Italia affidabile “solo” quando gli altri non lo sono, dice Morningstar

Mariarosaria Marchesano

I rischi di instabilità nel breve periodo sono pochi. Ma potrebbero aumentare nel medio-lungo in caso di nuove elezioni

Milano. Fino a pochi mesi fa l’Italia era considerata dagli investitori internazionali uno dei due maggiori fattori di rischio geopolitico per l’Eurozona insieme con la Brexit, quando si pensava che questa potesse avvenire con un percorso regolamentato. La percezione è molto cambiata da agosto in avanti, come si è visto dalla riduzione dello spread tra Btp e Bund tedeschi, ma attribuirne il merito unicamente al cambio di governo non riflette appieno quello che sta accadendo sui mercati internazionali. Negli ultimi tempi, infatti, sono talmente cresciute le preoccupazioni per altri fattori di instabilità (una Brexit più complicata del previsto, il rallentamento economico della Germania, l’inasprimento delle tensioni commerciali) da spingere gli operatori a riconsiderare il rischio Italia alla luce di un contesto globale sempre più in tumulto.

 

“Se dovessi sintetizzare con una battuta, direi che non è l’Italia a essere migliorata, ma il resto del mondo peggiorato”, esclama Greggory Warren, strategist di Morningstar e uno dei commentatori finanziari più ascoltati sulle reti televisive americane. Greggory, intervistato dal Foglio a margine dell’investment conference promossa a Milano dalla società di servizi finanziari di Chicago, non condivide, per esempio, l’ottimismo che si sta diffondendo sulla pace commerciale tra Stati Uniti e Cina. “Un imminente accordo sui dazi? Non ci credo completamente – dice Warren - il presidente Donald Trump è imprevedibile. Ma se mi chiede quale impatto avrà sull’Europa la politica protezionistica della Casa Bianca, le rispondo che secondo me sarà ridotto. A conti fatti, ci rimetterà di più il Parmigiano Reggiano rispetto alle automobili europee, che sono prodotte per lo più in stabilimenti che si trovano negli Stati Uniti”. Dunque, secondo lo strategist di Morningstar, la guerra dei dazi tra Washington e Pechino non è destinata a sfumare tanto in fretta, così come non si vedono ancora concreti segnali di ripresa dell’economia tedesca ed è diventato un rompicapo l’uscita della Gran Bretagna dall’Ue.

 

 

Nei fatti, però, da quando si è insediato il governo giallorosso, sui mercati finanziari è tornata la calma, anche se è lecito domandarsi fino a quando durerà, soprattutto alla luce delle tante liti sulla manovra economica e di come è stato gestito il caso dell’Ilva di Taranto, due fronti che riflettono la scarsa compattezza dell’attuale maggioranza. Gordon Kerr, analista basato a Londra dell’agenzia di rating Dbrs, dice di non vedere nel breve periodo la possibilità di un peggioramento per l’Italia, ma che in un orizzonte di lungo periodo che è poi quello considerato dagli investitori istituzionali, “un fattore di rischio potrebbe essere rappresentato da nuove elezioni”. Insomma, non c’è dubbio che un ritorno alle urne farebbe di nuovo aumentare il rischio percepito dai mercati mettendo sotto pressione lo spread, che si è dimezzato rispetto a un anno fa. “Il differenziale tra Btp e Bund tedeschi si è ridotto grazie a una concomitanza di fattori – dice Kerr – il nuovo governo ha mostrato la capacità di rappresentare un elemento di stabilità, ma gli investitori sono anche tornati sui titoli di stato italiani per controbilanciare il rischio percepito negli altri focolai di crisi, in particolare il rallentamento tedesco. In più, la Bce ha dato un contributo fondamentale all’abbassamento di tutti gli spread sovrani nell’Eurozona con la sua politica espansiva”, afferma Kerr. Il 15 novembre è atteso il nuovo giudizio di Dbrs sul debito dell’Italia dopo che lo scorso luglio l’agenzia canadese ha confermato il rating “BBB(high)”, classificando il paese tra gli emittenti non speculativi. La decisione è stata giustificata con il miglioramento della qualità del credito del settore bancario e l’impegno del governo italiano su una strategia fiscale più prudente, nonostante le incertezze politiche e un limitata crescita dell’economia. Kerr, ovviamente, non ne parla, ma dice che se dovesse indicare un settore in cui l’Italia si presenta oggi più affidabile per gli investitori internazionali, sarebbe quello dei non performing loan, cioè dei crediti bancari deteriorati. “Il mercato degli npl presenta più di altri settori un quadro di regole certo e chiaro grazie al lavoro che è stato fatto dai regolatori e al buon funzionamento della garanzia statale Gacs, che ha stimolato le banche italiane a ridurre l’ammontare di sofferenze dai 350 miliardi del 2015 ai 150 attuali contribuendo così anche a contenere fortemente la rischiosità del settore per l’intera economia italiana”.

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