrizione di una “dinamica comune nell’occidente, quella di grandi città che fagocitano lo sviluppo intorno a sé senza diffonderlo”. La conseguenza di questo discorso sarebbe che le vittime del successo gravitazionale di Milano dovrebbero essere i territori e le città piccole più prossime. Ma quello che potrebbe anche essere un dibattito interessante sulla geografia economica, capire cioè se davvero Milano sottragga valore al resto d’Italia oppure crei valore aggiunto che poi viene redistribuito (più che “restituito”) fiscalmente al resto del paese, sta diventando un’occasione per fare recriminazioni, peraltro deboli dal punto di vista concettuale.

 

Ad esempio un economista meridionalista hard come Gianfranco Viesti, in un articolo sul Messaggero accusa Milano di “bulimia” portando come esempio la vittoria delle Olimpiadi: “Bene l’Olimpiade invernale in Italia: si capisce Cortina, si sarebbe capita Torino, ma Milano e i suoi dintorni non sono noti per gli sport invernali; doveva per forza candidarsi? Dopo l’Expo?”. Viesti non se la prende con l’amministrazione grillina di Torino che ha fatto perdere una grande occasione a una città attrezzata, ma critica Milano per aver ottenuto una manifestazione che non viene assegnata dallo stato italiano – che magari avrebbe potuto scegliere Roccaraso – ma dipende da una gara internazionale. Sarebbe stato meglio se Milano non si fosse candidata, anche a rischio di far vincere Stoccolma, e che a perderci fossero state anche Cortina e l’Italia? Con buona pace di Vilfredo Pareto, pare che per alcuni economisti l’ottimo non sia più quel cambiamento in cui qualcuno sta meglio senza che gli altri peggiorino la propria condizione, ma il mal comune mezzo gaudio.

 

Emergono poi altre linee di pensiero singolari sui furti di Milano. Secondo i dati della Svimez, la società di cui Provenzano era vicedirettore, pubblicati sempre dal Messaggero, Milano “non restituisce al centro-sud 11 miliardi”, ovvero la spesa pubblica impiegata per formare i giovani meridionali che, dopo gli studi, si sono trasferiti per lavoro sotto la Madunina: “Soldi presi – da Milano – e non ridati al resto del paese”. Ragionamenti del genere, oltre che discutibili dal punto di vista economico, sono davvero pericolosi da un punto di vista politico-filosofico. Perché trasformano il “capitale umano”, che appartiene all’individuo, in “capitale territoriale”, che invece appartiene alla contabilità amministrativa regionale; trasformano il diritto allo studio e la libertà di movimento delle persone, i “migranti economici”, in un costo per gli enti locali. È l’altra faccia della medaglia degli amministratori leghisti che vogliono concorsi riservati ai veneti o ai lombardi per non far arrivare i meridionali. Questa forma di collettivismo territoriale su cui si basa l’analisi della Svimez, portata alle estreme conseguenze, può rivelarsi molto pericolosa. In fondo il motivo per cui la Ddr alzò e tenne in piedi quel Muro che è caduto 30 anni fa era proprio quello di evitare che Berlino ovest non “restituisse” più i tedeschi che fuggivano dall’est.

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  • Luciano Capone
  • Cresciuto in Irpinia, a Savignano. Studi a Milano, Università Cattolica. Liberista per formazione, giornalista per deformazione. Al Foglio prima come lettore, poi collaboratore, infine redattore. Mi occupo principalmente di economia, ma anche di politica, inchieste, cultura, varie ed eventuali