Milano, un buco nero di molto successo

Maurizio Crippa

Provenzano ha ragione quando dice che la città non restituisce abbastanza

Milano. Bisogna superare la staticità dell’ovvio e ammettere che Giuseppe Provenzano, ministro per il Sud e la Coesione territoriale, ha ragione quando dice, come ha fatto lunedì dialogando col sindaco Beppe Sala, che “non è la prima volta nella storia d’Italia che Milano è un riferimento nazionale. Però oggi questa città attrae ma non restituisce quasi più nulla di quello che attrae”. Intorno a Milano, secondo l’immaginifico ministro “si è scavato un fossato: la sua centralità, importanza, modernità e la sua capacità di essere protagonista delle relazioni internazionali non restituisce quasi niente all’Italia”. E’ un’ipotesi da non cassare a priori, sarebbe pigrizia, ma si può dire anche meglio: la luccicante Milano tornata a essere locomotiva economica e ormai da alcuni anni “the place to be” delle classifiche internazionali di qualsiasi cosa, corre al contempo il rischio di tramutarsi in un invincibile buco nero. Buco nero nel senso astronomico: una stella con un campo gravitazionale così forte da attrarre tutto a sé, da mangiarsi la luce, da rendere impossibile a qualsiasi forma di energia di uscire verso l’esterno, di espandersi.

 

Bisogna però premettere che il ministro Provenzano ovviamente sbaglia, nel concetto e nei numeri. Il suo al massimo è un caso di serendipity. Milano paga le tasse sulla ricchezza che produce come il resto d’Italia, anzi i meccanismi del celebre “residuo fiscale” fanno sì che versi al resto del paese anche di più. Basta questo aspetto, e la risposta è che Milano restituisce molto. Quanto poi ad attrarre “troppo”, si può immaginare che il sindaco Sala si sentisse persino un po’ frustrato, trovandosi a dover rispondere per la millesima volta alla medesima svista: “E’ casuale che delle 8 mila multinazionali che ci sono in Italia, ben 4.300 si trovano a Milano? – ha replicato a Provenzano – Qui trovano un sistema in cui tutto funziona. Dobbiamo cacciarle?”. Un ministro della Coesione territoriale dotato di visione dovrebbe saperlo.

 

Ma poiché la cecità, nel mito, è simbolo di preveggenza, è invece interessante prendere sul serio Provenzano, perché ha colto un aspetto vero: Milano quel problema lì, di attrarre e faticare a emanare, lo ha davvero. E i più attenti analisti delle sue dinamiche economiche e sociali, quelli che sanno superare la retorica persino un po’ stucchevole – e quantomeno troppo sbilanciata sull’oggi – del “place to be” lo osservano da tempo. Non è un caso che la risposta, meno polemica di come è stata raccontata, di Beppe Sala lunedì è stata questa: “Non credo che abbiamo nessun istinto egoistico, oggi è vero che Milano sta un po’ fagocitando tutta la crescita che il nostro paese potrebbe meritare. Se mi chiedete da sindaco di Milano: è giusto? Dico di no”.

 

Milano per la forza che ha, per il peso che ha acquisito, corre il rischio di trasformarsi in un buco nero, in una stella senza emanazione. Buco nero economico ma anche politico (che tra le due cose ci sia un collegamento?). Un esempio facile, quasi scontato quando si parla di sviluppo dell’area metropolitana, è quello dell’Alta velocità. Un decennio fa a Milano si diceva: bene, potremo andare a lavorare a Bologna o Torino, tanto basta un’ora. Dieci anni dopo manager e professionisti fanno i pendolari verso Milano, non il contrario. Le possibilità di lavoro si moltiplicano dove c’è lavoro, ma la rete territoriale non si allarga. E molte aziende spostano qui i loro headquarter. Ultima, per fare un esempio, Allianz, che trasferirà la storica sede per l’Italia da Trieste a Milano. Nota bene: per il via libera al trasferimento, ha sottoscritto un accordo con la regione Friuli Venezia Giulia in base a cui lascerà un gettito fiscale immutato in terra giuliana. Perché il fenomeno della concentrazione del gettito fiscale sull’area metropolitana milanese (la non restituzione, detta nei termini vetero socialisti di Provenzano) è un problema reale. Per citare un altro tema del ministro, è vero che il sistema università-lavoro attrae i migliori studenti, ed è molto bassa la percentuale di quelli che vengono “restituiti”. Da qui si esportano laureati all’estero, in un sistema integrato con l’Europa.

 

Poi c’è la politica. Il “modello Milano”, sempre sbandierato, è stato anche un mantra renziano, in soldoni significa: buona amministrazione, collaborazione pubblico-privato a ogni livello, mentalità bipartisan. Ma è un modello che si riflette su se stesso, non guida il resto del paese. Non ha prodotto autonomia amministrativa (buona o cattiva che sia), ma nemmeno le facilitazioni per un distretto finanziario o commerciale differenziato, chieste da anni. Carlo Bonomi di Assolombarda ha detto di recente che se l’Italia vuole andare bene, “basta che copi Milano”. Ma non avviene. Sala ha risposto al ministro: prendete esempio dalle nostre municipalizzate. Ma nessuno lo fa. Nel governo, Milano (e nemmeno il nord) non ha un ministro di riferimento, non l’aveva neppure prima e in sostanza la “capitale economica” non ha mai avuto un’influenza politica nazionale. Non esporta il suo modello né l’insegnamento. Un po’ “non è colpa sua”, non ci sono le condizioni nazionali per esportarlo. Ma un po’ è la pigrizia di una città che sta bene, che se ne sta meglio in Europa che non in Italia e tende a crescere su se stessa, attorno a se stessa. Vista da qui, sembra che vada tutto bene. Ma sul lungo periodo rischia di essere un problema per tutti: non solo per il resto dell’Italia, ma anche prima o poi per la possibilità di crescere ancora.

  • Maurizio Crippa
  • "Maurizio Crippa, vicedirettore, è nato a Milano un 27 febbraio di rondini e primavera. Era il 1961. E’ cresciuto a Monza, la sua Heimat, ma da più di vent’anni è un orgoglioso milanese metropolitano. Ha fatto il liceo classico e si è laureato in Storia del cinema, il suo primo amore. Poi ci sono gli amori di una vita: l’Inter, la montagna, Jannacci e Neil Young. Lavora nella redazione di Milano e si occupa un po’ di tutto: di politica, quando può di cultura, quando vuole di chiesa. E’ felice di avere due grandi Papi, Francesco e Benedetto. Non ha scritto libri (“perché scrivere brutti libri nuovi quando ci sono ancora tanti libri vecchi belli da leggere?”, gli ha insegnato Sandro Fusina). Insegue da tempo il sogno di saper usare i social media, ma poi grazie a Dio si ravvede.

    E’ responsabile della pagina settimanale del Foglio GranMilano, scrive ogni giorno Contro Mastro Ciliegia sulla prima pagina. Ha una moglie, Emilia, e due figli, Giovanni e Francesco, che non sono più bambini"