Uno spettro si aggira per l'Unione europea: l'autonomismo. E non è così male

Nicola Rossi

L’unica anomalia é l’Italia, con la Lega autonomista e sovranista

Con tutto quel che accade – da Genova a Taranto a Venezia – è difficile considerare la recente e francamente surreale polemica fra il sindaco di Milano Giuseppe Sala e il ministro per il Sud e la Coesione territoriale Giuseppe Provenzano come meritevole di una qualche attenzione. Non si può negare però che essa segnali qualcosa di molto più profondo di quanto non appaia, come mostra chiaramente l’intervento del ministro stesso sulle colonne del Corriere della Sera (“Troppi divari territoriali. Abbattiamo questi muri”, 18 novembre 2019). E non mi riferisco tanto al tema delle aree interne, al solco che si starebbe scavando fra i piccoli centri, le campagne deindustrializzate e i centri urbani, le città (se non addirittura “la” città). A questo proposito ci si potrebbe limitare a osservare che, non contenta degli straordinari risultati ottenuti nel tentativo di avvicinare il nord e il sud del paese, la politica di coesione – e con essa la burocrazia che la incarna e il bacino di clientele che la difende – stia semplicemente cercando di sopravvivere a sé stessa. Dandosi nuovi compiti pur avendo fallito nei precedenti (come solitamente fa ogni burocrazia). Dominata dalla stessa logica, ispirata dalla stessa cultura, armata degli stessi strumenti che hanno già mostrato altrove i loro limiti. Ovviamente, come sottolinea il ministro, con risorse maggiori che in passato. Non resta che augurargli buona fortuna.

 

No, il tema delle fratture che percorrono il paese e in primis quella fra centronord e Mezzogiorno rileva in quanto rappresenta l’altra faccia del dibattito sull’autonomia regionale che, dopo aver vissuto un momento di gloria nella stagione gialloverde, appare non troncato ma certamente sopito nell’èra giallorossa. Movimenti autonomisti se non addirittura indipendentisti sono presenti in molti dei paesi membri dell’Unione europea. Il caso della Catalogna in Spagna è diventato, dopo il referendum sulla autodeterminazione della regione del 2017, fin troppo noto. Nel Regno Unito la Scozia – che per l’indipendenza ha votato nel 2014 e si propone di rivotare nel 2020 – lo è forse altrettanto. In Francia, l’irredentismo corso esprime la presidenza del Consiglio esecutivo della regione. E, per quanto marginale, la presenza in Baviera del Bayernpartei non è del tutto priva di significato. Com’è evidente, il filo rosso che unisce questi casi non sembra essere il livello di benessere economico ma piuttosto – se proprio se ne vuole trovare uno – il rapporto con l’Unione europea. In nessun caso, la spinta autonomista coincide con una volontà di abbandonare l’Unione europea. Al contrario, la richiesta di un nuovo referendum scozzese diverrebbe ancora più pressante se il Regno Unito dovesse lasciare l’Unione senza accordo. E se invece un accordo dovesse trovarsi secondo le linee concordate dal governo Johnson, la strada per la riunificazione irlandese potrebbe essere tracciata (e con essa per l’indipendenza dell’Irlanda del Nord). E come non notare che all’indomani del referendum sull’indipendenza catalana, l’allora leader catalano Puigdemont trovò asilo non a Parigi o a Berlino ma a Bruxelles? Non a caso le istanze indipendentiste sono fumo negli occhi per i partiti sovranisti che spesso e volentieri della distanza dall’Europa fanno la loro cifra politica. Per fare solo un esempio, in Spagna Vox ha costruito sulla battaglia contro l’indipendenza catalana il proprio successo elettorale.

  

Per dirla in altri termini, la nascita dei movimenti autonomisti sembra essere una straordinaria vittoria dell’Europa. All’interno di un contenitore più ampio ogni identità regionale – vera o presunta – sembra poter trovare la propria collocazione più adeguata. Una collocazione che non necessariamente coincide esattamente con i “vecchi” confini (fisici e non solo fisici) nazionali ma che non per questo – se l’Unione avesse una dimensione politica – potrebbe essere necessariamente considerata meno legittima. Una questione molto spinosa, senza dubbio, ma rispetto alla quale la Commissione ormai vicina all’insediamento farebbe bene a non girare la testa (come quella che l’ha preceduta). Ignorare il tema potrebbe, in tempi brevi, non essere più una opzione disponibile.

  

In questo quadro l’eccezione degna di nota è, tanto per cambiare, l’Italia che è riuscita nell’impresa di avere un movimento al tempo stesso autonomista in parti significative del paese e sovranista in tutto il paese. Un movimento che capeggia quella che – a torto – è stata definita “la secessione dei ricchi” e, al tempo stesso, si candida a rappresentare quel Mezzogiorno che – a torto o a ragione – insistendo sul carattere nazionale della questione meridionale non fa che ribadire implicitamente l’assoluta intangibilità dell’assetto nazionale, come qualunque partito sovranista farebbe. Non è chiaro quale dei due volti prevarrà (perché a prevalere, nei fatti, sarà non più di uno dei due) ma se fossimo nei panni dei tanti leghisti ardenti sostenitori dell’autonomia veneta, lombarda o piemontese faremmo quanto necessario e anche di più per indurre nella leadership leghista un atteggiamento – come dire? – più pacato e riflessivo rispetto all’Europa.

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