“Il problema non è Milano, il sud trovi i suoi modelli per crescere”. Parla Enrico Moretti

Luciano Capone

La risposta per il Meridione va cercata nelle sue aree di successo

Roma. Enrico Moretti, professore a Berkeley in California, è uno degli economisti italiani più stimati al mondo per le sue ricerche sull’economia del lavoro e sull’economia urbana. Il suo bestseller “La nuova geografia del lavoro” che analizza i notevoli cambiamenti geografici legati alla crescita economica ha ottenuto molti riconoscimenti e ha avuto un impatto globale sul tema. È la persona ideale per affrontare il dibattito avviato dal ministro per il Sud Giuseppe Provenzano su Milano, una città che cresce ma “non restituisce”, mentre aumentano i divari tra centro e periferia e tra nord e sud. “Sembra che il modo in cui si pensa alla crescita economica in Italia sia quello di un gioco a somma zero tra città – dice Moretti –. Al contrario, la ricerca economica dice che la crescita di una città, e di Milano nello specifico, ha profondi effetti positivi sulla crescita del paese”. Per quali motivi? “Per due ragioni. La prima è di tipo fiscale, redditi più alti a Milano vuol dire introiti maggiori per il governo centrale che poi vengono spesi per vari interventi. E di sicuro Milano dà allo stato più di quanto riceve, contribuendo così alla spesa pubblica in altre città”. E la seconda ragione? “E’ il fatto che la crescita di Milano in termini di salari, occupazione e investimenti non avviene a scapito di altre città. Anzi, favorisce il dinamismo del mercato del lavoro del nord e, probabilmente, anche di altre parti”.

  

E com’è possibile? Una città più competitiva non prosciuga risorse dalle altre? “I sistemi del lavoro delle città sono interconnessi. Se un’impresa di Milano cresce e investe, parte di quella crescita è domanda per beni e servizi al di fuori di Milano e vuol dire posti di lavoro fuori e indotto in altre parti d’Italia. La mia ricerca e di altri economisti dimostra che i paesi che sono sani hanno tante città che crescono”. Il problema, quindi è che in Italia non ci sono altre Milano? “Purtroppo i distretti al di fuori di Milano, Bologna e qualche altra regione dinamica, hanno una struttura che non è avanzata, centrata su pochi investimenti in innovazione e capitale umano. È quindi una struttura industriale che al posto di godere i vantaggi della globalizzazione ne soffre gli effetti. Così anche per l’impatto delle nuove tecnologie”.

 

I distretti e la struttura produttiva italiana andavano bene dal Dopoguerra fino agli anni Ottanta, poi il mondo è cambiato e siamo rimasti spiazzati. Ma come si fa a riportare la crescita nelle aree in difficoltà? “E’ una domanda da un miliardo di dollari”, risponde Moretti. “Non è un problema solo italiano. Negli Stati Uniti c’è la Rust belt, che ha una performance diversa dal resto del paese. In Francia le province al di fuori delle grandi città hanno crescita anemica, così come il nord dell’Inghilterra. Tutte queste aree hanno in comune lo sviluppo di fenomeni politici populisti: Trump, la Brexit, i gilet jaunes”. La crescita troppo rapida delle città crea squilibri... “Ma credo che frenare le città che vanno sia un errore, perché contribuiscono al resto del paese. Non credo sia una buona soluzione”. Non resta che fare interventi nelle aree depresse per farle crescere come Milano. “Il problema è che non esiste una ricetta che ci dice: se fai così il sud diventa la Silicon Valley. Abbiamo una lunga storia di industrializzazione guidata dallo stato, con la Cassa del mezzogiorno, e i risultati non sono molto positivi e duraturi nel tempo”.

 

Non serve un piano speciale per il sud, magari imitando i modelli di successo? “Intanto il Mezzogiorno non è omogeneo, ha diverse province che sono dinamiche. Il punto non è cosa deve fare il sud Italia per imitare il resto del mondo, ma capire quali sono le economie del sud che funzionano meglio. Perché ci sono in Puglia distretti che hanno un forte export? Perché a Salerno sono dinamici? Perché in parti della Sicilia ci sono eccellenze non solo nell’industria tradizionale, ma anche in produzioni avanzate? La risposta per il sud va cercata nelle sue aree di successo, non con piani calati dall’alto”.

  

Ma come fa un’area depressa a diventare un motore della crescita? “Ho studiato tanti casi negli Stati Uniti nel Regno Unito e la tipica trasformazione da zona depressa a zona dinamica non ha a che vedere con l’intervento pubblico, ma con imprese locali che crescono e hanno successo. E non è il successo dell’impresa in sé, ma il fatto che genera un ecosistema, un’agglomerazione di altre imprese”. Un esempio? “Seattle negli anni Settanta era un’economia disperata, non aveva niente. C’era la Boeing ma stava fallendo e licenziava migliaia di lavoratori. Ciò che ha cambiato la sua economia è stato un signore che si chiama Bill Gates, aveva una start up in New Mexico, ma voleva tornare a casa. Aveva dieci dipendenti, ovviamente nessun giornale all’epoca parlò del suo trasferimento, ma fu ciò che ha cambiato la storia di Seattle. Non solo Microsoft ha creato 50 mila posti di lavoro ben pagati, ma l’effetto maggiore sono le centinaia di altre imprese che si sono agglomerate lì, creando centinaia di migliaia di posti di lavoro connessi a Microsoft. E’ questa l’evoluzione tipica delle città depresse che hanno successo”.

  

E quali sono le cose da fare per creare al Sud un ecosistema favorevole alla crescita di un Bill Gates catanese o salernitano? “Non ci sono idee nuove. La prima cosa è far funzionare la giustizia e il rispetto delle regole: il principale problema dell’Italia è che una causa civile dura 20 anni, questo crea incertezza e scoraggia gli investimenti”. E poi? “La scuola e l’università, che sono fondamentali per ammodernare la struttura industriale italiana. Infine serve un moderno mercato dei capitali orientato alle produzioni più innovative. Non è solo un problema di risorse, ma anche di competenza nel riconoscere il valore di idee ad altissimo livello di specializzazione di persone che magari non hanno connessioni”.

Di più su questi argomenti:
  • Luciano Capone
  • Cresciuto in Irpinia, a Savignano. Studi a Milano, Università Cattolica. Liberista per formazione, giornalista per deformazione. Al Foglio prima come lettore, poi collaboratore, infine redattore. Mi occupo principalmente di economia, ma anche di politica, inchieste, cultura, varie ed eventuali