Ma che decrescita

Stefano Cingolani

Innovazione e adattabilità, dai distretti alla filiera internazionale. Così le piccole imprese italiane trainano la nostra riscossa industriale

Ci sono i Gulliver e ci sono i lillipuziani, ma i nani non hanno nessuna intenzione di legare a terra i giganti. Le parti del resto si possono sempre invertire, proprio come accade nell’isola di Brobdingnag. Il romanzo di Jonathan Swift è una catena di metafore e non è del tutto improprio se ne aggiungiamo un’altra. I Gulliver nel nostro caso sono Fiat Chrysler e Peugeot Citroen. Certo, è vero, calcano un altro campo da gioco, ma così com’è fatto il mondo dell’industria, i giganti non possono fare a meno dei nani e viceversa. Gli economisti la chiamano catena del valore, per un telefonino come per un’automobile. I nostri lillipuziani assistono ai viaggi dei loro Gulliver, alle loro avventure e disavventure, alle guerre di mercato, ai matrimoni o ai divorzi; trattenendo il fiato, sperano che gli anelli non si spezzino, ma sono sicuri che non c’è storia senza di loro. Hanno sofferto, sia chiaro, se la son vista brutta, la moria c’è stata e chi lo nega: prima tra 2008 e 2009 e poi tra 2011 e 2012, l’angelo sterminatore ha lasciato macerie, ma la distruzione s’è rivelata creatrice.

 

Martedì si apre a Milano un evento che potremmo chiamare la fiera dei piccoli di successo. Si tratta del Salone delle due ruote, cicli e motocicli, un settore nel quale l’Italia ha una posizione leader. “Sarà una edizione da record”, spiega al Foglio Andrea Dell’Orto, presidente di Eicma, Esposizione internazionale ciclo e motociclo, “otto padiglioni, due in più rispetto allo scorso anno, 43 paesi presenti, 800 marchi, il 60 per cento degli espositori esteri”. Le due ruote non sono state colpite dalla crisi a differenza dall’automobile, e non temono nemmeno i dazi di Donald Trump (almeno per ora).

 

Le due ruote non sono state colpite dalla crisi a differenza dall’automobile, e non temono nemmeno i dazi di Trump

Nei primi nove mesi dell’anno sia le moto sia gli scooter hanno tirato, in difficoltà semmai sono i cinquantini. E qui si vede già l’impatto del passaggio al motore elettrico che rappresenta la prossima sfida per tutti, sia per in produttori di moto sia per chi fornisce le varie componenti. “La mobilità elettrica sarà il futuro, non ho dubbi, e già oggi nelle moto ha una penetrazione maggiore che nelle auto”, sostiene Dell’Orto. Le quote sono ancora piccole, ma la differenza è netta: “In Europa nel 2018 sono state immatricolate 47 mila moto elettriche e rappresentano il 3,5 per cento del mercato”, contro l’1,5 per cento del mercato dell’auto, sottolinea il presidente dell’Eicma. Dell’Orto, 50 anni, è dal 2005 al comando di un’azienda fondata nel 1933 dal nonno Piero, che dalla Brianza è sbarcata in Cina e in India (un paese che l’anno scorso ha immatricolato 20 milioni di due ruote contro il milione e 200 mila dell’Europa). Con un fatturato di 100 milioni e 600 dipendenti, ha una taglia da multinazionale tascabile, ma occupa una nicchia fondamentale. Le sua specialità sono i carburatori e l’iniezione elettronica, snodo chiave dell’intero circuito. Insieme alla Mitsubishi, ha sviluppato la valvola Egr utilizzata sui motori della Fca e della Opel. La fusione tra Fiat Chrysler e Peugeot Citroen (alla quale fa capo anche la Opel), se andrà in porto, non potrà che far bene a Dell’Orto, lillipuziano alleato di Gulliver, per riprendere la nostra metafora.

 

La classifica delle mille società europee che sono cresciute di più tra il 2014 e il 2017: in testa la Germania, segue l’Italia

La crisi nell’azienda brianzola è stata davvero l’occasione per compiere un salto di qualità. “La famiglia ci ha creduto”, racconta Andrea, “ha investito sul rilancio, ha puntato su due fattori chiave: la tecnologia e l’internazionalizzazione”. Gli ultimi tre anni sono stati i migliori e Industria 4.0 ha dato un contributo importante: “Ha aiutato a modernizzare i processi, ha funzionato molto bene nella manifattura favorendo l’automazione e la digitalizzazione”. Adesso si parla di incentivi per il passaggio all’elettrico, in realtà già ci sono e non ne servono altri: “Non bisogna drogare il mercato, occorre semmai favorire lo svecchiamento del parco moto”. In India la Dell’Orto ha aperto una succursale, in Cina ha una società insieme a un grosso produttore di pompe elettriche. Il carburatore racchiudeva in sé molte funzioni che oggi sono delegate a componenti come la pompa benzina, che non esisteva perché il carburatore funzionava per depressione. Se un tempo era sufficiente fornire un singolo pezzo, oggi è sempre più importante proporsi come sistemisti che forniscono il complesso di alimentazione completo. Dell’Orto è presente anche nelle auto dalle quali oggi proviene il 60 per cento di fatturato. La sua vetrina è la Moto3, la categoria inferiore delle corse che fanno parte del Moto Mondiale, per la quale produce da diversi anni la centralina elettronica DoPe arrivata alla sua terza generazione e alla quale è abbinata una strumentazione digitale. Dalla meccanica all’elettronica, il passaggio non è semplice; e mentre la transizione non è affatto compiuta, ecco che arriva il salto dal motore a scoppio a quello elettrico. Tenere dietro all’innovazione è un esercizio da mal di testa, ma questo è il mestiere dell’imprenditore che non voglia essere spazzato via a ogni sobbalzo del ciclo economico. Le piccole aziende sono destinate a restare sempre piccole per non morire, per non finire nelle fauci dei grandi? “Non è facile fare impresa in Italia, lo sappiamo, cuneo fiscale, burocrazia, incertezza politica tutto ciò rema contro”, dice Dell’Orto, “tuttavia c’è spazio per la crescita, sia per la crescita interna sia per aumentare la dimensione con aggregazioni e acquisizioni. E’ anche una questione di mentalità, ma soprattutto ci vogliono imprenditori che sappiano decidere e abbiano voglia di rischiare”.

 

Ogni giorno in Italia nascono mille aziende, piccole, piccolissime, minime. Secondo l’Unioncamere tre imprese individuali su cinque riescono a superare i primi cinque anni di vita. L’anno scorso il saldo tra aperture e chiusure è stato positivo. I terminali delle Camere di commercio hanno registrato l’iscrizione di 348.492 nuove imprese (8.500 in meno rispetto al 2017) e 316.877 chiusure di imprese esistenti. E’ stato il Mezzogiorno a trainare la crescita del tessuto imprenditoriale nel 2018. Il Lazio è la regione con la maggior natalità, il Piemonte quella che ne ha perse di più. Quasi il 60 per cento del saldo è dovuto alla performance di Sud e Isole, dove il bilancio è stato positivo per 18.705 unità. Su 6.210 start up innovative iscritte nel registro nazionale, 1.429 hanno sede nel meridione. Inoltre, rispetto al passato, il numero delle imprese innovative è raddoppiato, confermando la Calabria come la regione con il più alto incremento (già nel 2014 si era distinta per una crescita del 263 per cento rispetto all’anno precedente).

 

Il contributo di Industria 4.0 e degli incentivi. Ma quelli per il passaggio all’elettrico? “Non servono, così si droga il mercato”

Quanti luoghi comuni da rivedere. Ancor più se percorriamo a ritroso il decennio terribile della lunga crisi. Secondo l’Istat la svolta è avvenuta nel 2016 dopo un periodo duro cominciato con la recessione del 2012. Anche questo conferma che fino a metà 2018 l’Italia ha attraversato un mini boom che la propaganda del circo politico-mediatico ha del tutto offuscato. L’11 novembre sarà presentato a Milano il nuovo rapporto annuale del Cerved sulle piccole e medie imprese cioè quelle che hanno da 10 a 250 dipendenti e un fatturato che va dai 10 ai 50 milioni di euro. Si tratta di strutture produttive con una loro consistenza, dunque, non partite Iva ballerine. L’analisi relativa al 2018 conferma che il picco è stato raggiunto nel 2017 quando con 152 mila aziende si è superato il livello pre-crisi. I dati, dunque, indicano che si è rimarginata l’emorragia che al culmine della recessione aveva colpito il sistema italiano di piccole e medie imprese, passato da 150 mila unità del 2007 a 136 mila unità del 2014. In parte, questo è dovuto al ritmo molto sostenuto delle nascite di nuove società di capitali. Tra il 2010 e il 2017, le aziende più aperte agli scambi con l’estero hanno fatto registrare una crescita cumulata del valore aggiunto di 22 punti percentuali, con una differenza di 17 punti rispetto alle società che sono invece chiuse ai mercati esteri. I migliori risultati delle imprese esportatrici sono evidenti anche in termini di produttività, di capacità di generare cassa e, soprattutto, di redditività. E’ chiaro che la sopravvivenza delle imprese, soprattutto se micro, dipende direttamente dalla congiuntura, ma ha un impatto molto forte anche la politica economica. Ogni errore, ogni scelta sbagliata viene pagata direttamente dal sistema produttivo.

 

Prendiamo lo spread che per i nazional-populisti come Claudio Borghi non esiste, è una invenzione del complotto pluto-giudaico-massonico, e per gli economisti euroscettici è una partita di giro che riguarda i conti pubblici. Scrive il Cerved che “rispetto al 2012, anno in cui i tassi di interesse avevano risentito dell’impennata degli spread dei titoli di stato italiani rispetto a quelli tedeschi, le piccole e medie imprese italiane pagano 5,1 miliardi in meno di oneri finanziari (-41 per cento), che incidono per 2,3 punti in termini di redditività. La metà di questo beneficio è dovuto proprio al minor costo del denaro (possiamo chiamarlo l’effetto Draghi), mentre il resto dipende dalla riduzione dei debiti finanziari nei bilanci delle imprese – e questo conferma che indebitarsi non favorisce né gli investimenti né la redditività.

 

La più alta concentrazione di imprese innovative a elevato fattore hi tech è in Puglia. Si è comincia a parlare di Murgia Valley

Ma occorre gettare lo sguardo oltre la congiuntura e oltre i dati aggregati per capire che l’universo tumultuoso e variegato delle imprese italiane ha attraversato una transizione, anzi una vera e propria metamorfosi che non è affatto terminata. Anzi. E sono le storie non di chi è uscito dal mercato, dei vinti alla Verga, ma di chi ce l’ha fatta, dei vincitori alla Balzac, a rivelarci che cosa sta accadendo. L’ufficio studi della Banca Intesa Sanpaolo dal 2012 osserva da vicino le imprese eccellenti. Il risultato è che sono 1.632 quelle che hanno avuto successo in questi sette anni, come spiega Stefania Trenti che cura l’osservazione di questo cosmo aziendale, tutt’altro che micro. Lo studio della banca ha preso in considerazione le aziende con un fatturato di almeno 400 mila euro e le ha osservate nel tempo registrando così un aumento del fatturato superiore al 15 per cento, un margine lordo migliorato del 5-8 per cento fino a un significativo certificato di buona salute, cioè il rapporto tra patrimonio netto e passività, superiore al 10 per cento. La maggiore concentrazione di imprese innovative a elevato fattore hi-tech si registra in Puglia dove si è cominciato a parlare di Murgia Valley, un polo digitale che vuole essere all’avanguardia. Il successo si regge su tre pilastri: innovazione, adattabilità, rete che dai distretti diventa vera e propria filiera internazionale. Basti pensare al caso di Mariarita Costanza, uno degli “squali” del format tv Shark Tank, che insieme al marito ha fondato Macnil, azienda di informatica, elettronica e telecomunicazioni, specializzata nello sviluppo di tecnologie per la geolocalizzazione, la telemedicina, i sistemi di smart city e il digital mobile marketing. Nel 2014 è entrata a far parte del Gruppo Zucchetti, dando il via a un ulteriore progetto di sviluppo sui mercati nazionali e internazionali, con l’obiettivo di diventare l’azienda leader nel settore della sicurezza in Europa. Pugliese è anche Gianluigi Parrotto che, dopo il diploma, a 20 anni ha trasformato un progetto iniziato a scuola in una start up innovativa chiamata Renewable che progetta, sviluppa e vende online pale eoliche da montare sui tetti delle case. Ha avuto successo tanto da essere rilevata dal gruppo americano Air per 5 milioni e mezzo di euro. Non solo nord est, dunque – anche se il divario resta incolmabile.

 

Il Financial Times insieme a Statista, la principale piattaforma di dati sul mondo degli affari, pubblica una classifica delle mille società europee che sono cresciute di più e meglio tra il 2014 e il 2017. In testa si trova la Germania con 230 aziende, segue l’Italia con 208. Non si trova nessun clamoroso caso come la britannica Deliveroo o la svedese Spotify, ma piuttosto una miriade di piccole imprese che presidiano tutti i settori, specchio della struttura produttiva italiana. Qualche nome? C’è Kolinpharma (al 26esimo posto) attiva nei nutraceutici, i principi nutrienti contenuti negli alimenti che hanno effetti benefici sulla salute, e in particolare nei prodotti destinati a sostenere i trattamenti farmacologici nelle patologie ortopedico-fisiatriche e ginecologiche. Ma c’è anche Musement, un portale per musei, tour e spettacoli. Troviamo Unicoenergia che compra e rivende forniture di gas ed elettricità; la sarda Sarcos Wind che opera nell’edilizia (movimento terra), oppure la Buzzoole prima delle italiane, al 19esimo posto in assoluto, che sfrutta l’onda del momento: si tratta infatti di una piattaforma che analizza la vera influenza dei creatori di contenuti, gli influencer, gli instagrammer e altri giocolieri dei social media.

 

Tra i fattori fondamentali di crescita emerge l’utilizzo delle tecnologie digitali e l’ecommerce, ma la chiave di tutto è l’internazionalizzazione, sottolinea il Sole 24 Ore che ha replicato su scala italiana la classifica sempre insieme a Statista: “Chi ha puntato con successo sui clienti esteri (anche per offrire servizi ad alto valore aggiunto) ha vinto la sua scommessa”. Nella lista, spiccano Citroglobe (società di Palermo fornitrice di basi per succhi, che annovera fra i clienti il colosso Danone), Modo eyewear (azienda con altra sede e design a New York che crea occhiali fashion da materiali riciclati), Lapelle (azienda veneta di Arzignano già nella classifica europea Financial Times Statista), Absolute (impresa piacentina che sta innovando negli yacht di lusso). Tutti questi esempi mostrano che la vitalità non si è spenta insieme alle speranze, al contrario di quel che ripetono gli sciamani del declino e che la manifattura è ormai sempre più integrata con servizi immateriali.

 

Certe distinzioni tradizionali sono sempre più approssimative, chi parla di Italia de-industrializzata (altro mantra del declinismo populista) dovrebbe prima spiegare che cosa intende con industria. Le piccole imprese non bastano, debbono crescere, consolidarsi, maturare, come sostiene Dell’Orto, e vivere dentro la catena che conduce alle più grandi. Ma, per favore, basta con la favola triste dell’Italia bella e addormentata.

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