Milano e le beate macchie di leopardo del nord non hanno mai rubato nulla al sud

Paolo Macry*

Il divario è fisiologico, non patologico. Cosa può fare un governo a favore del Mezzogiorno che non sia stato già tentato e che non sia già fallito?

E’ andata sempre così, si potrebbe dire per farla breve. La crescita della ricchezza è sempre stata a macchia di leopardo. Tanto avvenne già nella mitica rivoluzione industriale. A inventare il nuovo mondo, nel secondo Settecento, non fu l’Inghilterra, ma alcune aree assai più piccole, il Lancashire dei cotonifici, il Black Country del carbone e del ferro, lo Yorkshire laniero. Anche due secoli or sono, cioè, quel che fece scoccare la scintilla e che alimentò la cornucopia furono i vantaggi della prossimità, l’addensarsi in spazi limitati di lavoratori, produttori, intelligenze, redditi, consumatori. Una sorta di benefico effetto serra. Lo ha ricordato sul Foglio Tommaso Monacelli: stare con persone produttive e creative ci rende più produttivi e creativi. Ovvero: lo sviluppo crea (virtuosamente) sviluppo. O anche: i divari territoriali sono fisiologici.

Naturalmente, quei divari, un ministro per il Sud si pone il problema di colmarli. E’ la ragione sociale della sua poltrona, ci mancherebbe altro. E ci può anche stare che gli scappi una battuta infelice sulla “Milano che non restituisce”. Ma il dibattito che abbiamo letto su queste pagine e su altri organi di stampa (ultima puntata, la lettera dello stesso ministro Giuseppe Provenzano al Corriere della Sera) suggerisce due pensierini irriverenti.

 

Primo, che il divario (per l’appunto) è fisiologico, non patologico. Milano e le beate macchie di leopardo del nord hanno una propria vicenda lunga che economisti, scienziati sociali, storici hanno più volte studiato. Sono nate su un terreno strutturale e culturale propizio, rendendolo progressivamente ancor più propizio. E non hanno mai rubato nulla al resto del paese e al Mezzogiorno. Anzi. Anni fa l’eretico Luca Ricolfi calcolava come tra la fine del Novecento e l’inizio del XXI secolo qualcosa come cinquanta miliardi vengano annualmente ceduti dalle regioni settentrionali allo stato, per le sue competenze fiscali, e altrettanti vadano al Mezzogiorno come trasferimenti ordinari e straordinari. Il che riduce in modo cospicuo la capacità del nord di produrre ricchezza e dunque mette a rischio la ricchezza del paese intero. Senza dire poi che quelli meridionali sono i territori dove si concentrano i settori improduttivi della spesa pubblica, dove sono particolarmente alti i tassi di spreco, dove insistono maggiormente le imprese al nero e l’evasione fiscale (Ricolfi, “Il sacco del Nord”, Guerini e Associati). Ci sarebbero insomma ottime ragioni perché il sud abbandonasse finalmente quella cultura recriminatoria/rivendicazionista che invece è tuttora una componente così diffusa, capillare, condivisa del proprio modo di vedersi e di vedere il dualismo. Con le sue parole, Provenzano non intendeva certo strizzare l’occhio alla “subcultura neoborbonica”, come la chiama lui, ma il rischio che così si rinfocoli proprio l’antico vittimismo del Mezzogiorno esiste eccome. E tanto più un uomo del sud dovrebbe esserne consapevole.

 

Ma soprattutto, ed è il secondo punto emerso dal dibattito del Foglio, ci si chiede cosa mai possa fare un governo – oggi il governo giallorosso – a favore del sud che non sia stato già tentato e che non sia già fallito. Da Carlo Trigilia a Nicola Rossi, fino ad Antonio Accetturo e Guido de Blasio, non sono mancate le voci critiche o molto critiche sulle policy per il Mezzogiorno. I cui esiti appaiono talmente deludenti da mettere in questione la loro stessa legittimità “teorica”. E’ cioè credibile che sia lo stato a incidere sulla fisiologica tendenza del territorio a produrre diversità e gerarchie? Ed è utile (per tutti) modificare la coerenza storica delle macchie di leopardo, smentire il lavorìo proficuo della mano invisibile?

 

Certo, quando si parla di interventi pubblici, il discorso cade fatalmente sulla qualità o meglio sui vizi della politica, sulla filosofia della frittura di pesce, sui beneamati broker che fanno la spola fra centro e periferie. E fin troppo spesso i critici del “meridionalismo realizzato” se la sono presa con le classi dirigenti locali e con i loro conclamati limiti. Ma anche qui il tempo – ovvero l’esperienza di tre generazioni – qualcosa conta e qualcosa suggerisce. Dopotutto al capezzale del Grande Malato, negli ultimi settant’anni, si sono alternati, con i loro alambicchi e le loro pozioni, oscuri guaritori ma anche grandi luminari democristiani comunisti socialisti berlusconiani renziani grillini. Qualcosa significherà che nessuno abbia cavato il classico ragno dal buco. E qualcosa significherà che ancora oggi, da Zingaretti a Provenzano, siamo costretti ad ascoltare le ennesime promesse e le solite ricette. Proprio oggi che a Taranto il maggiore insediamento industriale del sud – perla degli anni d’oro delle politiche meridionaliste – è sull’orlo della chiusura. Ucciso, inutile a dirsi, dalle pozioni venefiche della politica politicante. O, nel migliore dei casi, dall’illusione di raddrizzare a mani nude il legno storto.

 

*Professore emerito di Storia contemporanea, Università degli Studi “Federico II”, Napoli

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