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Come portare Roma e Napoli al livello di Milano? Qualche ricetta

Federico Boffa e Giacomo A. M. Ponzetto

Dopo la polemica scatenata dal ministro Provenzano bisogna ricordarsi che non servono politiche speciali

Le dichiarazioni del ministro Provenzano sulla “mancata restituzione” da parte di Milano hanno avuto l’indubbio merito di stimolare un dibattito sul futuro economico del paese. Hanno contribuito a concentrare l’attenzione sul tema delle determinanti dello sviluppo delle città e delle regioni, particolarmente importante in nazioni, come la nostra, caratterizzate da forti squilibri territoriali. Come molti commentatori hanno già evidenziato, e lo stesso ministro ha poi riconosciuto, il problema non è certo di Milano, città che invece ha il merito di aver saputo crescere e diventare uno dei principali centri europei. Lo è semmai di quei territori che non hanno avuto la capacità di essere trainati dallo sviluppo di Milano, né di emularne la traiettoria. Sono purtroppo molti: distribuiti non solo in gran parte del Mezzogiorno, ma anche nel centro Italia – pensiamo a Roma – nonché in varie aree depresse del nord, specialmente nel nord-ovest.

 

L’obiettivo che quindi il sistema Italia, in primis la politica, deve porsi è quello di favorire un processo che porti ai livelli di Milano quantomeno i grandi agglomerati urbani con essa comparabili per dimensioni e quindi per il potenziale di generare economie di agglomerazione: in particolare Roma e Napoli (per le città di medie e piccole dimensioni servirebbe probabilmente un discorso a parte). Non sarebbe utile, anzi sarebbe quasi certamente dannoso, favorire la convergenza fra i diversi territori se il costo dovesse essere quello di frenare Milano. E’ ormai comprovato che proprio dai centri metropolitani di eccellenza trae maggiormente impulso la crescita dell’intera nazione cui appartengono.

 

Dunque come portare Roma e Napoli al livello di Milano? Purtroppo non esistono risposte semplici a questa domanda. Così come non esistono ricette precise e indipendenti dal contesto specifico che prescrivano come far crescere una città: se esistessero, probabilmente sarebbero già state messe in pratica. Con questa premessa, balza però subito agli occhi il vantaggio di Milano rispetto alle altre metropoli italiane. Milano è stata negli anni recenti ed è ancora oggi in grado di attrarre all’interno del suo territorio una grande quantità di energie: individui con alto livello di istruzione ed elevate competenze professionali, e imprese ad alto valore aggiunto.

 

Una città attrattiva per gli investimenti e le competenze professionali
è possibile. Non esistono soluzioni definitive, ma qualcosa si può fare.
Partire dal trinomio istruzione-imprenditorialità-interconnessione e poi ricordarsi che i grattacieli sono meglio delle villette a schiera
 

  

Le determinanti dell’attrattiva sono molteplici, ma molto si può riassumere nel trinomio istruzione-imprenditorialità-interconnessione. Quanto all’istruzione, Milano beneficia in particolare della qualità e quantità delle proprie istituzioni di formazione universitaria e post-universitaria. Fra le altre il Politecnico, l’Università Bocconi, le Università Statali, l’Università Cattolica. L’offerta di istruzione di eccellenza da una parte attira giovani studenti con talento, dall’altra imprese coinvolte in settori e attività che richiedono professionalità elevate e che quindi generano elevato valore aggiunto.

 

Le condizioni per gli imprenditori

Ma l’istruzione, che pure è una condizione necessaria, da sola non basta. Occorre anche creare le condizioni per lo sviluppo imprenditoriale. Non tanto con una politica industriale che offra incentivi mirati, difficilissimi da indirizzare efficacemente e troppo spesso trasformatisi invece, non solo nel nostro paese, in una fonte di favoritismo clientelare. Compito forse più modesto ma assai più utile è la costruzione dell’infrastruttura istituzionale che permette a chiunque di intraprendere, di innovare, di creare valore e occupazione.

 

Su questo fronte, il recentissimo rapporto subnazionale della Banca Mondiale Doing Business pubblicato la settimana scorsa mostra che Milano è la città italiana in cui mediamente servono meno giorni (cinque) per iniziare un’attività imprenditoriale, a fronte degli otto giorni di Napoli e degli undici di Roma. Gli imprenditori, poi, hanno bisogno di una giustizia civile efficiente, in grado di risolvere speditamente le controversie commerciali che possano sorgere. Lo stesso rapporto Doing Business, oltre a mostrare la ben nota lentezza della giustizia civile in Italia, rileva anche in questo caso forti divari territoriali: nuovamente a favore di Milano, dove la soluzione di una disputa commerciale richiede due anni e mezzo, a fronte degli oltre tre anni di Roma e dei quattro di Napoli.

 

Infine, conta il livello di interconnessione fra gli individui, sia all’interno della città sia con l’esterno. Sono ovviamente importanti infrastrutture e sistemi di trasporto pubblico efficienti e rapidi, sia urbani sia extraurbani – nazionali e internazionali. Ma un altro aspetto, talvolta più trascurato ma probabilmente ancora più importante, è la densità delle costruzioni e l’utilizzo efficiente degli spazi a disposizione. Gli studi di Edward Glaeser hanno dimostrato, tra gli altri, che la prossimità fisica fra chi svolge attività ad alto valore aggiunto determina in modo fondamentale il trasferimento di conoscenza e quindi la crescita. Come favorire dunque la prossimità fisica tra le attività ad alto valore aggiunto?

 

Costruire in verticale dove ciò sia compatibile con i vincoli ambientali, specie nelle zone non residenziali, è di grande aiuto: Milano da questo punto di vista ha fatto e sta facendo molto. Là dove non è possibile costruire in verticale, è importante avere l’accortezza di allocare nel modo più efficiente possibile lo spazio disponibile, specialmente nelle aree ad alta densità di imprese. Un modo semplice per migliorare l’efficienza nell’utilizzo degli spazi è quello di usare criteri di mercato, anche nell’utilizzo degli spazi e degli edifici di proprietà pubblica, numerosi a Roma e a Napoli. Siamo sicuri, ad esempio, che sia utile avere caserme nei centri nevralgici delle città? Non sarebbe meglio, non solo per le casse dello stato, ma anche per favorire lo sviluppo, affittare invece quegli edifici a imprese che beneficerebbero delle economie di agglomerazione e che per questo sarebbero disponibili a pagare?

 

Azioni orizzontali

Le politiche che abbiamo discusso condividono una caratteristica. Non si tratta di politiche “speciali” o territoriali, cioè specificamente mirate a incentivare lo sviluppo di un certo territorio, o settore, o area urbana. Al contrario, si tratta di azioni “orizzontali” che portano il doppio vantaggio di rimuovere gli ostacoli all’attrazione delle imprese e dei talenti, e allo stesso tempo di recare beneficio anche ai residenti storici, tramite la più ampia offerta di istruzione, le migliori interconnessioni e la sburocratizzazione delle attività imprenditoriali. In questo senso, si tratta di un paradigma nuovo per il sud. Come testimonia il recente libro di Antonio Accetturo e Guido De Blasio Morire di aiuti. I fallimenti delle politiche per il Sud (e come evitarli), quello vecchio, basato su politiche territoriali specifiche, ha funzionato poco e male.

 

Federico Boffaeconomista, Libera Università di Bolzano

Giacomo A. M. Ponzettoeconomista, Università Pompeu Fabra, Barcellona

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