Milano, la prima della classe che paga la sua spocchia. Ma anche il resto d'Italia va

Valeria Montebello

Il capoluogo lombardo è un esempio virtuoso nonostante faccia un po’ troppo lo spocchioso

Milano è la prima della classe, ha vinto la coccarda, è la più brava e diligente, la più ordinata e quadrata fra le città italiane. Quella al primo banco che dice con il sopracciglio alzato: “Vengono tutti da me a chiedere di copiare i compiti, che ci posso fare io?”. Amata dai professori e dai genitori che rimproverano i propri figli casinari e disattenti: “Guarda Milano, specchiati!”. Meno amata dal resto della classe.

 

 

C’è chi la usa per copiare ma dietro ne parla male, chi non la sopporta proprio e con aria scanzonata, un misto di superiorità e inerzia sorniona, la schifa, nemmeno ci parla. Chi la guarda con sospetto come se fosse un robot senza sentimenti che pensa solo a studiare. Chi ha solo qualche appunto da farle come il ministro del Sud Giuseppe Provenzano che si è permesso di dire proprio “su suolo nemico”, al convegno dell’Huffington Post nel palazzo sede della Fondazione Feltrinelli che Milano non restituisce nulla all’Italia. Non è questione di contenuto, basta lo slancio. In questo caso, e in molti altri casi, lo slancio è quello di chi si è stufato delle lodi sperticate a Milano accompagnate dalla retorica del nulla da Roma in giù. Di chi si è stufato della “logica del trascinamento, delle locomotive” come il ministro scrive nel suo ultimo tweet. Per non fare arrabbiare subito i fanatici della prima della classe: Milano in questo momento è all’apice, ok, secondo il rapporto di The European House - Ambrosetti genera il 10 per cento del Pil nazionale, ospita il 32 per cento delle multinazionali made in Italy, conta 1.500 start up innovative. Ok. Ma possiamo anche dire che la spocchia aritmetica che sta dietro a questi numeri non è giustificata e non fa altro che affossare il resto del paese, non fa altro che ripetere: voialtri non siete contemporanei, né europei, né vattelappesca quali altri aggettivi senza significato.

  

 

Beppe Sala è sicuramente un buon esempio – ha anche tempo di farsi selfie con tutti i cantanti che gli capitano a tiro perché la città è piccola, ormai si quasi autogoverna. Milano è un esempio virtuoso, a tratti, nonostante faccia un po’ troppo la prima della classe e sia tutta una serie di eventi conditi con poco sale che favoriscono la digestione. Ma non è l’unico esempio possibile. C’è chi scappa dal Sud, questi fantomatici giovani talenti in fuga – se ne vanno più a Londra che a Milano in ogni caso, i giovani talenti – ma c’è anche chi resta e cerca di fare qualcosa, di impegnarsi in questa landa desolata piena di pattume, sporcizia, rituali tribali ma anche di cultura, tradizioni, vivacità. Da Roma in giù vengono fuori i migliori talenti italiani in tutte le arti. Dalla musica (l’indie è nato a Roma, la trap, sperimentazioni di ogni tipo) alla moda, i più apprezzati direttori creativi sono romani: Piccioli per Valentino, Alessandro Michele per Gucci, Maria Grazia Chiuri per Dior, Silvia Venturini Fendi per Fendi. Girano il mondo ma tornano nella Capitale per ispirarsi e creare, e non potrebbero fare altrimenti, il fuoco è qui. Al cinema, alla letteratura: Elena Ferrante è l’unico caso letterario, da un po’ di tempo a questa parte, esportato negli Stati Uniti, gli americani vanno a fare visita a San Giacomo dei Capri, un posto bruttissimo per molti, che quasi diventa bello dopo aver letto i suoi libri. È necessario cercare di costruire una narrazione diversa del Sud, che valorizzi le sue caratteristiche - diverse da quelle del Nord, e menomale - per non ritrovarsi ad essere tutti (e solo) dei primi della classe.

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