L'importanza delle città e il dilemma della crescita italiana

Tommaso Monacelli

Le “economie da agglomerazione” come Milano sono il motore dello sviluppo moderno, ma pongono problemi politici

Hanno fatto discutere le dichiarazioni su Milano del ministro per il Sud Giuseppe Provenzano (“Milano attrae ma non restituisce quasi niente all’Italia”). Negli ultimi due secoli il numero di persone residenti nelle aree urbanizzate è cresciuto enormemente: dal 7,5 per cento circa nel 1800 a oltre il 50 per cento oggi. A ciò si è accompagnata una crescente agglomerazione delle imprese. L’Île-de-France (area metropolitana di Parigi) corrisponde al 2,2 per cento della superficie della Francia, nonché al 18,9 per cento della popolazione, e produce il 30,5 per cento del pil francese. In Francia, solo il 12 per cento della superficie disponibile è utilizzato per abitazioni, impianti e strade. Questi dati inducono domande non scontate per gli economisti. Ad esempio: perché le aziende che producono beni commerciabili a livello nazionale sono disposte a localizzarsi in città come New York, Milano e Londra, che hanno costi di produzione così alti e costringono per giunta le aziende a essere fisicamente lontane dai mercati di destinazione? In altre parole: perché la localizzazione geografica della produzione è così concentrata nello spazio? Le implicazioni della “geografia economica” sono importanti. Nei paesi Ocse, in media, il divario di produttività (e quindi di reddito pro-capite) tra le regioni più ricche e più povere è circa del 46 per cento.

 

Il problema dell’Italia è che non cresce. Ma se i processi di agglomerazione geografica sono il meccanismo centrale per la creazione di reddito
e lavoro, la via per tornare a crescere potrebbe comportare
che necessariamente il Mezzogiorno accentui la disuguaglianza
con il resto del paese. E’una sfida epocale per il paese 

 

Il fenomeno strutturale che spiega la concentrazione geografica della produzione è la crescente importanza delle attività “knowledge-based”. Nell’economia della conoscenza (connessa a livello globale), la rilevanza delle forze di agglomerazione basate sulla prossimità fisica continua ad aumentare. C’è infatti qualcosa di quasi magico nel processo di generazione di nuove idee. Stare con persone creative e produttive tende a renderci più creativi e più produttivi. E a sua volta ciò attira nuove persone creative. Se vogliamo, un vero paradosso. Si pensa solitamente che, nella società digitale, posta elettronica, smartphone, internet abbiano reso la prossimità fisica meno importante per il processo creativo. In realtà è vero il contrario. Nell’economia basata sulla conoscenza, in cui l’istruzione e le idee sono un input produttivo più importante delle macchine, la prossimità fisica è più centrale che mai: sia per le aziende che per i lavoratori.

 

La prossimità fisica del lavoro e della produzione ha un secondo effetto sorprendente: quello sulla creazione di posti di lavoro. Secondo Enrico Moretti, che ha studiato a fondo questi meccanismi nel suo libro “La nuova geografia del lavoro”, Apple impiega 13 mila lavoratori direttamente a Cupertino ma ha stimolato circa 70 mila posti di lavoro indiretti nella regione. Negli Stati Uniti, due terzi dei posti di lavoro è nel settore dei servizi locali. In una città, per ogni nuovo posto di lavoro nei settori ad alto valore aggiunto vengono in media creati altri cinque posti di lavoro al di fuori del settore tecnologico di quella città, sia nelle professioni qualificate (avvocati, insegnanti, infermieri) che in quelle meno qualificate (camerieri, parrucchieri, falegnami). In altre parole, nell’economia della conoscenza il lavoro qualificato (nei settori dei beni commerciabili ad alto valore aggiunto) è complementare, e non sostituto, del lavoro meno qualificato. Quando un nuovo ingegnere (lavoro qualificato) viene assunto, e si trasferisce fisicamente sul nuovo luogo di lavoro, avrà anche bisogno del personal trainer nella palestra, cercherà ristoranti, magari vorrà prendere lezioni di yoga. Non è affatto scontato che l’economia dell’innovazione tecnologica distrugga posti di lavoro: anzi, è vero il contrario, soprattutto nelle aree ad alta concentrazione fisica della produzione.

 

Queste “economie da agglomerazione” sono evidenti in una parte del nostro paese: nel nord Italia, e in modo più mercato nell’area geografica che gravita intorno a Milano. A oggi questo sembra l’unico vero motore per la crescita del reddito e la creazione di posto di lavoro in Italia. Ma ciò pone anche un grande dilemma per il futuro del paese. Nella moderna economia della conoscenza (concentrata nello spazio) è impossibile immaginare uniformità geografica nella crescita. Il che potrebbe voler dire: se l’Italia desidera intraprendere un nuovo sentiero di sviluppo potrebbe dover accettare le differenze territoriali come strutturali. Cioè come il naturale effetto dei processi di agglomerazione geografica della produzione che creano alto valore aggiunto, e quindi crescita dell’occupazione, con i meccanismi moltiplicativi descritti sopra.

 

Sul problema della crescita italiana si contrappongono due visioni in contrasto. C’è, notoriamente, una visione tradizionale: l’Italia non cresce a causa del fatto che una parte del paese, cioè il Mezzogiorno, cresce poco da diversi decenni. Secondo questa visione, il problema della crescita italiana è tout court il problema del mancato sviluppo del Mezzogiorno, risolto il quale, ogni problema di crescita aggregata svanirebbe.

Ma la visione tradizionale qui si ribalta. Se i processi di agglomerazione geografica sono il meccanismo economico centrale per la creazione di maggior reddito e maggior lavoro (sia qualificato che non), la via per tornare a crescere (così agognata) potrebbe comportare necessariamente che il Mezzogiorno, o altre aree geografiche, accentuino la disuguaglianza con il resto del paese.

 

Si tratta di una sfida epocale per il paese. Che pone questioni di politica economica, ma anche istituzionale, cruciali. Come nascono le aree di agglomerazioni geografica della produzione? Esistono politiche che possono favorirne lo sviluppo, pur tenendo presente che per costruzione queste aree possono essere poche all’interno di un singolo paese? E se i processi di agglomerazione geografica sono da accettare, anzi da favorire proprio per poter creare maggior reddito e posti di lavoro, quali meccanismi di perequazione regionale dobbiamo immaginare? Infine, quali implicazioni sull’assetto istituzionale ottimale del paese dovremmo trarne? Quando i processi economici sottostanti generano concentrazione della produzione di valore aggiunto e lavoro, è l’assetto statale centralizzato quello ideale? Domande che pongono problemi economici, politici, ma con profonde implicazioni sociali. Dinamiche da comprendere a fondo, prima di parlare ideologicamente di desertificazione, fuga dei cervelli, e deindustrializzazione, per finire con stantie contrapposizioni tra nord e sud.

 

*economista, Università Bocconi

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