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Ilva 2022, la distopia si fa realtà

Angelo Mellone

Eutanasia del sogno di un sud differente, industriale e operoso. È il “Romanzo di una catastrofe” di Angelo Mellone

Avere ragione fa piacere a tutti, pure a me. Se sei moralista, ancora di più piace poter dire: ve l’avevo detto. Nel caso che vi racconto invece no, non è così, avevo ragione e mi maledico per aver azzeccato il futuro. Ho sempre detto che mai e poi mai avrei voluto che si inverasse lo scenario che prospettavo in Fino alla fine. Romanzo di una catastrofe, il tomo Mondadori (516 pp., 21 euro) che ha come sfondo la vicenda del Siderurgico di Taranto. Dico “mai e poi mai” perché ho scelto per la mia città natale, l’amatissima piccola patria, l’immagine di un futuro nero, crudo, duro, senza scampo. Una distopia costruita sulle spalle grandi e invecchiate di una grande, grandissima acciaieria. Ma si sa che ai ghiribizzi del caso poca importa di ciò che noi speriamo e allora eccomi qui a dire: avevo ragione, maledizione alla fantasia.

 

Lo scenario catastrofico del romanzo – che io colloco nel 2022 – sta diventando reale, un terribile futuro presente che davvero può realizzare la “catastrofe” che evoco nel sottotitolo. Fa malissimo, in questo caso, sentirsi, più che un profeta, una prefica. Ma forse doveva andare così, ed è stato fin troppo agevole costruire una storia, anzi rammendarci la trama attorno, che ponesse al centro del conflitto narrativo una vicenda che, quando i nostri figli ragioneranno sulle storie dei genitori e sui loro fallimenti, verrà assunta a crocevia, a punto di non ritorno, a episodio chiave per il suicidio assistito del Mezzogiorno italiano. L’eutanasia del sogno di un sud differente, industriale, operoso, sviluppato, autonomo, tutto il contrario della sciagurata retorica della “decrescita felice” che nel nostro sud spesso si sostanzia in un fatalismo improduttivo e cialtrone. Ho scritto un libro impastando fantasia e realtà, industria e amicizia, radici e camerati, faccendieri ed esaltati, ho fatto esplodere gli ultimi lampi di speranza nel posto sbagliato, perché a Taranto, quando ci si mette d’impegno, lo scirocco ammazza ogni energia e affatica il cervello, e alla fine mi sono trovato fra le mani una cronaca dolente, grondante una rabbia rassegnata, il resoconto di un presente alternativo che sta accanto a ciò che accade davvero, ma gli somiglia tanto, troppo, terribilmente. Perché sì, siamo fatalisti, e stava già tutto scritto su carta, su sabbia e sulla ghisa il giorno d’estate del 2012 quando la Procura di Taranto ha sequestrato l’area a caldo di quella che allora si chiamava Ilva e ancora prima nuova Ilva e ancora prima Italsider. Era invece giugno di quest’anno quando ho chiuso il romanzo. Sette anni di distanza, e avevo bisogno di una situazione di conflitto facile da visualizzare. Volevo immaginare un’Italia incupita, dar corpo ai miei spettri e dunque cosa di più facile che spostare la storia in un prossimo futuro e a Taranto, la mia città, il posto ideale per collocarci barricate, politicanti, ambientalisti isterici, madri sofferenti, disperati, farabutti ed estremisti votati allo scontro finale. Semplice, troppo semplice. Allora ho azzardato che nel 2022 ci sarebbe stato un governo di centrosinistra, a trazione tecnica e packaging europeista, e più o meno ci ho azzeccato.

 

In questo libro tornano i quattro amici di un romanzo precedente, ex militanti di destra, amici di sempre a cui la vita sbatte in faccia la fine della loro fratellanza proprio là, a casa loro, sotto le ciminiere. Li avevo presi poco più che adolescenti, in Fino alla fine li ritrovo cinquantenni, immersi nel brodo primordiale di una narrazione che stavolta però non riguarda la destra italiana e le sue vicende. Ho preso i miei protagonisti – il politico, l’intellettuale, il tatuatore, la giornalista – ne ho aggiunti un altro paio e ho fatto tornare tutti a casa, perché il focus del romanzo stavolta erano il Meridione, l’industria, Taranto, e un mondo politico reso schiavo dal presentismo dei social. Con un importante punto di partenza teorico: nell’epoca in cui la politica ha tempi che non vanno oltre un eterno presente, contano più i “mi piace” delle decisioni produttive, i leader politici nascono e muoiono con la velocità di ricaricamento di una home page e i partiti hanno sostituito i militanti con i follower, ormai più nessuno, né le ex classi dirigenti né tantomeno il cittadino comune, è in grado di pensare la complessità e il lungo periodo. Perché abbiamo bisogno di immediatezze, semplicità, e maquillage delle promesse mantenute. La politica ridotta a comunicazione, ingurgitata dalla comunicazione politica e risputata come una palla incandescente e ingestibile, figuriamoci nel Meridione dei lazzari 2.0. Questa cosa la comprende subito il protagonista politico del romanzo. Il punto di innesco del conflitto tra i due (ex) grandi amici che fa partire la storia è l’annuncio da parte dei gestori del Siderurgico dell’intenzione di abbandonare la fabbrica e restituirla allo stato, quando la sua portavoce gli comunica che si troverà sul tavolo la richiesta di fare i conti con il suo incubo: Taranto, e la sua fabbrica. Il dossier di crisi arriva a Claudio D’Onghia, postfascista viceministro del Lavoro finito nella maggioranza appresso al suo partitino, i Responsabili nazionali, che stampella il governo. Claudio però è anche orfano di un capoturno del Grande Altoforno – nella realtà si tratta del mastodonte di Afo5 – a cui ha promesso che mai e poi mai, qualsiasi cosa succeda, tradirà l’orgoglio di fabbrica del padre, un bestione che i suoi “prima linea” consideravano una sorta di eroe del fronte della produzione, un fascista convinto della missione titanica delle braccia siderurgiche: rendere l’Italia una nazione d’acciaio. Ma Chiodo, il vecchio capo-attivista di Chiodo, l’amico di mille battaglie, l’ex operaio del Siderurgico scappato dalla fabbrica e da Taranto per diventare tatuatore, lo skinhead e ultras testa calda cacciato da CasaPound perché ritenuto inaffidabile, decide di “tornare in patria”, nella sua stanzetta del rione Tamburi, persuaso che solo la chiusura del Siderurgico riporterà Taranto allo splendore dello spirito spartano. Ne è così tanto convinto che sceglie di allearsi col suo vecchio nemico Dante De Cataldis, un estremista di sinistra convertito all’ambientalismo militante, pur di fare a pezzi il Mostro, combatterlo – ecco il titolo del romanzo – “fino alla fine”. Così i due grandi amici si trasformano in acerrimi nemici e gli acerrimi nemici diventano alleati, in una trama dove nulla è mai ciò che sembra e i personaggi vorticano attorno a una faticosa giostra di tradimenti. L’unica cosa che non cambia, il motore immobile che fa da luna park ai sentimenti di quattro adolescenti che provano a diventare adulti, è lui. Il Siderurgico.

 

Mi fermo un attimo per ricordare un fatto di un mesetto fa. Ero a Taranto a presentare il romanzo al Palazzo di città, e mi è scappata una critica a mio giudizio più che motivata perché a Taranto la più parte dei professori dei licei fa propaganda anti-industriale. A un certo punto si è alzato un docente, neppure troppo piccato, e mi ha chiesto se avrei consigliato di leggere il mio libro nelle scuole. Ho risposto di sì, vanità a parte, con questa motivazione: “Io so oggi i ragazzi che cosa pensano del Siderurgico, loro però non sanno cosa pensavamo noi quando avevamo la loro età. Ciò che per loro è il Mostro per noi era la Benedizione dello Sviluppo”. Il primo dramma di Taranto e non solo è il presentismo. Tutto è schiacciato sull’orizzonte dell’immediatezza, il futuro non sappiamo più cosa sia – neppure sappiamo immaginarlo in modo attendibile – e anche il passato è stato cancellato perché siamo rimasti senza memoria. E se non si ha memoria e si arriva a Taranto si fa come hanno fatto gli ideologi del giustizialismo giudiziario, i gruppetti ambientalqualunquisti, quelli con il tesserino dell’ordine dei giornalisti che di tanto in tanto arrivano a fare shopping dell’apocalisse, qualche storia terribile da raccontare si trova sempre e chi se ne frega del fact-checking. Così la nostra epoca smemorata ci ha fatto dimenticare che a Taranto c’è l’acciaieria più grande del mondo che per decenni è stato l’università mondiale dell’acciaio, il posto dove da tutti i continenti venivano a prendere appunti di piani d’altoforno, colate continue e processi di laminazione. Perdio, questo non si può dimenticare. Era il vanto d’epopea dell’industria meridionale. L’epicentro del sogno di un sud sviluppato. Il luogo dove Walter Tobagi descriveva la nascita dei “metalmezzadri” e Dino Buzzati raccontava dei terroni che guardavano le “facce industriali” del Meridione per dir loro, finalmente, mentre si infilavano la tuta blu e indossavano il casco: “Adesso siamo uguali”. Il miracolo di una città a piena occupazione in cui venivano a lavorare dalla Calabria, dal Salento, dal barese, persino dal nord campano, per contribuire e godere di un miracolo – certo, a trazione statale – che si inverava persino nei circoli sportivi fondati ex novo, nelle befane per i lavoratori, in una fabbrica che assieme al resto del tessuto industriale aveva creato un sistema ramificato di welfare, rendendo Taranto, come si diceva, “la Milano del sud”. Quando ho scritto queste cose, negli anni passati, mi sono reso conto che questa memoria enorme, poderosa e commovente – perché il lato oscuro di quello sviluppo sono state le centinaia di morti sul lavoro e, di recente, la denuncia dei costi dell’inquinamento – era solo la mia e di pochi altri. Il benessere, la postmodernità, l’illusione di campare di caciocavallo, porticcioli e agriturismi ha messo molti, troppi meridionali nella condizione paradossale di far finta che lo stabilimento dove si produceva l’un percento abbondante del pil nazionale fosse ormai una pustola rugginosa da schiacciare, un nemico da distruggere, l’immagine sporca di polveri della cartolina meridionale buona per i set cinematografici.

 

La fabbrica che, a sette anni dal sequestro giudiziario dell’area a caldo, rischia davvero di rimanere per sempre fuori dal circuito competitivo dei produttori d’acciaio era altro, ben altro. Sul suo corpaccione in questi anni si sono giocate partite che qualcosa di certo hanno prodotto: danni per miliardi di euro, e una città stremata. Adesso tutti quanti, risvegliati dal sonno della ragione occidentale, si sono improvvisamente ricordati di pil, siderurgia, manifattura, strategie industriali, interesse nazionale: fino a un mese fa evocare queste categorie equivaleva a meritarsi l’anatema di assassino industrialista, quando chiunque capisca anche un minimo di impianti sa che per ambientalizzare quella fabbrica grande quanto una città di trecentomila abitanti bisogna tenere gli impianti in funzione, altrimenti sì che potrebbe diventare una bomba ecologica ingestibile, un deserto di ruggine da visitare per ricordare i tempi in cui qui si faceva l’acciaio e gli operai uscivano dall’Italsider con il casco poggiato sul sedile, simbolo di orgoglio dell’appartenenza.

 

Oggi gli operai sono tornati “invisibili” – così li definì cinquant’anni fa Paolo VI – perché si vergognano del loro lavoro, perché c’è chi li chiama assassini, perché – lo dice un operaio nel romanzo al viceministro, sotto il Grande Altoforno – sono “morti che prendono uno stipendio”, perché lavorano in uno stabilimento che a giorni alterni viene dato per chiuso, per ridimensionato, in un’azione di bombardamento mediatico, giudiziario, comunicativo che azzopperebbe anche il più forte dei giganti. Siamo al sud e, in Fino alla fine e ancora di più nella realtà delle cose, il primo problema è la mentalità. Quando si attiva il cortocircuito autodistruttivo, è impossibile arrestarlo, quando un politico di primo piano posta la foto di un bambino con la maschera antigas davanti alle ciminiere del Siderurgico, quando – come accadde anni fa – viene sequestrato un miliardo di euro di prodotto finito e venduto, comprendi che, se non è tutto finito, poco ci manca, siamo un attimo prima dei titoli di coda, poi arriveranno gli apocalittici a braccetto con gli assistenzialisti, quelli che vogliono campare di agriturismi e quelli che “lo stato ci deve risarcire”, nella totale latitanza di una idea di sviluppo, nella melma di un Meridione che esporta e anzi sputa i suoi giovani migliori perché non tutti vogliono fare gli affittacamere davanti ai porticcioli o gli assistenti cinematografici. E la classe dirigente dove sta? Lo vorrei sapere: dove sta? Io la cerco da tempo e, come la Titina, non la trovo.

 

Vuoi capire il sud? Taranto è il suo riassunto, l’anticamera della “bomba sociale” che prima o poi esploderà sul serio e allora sì che l’ultima delle visioni del mio romanzo – una città divisa in due, spaccata, lacerata, messa a ferro a fuoco e in coprifuoco – diventerà carne sanguinolenta di una storiaccia che si poteva e doveva gestire molto meglio, senza farsi guidare dalla bolla mediatica della città più inquinata d’Europa, predisponendo le armi del miglior riformismo per disporre di un gigante produttivo che sfornasse acciaio pulito in un territorio in grado finalmente di affrancarsi dalla monocultura industriale. Perché adesso siamo stretti tra il fuoco di una multinazionale che detta condizioni per non chiudere baracca e di una politica a fiato corto che ormai deve dare conto delle sue promesse, in mezzo ci sta ciò che resta dell’opinione pubblica, le minoranze ambientaliste che strepitano, la maggioranza che per ora è silente ma che cova rabbia sotto la cenere muta, i residui ingoffiti della “classe operaia” che prima o poi usciranno dal torpore.

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