Come si governa un territorio? Scontro tra visioni diverse

Daniele Bonecchi

Piani urbani e trasporti: la guerra tra Regione (Lega) e Comune (sinistra) è filosofica

Quel chilometro di strada che divide palazzo Marino da Palazzo Lombardia, da un po’ di tempo somiglia alla striscia di Gaza. Scontri continui, scaramucce si potrebbe dire, non fosse che nascono e rappresentano due modi estremamente diversi di intendere il governo e la sua proiezione territoriale. E se Beppe Sala, contrariamente a quanto pensa il ministro per il Sud Giuseppe Provenzano, crede che il motore dello sviluppo siano le città, il governatore leghista Attilio Fontana ha una visione più periferica, in cui contano più i territori con le loro storiche (ma molto spesso non più funzionali) autonomie. I fronti aperti, al momento, sono due: la legge sulla rigenerazione urbana, approvata dal Consiglio regionale giorni fa, attaccata pesantemente dall’assessore all’Urbanistica del Comune Pierfrancesco Maran. E la governance del trasporto pubblico locale. Per l’assessore al Territorio della Regione, Pietro Foroni, che ha scritto il provvedimento sulla rigenerazione urbana “non ci sono al momento in Italia esempi come questo: la rigenerazione urbana è fondamentale per evitare consumo di suolo, recuperare l’esistente e abbattere i costi; dobbiamo recuperare edifici fatiscenti e rendere più belle, vivibili e sicure le nostre città”. E costa meno in termini di denaro e burocrazia, dice Foroni, “questa normativa vuole avere un effetto choc sullo sviluppo urbanistico”, afferma perentorio Foroni.

 

Per Maran, che ha visto approvare dal Consiglio comunale il nuovo Pgt un mese fa, invece si affaccia il rischio di snaturare le scelte di Milano. “Senza visione non c’è rigenerazione. E questa legge allarga ancora di più la forbice tra Milano e il resto della Lombardia. La Regione ha approvato una legge che regala il 20 per cento di volumetrie a tutte le aree private lombarde e taglia gli oneri di urbanizzazione. La chiamano rigenerazione, dicono che non riguarda Milano (e su questo speriamo di poter creare le condizioni per non applicarla in città, attendiamo gli applicativi dalla Giunta, perché sono a un passo dall’incostituzionalità) ma è soprattutto un inganno per i piccoli e medi comuni lombardi cui dicono essere rivolta. Pensare che qualcuno investa in capannoni e aree difficili solo perché gli regali volumi o tagli i costi è pura utopia”, insiste Maran. Poi rincara: “Così si fanno regali e sconti a chi comunque avrebbe investito, bypassando le regole in vigore (ad esempio a Milano) e non si crea una motivazione vera per investire laddove serve una visione di sviluppo. Il centrodestra dice che è la legge più importante della legislatura (auguri), i 5 stelle non hanno votato contro perché sono ambientalisti a giorni alterni”.

 

Lo scontro sul trasporto pubblico lombardo riguarda oltre un milione di viaggiatori. Giorni fa in commissione Trasporti al Pirellone la Lega ha proposto e votato un cambiamento d’indirizzo della legge sul Tpl. E un emendamento ha fortemente ridimensionato il ruolo di Milano e della Città metropolitana (45 per cento contro il 62,2 per cento precedente) a favore delle città più piccole, come Monza, Pavia, Lodi. Città amministrate dal centrodestra, ovviamente. Qualora la legge venisse approvata, Milano perderebbe il primato, le gare per l’assegnazione del servizio vedrebbero sul campo equilibri diversi e l’agenzia per il Tpl dovrebbe cambiare governance. Chi ha scritto l’emendamento, Andrea Monti, vicepresidente della commissione Trasporti, spiega che l’agenzia “non è di proprietà esclusiva di Milano, perché si estende su quattro province” e il ruolo preponderante deriva dalle norme della legge Delrio sulle città metropolitane: “Noi ora abbiamo ovviato alla stortura di quella legge”. Ma al di là di chi gestisce cosa e in base a quale riferimento politico, anche in questo caso ci sono visioni differenti di quella che dovrebbe essere la governance di un’area-megalopoli che travalica le province e tanto più le dimensioni dei comuni. Chi dovrebbe decidere di più, nel disegno del trasporto pubblico, tenuto conto che la maggior parte dei flussi convergono su Milano? Gli amministratori della città metropolitana insistono sulle cifre: “Le quote di Milano e Città metropolitana – con la nuova norma – insieme raggiungono il 45 per cento, ma bisogna tenere presente che rappresentano il 66 per cento della popolazione, l’89,4 per cento del servizio, il 92,7 per cento dei passeggeri”.

 

Chi ha l’onere di gestire l’agenzia, Daniele Barbone, nominato presidente dal sindaco Sala, si limita ad esporre i tanti problemi: “Il nostro ruolo, avendo tra i soci Comune di Milano, Città metropolitana, le province di Lodi, Pavia, Monza Brianza, i comuni capoluogo eccetera, è il luogo nel quale si prendono le decisioni strategiche che riguardano il Tpl e di conseguenza deve restare fuori dalle dinamiche della politica”. E aggiunge: “Se la ratio della modifica è: ci serve garantire agli enti locali di minor dimensione che non hanno ruolo dentro la governance siano coinvolti nel tema de tpl, allora la necessità è individuare le forme migliori con le quali questi comuni possano essere coinvolti. Modificare la governance? No perché i comuni che non sono capoluogo di provincia e che hanno dimensioni minori non sono titolari di servizi di trasporto pubblico locale. Devono poter dire la loro su qualità del servizio, frequenze orari ma non nella governance. Quella modifica non è funzionale allo scopo, in più corre il rischio di bloccare tutta l’operatività dell’agenzia”, conclude Barbone. Le elezioni a Milano nel 2021 e un governo in balia degli eventi non aiutano. L’episodio di qualche giorno fa è emblematico: il ministro per le Infrastrutture Paola De Micheli, in visita a Milano, ha fatto tappa al Pirellone per incontrare il gruppo Pd. Non si è nemmeno premurata di incontrare Attilio Fontana che ha alcuni dossier da sottoporle. Qualcuno si è affrettato a ricordare alla De Micheli che i ministri giurano sulla Costituzione non sullo statuto del proprio partito.