I luoghi comuni dell'ambientalista collettivo

Chicco Testa

La plastica e l’inquinamento, la cultura del rifiuto, la deforestazione e le città. Il catastrofismo sul clima. Se i sentimenti, per quanto ammirevoli, non lasceranno spazio alla ragione e alla politica del fare, saremo seppelliti dall’indignazione

Sembra facile definire che cosa sia “l’ambientalismo”. Un insieme di idee, politiche, comportamenti che concorrono alla protezione e alla conservazione dell’ambiente. Una definizione semplice che può trovare un unanime consenso. Semplice? No, per nulla, perché i problemi veri cominciano un minuto dopo. Quando occorre definire in quale modo, con quali strumenti e con quali costi si ottiene questo desiderabile risultato. E a spese di chi. Esempi di questa difficoltà ne abbiamo sotto gli occhi ogni giorno. Per restare alla cronaca potremmo citare il caso Ilva, dove un bel po’ di contraddizioni sono subito evidenti. E’ compatibile un grande impianto siderurgico con la città di Taranto? Va privilegiata la salute o l’occupazione? Si può rendere sostenibile l’impianto con tutto il resto? E’ più ambientalista Emiliano che sotto sotto si augura la chiusura o Calenda che vuole impegnare i proprietari a ripulire tutto per bene?

 

Questioni pratiche, si direbbe. Ma dietro queste domande si celano visioni diverse e talvolta opposte di quello che oggi viene definito “ambientalismo”. Un miscuglio di idee e di ideologie che hanno radici lontane, che non sono mai state chiarite a fondo e che hanno finito per costruire una visione piuttosto confusa, una miscela spesso di luoghi comuni che hanno dato vita a una sorta di “ambientalista collettivo”, contraddistinto dalla cultura del rifiuto, della diffidenza e della negazione. Radici lontane, dicevo. Da quelle dei primi movimenti protezionisti, nell’immediato dopoguerra, diffidenti e ostili nei confronti della modernità, dell’industrializzazione, della civiltà urbana. Visti nel loro insieme come una minaccia alle vestigia del bel tempo passato. Ai neo-malthusiani che il pericolo lo individuano nella crescita della popolazione. Alle ideologie più marcatamente anticapitaliste, che ritengono fra loro incompatibili mercato e ambiente. Fino a movimenti di ispirazione quasi religiosa, che ricercano la perduta armonia fra il genera umano e le altre specie. Mille frammenti di culture diverse. Solo i grillini italiani, sotto le insegne della confusione mentale di Beppe Grillo, sono riusciti a mettere tutto insieme. Finendo per opporsi a tutto, compresi se stessi.

 

C’è anche, per fortuna, un ambientalismo “riformista”. Che pensa che la specie umana sia anch’essa un patrimonio da valorizzare e che cerca l’equilibrio fondamentalmente attraverso un continuo processo di innovazione tecnologica che riduca l’impatto ambientale e, come dice la formula di rito dello sviluppo sostenibile, preservi le risorse disponibili per le generazioni future.

Compito importante, il cui scopo viene però continuamente trascinato verso il basso dai luoghi comuni che nel frattempo hanno profondamente inquinato parti consistenti del mondo ambientalista, quello che ha fatto della militanza ambientale la sua ragione primaria, fino al punto di far dire a un tipo tranquillo come Jovanotti che il mondo ambientalista italiano “è più inquinato delle fogne di New Delhi”.

Proviamo allora a esaminare alcuni di questi luoghi comuni. Per rovesciarli completamente.

 

“Plastic free”. L’ultimo slogan creato dall’ambientalista collettivo. Apprendiamo che il Campidoglio e il ministero dell’Ambiente sarebbero diventati “plastic free”. Il governo rischia l’osso del collo sulla tassa che, approfittando di uno slogan furbo, vorrebbe (?) mettere sulle spalle di industrie e consumatori. Ma di che cosa stiamo parlando? Dal punto di vista ambientale dovremmo erigere un monumento alla plastica. Per un motivo molto semplice. Che ha consentito di sostituire quantità incommensurabili di materie prime naturali con prodotti sintetici, derivanti da una materia prima, il petrolio, ancor oggi abbondante e a buon mercato. Nonostante diversi profeti di sciagura ne avessero previsto la fine entro il 2000 (Club di Roma, 1970). Il nostro panorama quotidiano, compresi il Campidoglio e il Ministero dell’Ambiente, è circondato da oggetti in fibre plastiche e non potrebbe essere diversamente. Tutta l’elettronica (telefoni, PC, stampanti, fotocopiatrici…), buona parte degli arredi, dei mezzi di trasporto, degli oggetti di uso quotidiano (erano meglio gli occhiali in guscio di tartaruga ?), dell’abbigliamento. Poi certo ci sono imballaggi e oggetti usa e getta. Presi di mira a cannonate, dimenticando completamente la funzione fondamentale che hanno per esempio nella conservazione dei cibi, che altrimenti getteremmo a tonnellate moltiplicate, nella protezione delle merci trasportate, nella sicurezza igienico-sanitaria. E anche sull’usa e getta andiamoci piano. Non vorrei buttare nella spazzatura della storia le siringhe monouso o i blister per la confezione dei medicinali o molti altri prodotti igienico-sanitari (pannolini?) e tanti altri oggetti che per vari motivi è bene che siano usati una volta sola.

 

Poi però c’è il problema importante dei rifiuti e dell’inquinamento da plastica. Problema serio da affrontare con metodi seri. Intanto alcuni di questi materiali hanno dimostrato capacità di essere riciclati superiori a molti altri. E in futuro questa capacità aumenterà, grazie alla chimica dei materiali, su cui stanno lavorando in molti, fra cui diverse società italiane. Eni per esempio. In secondo luogo la plastica usata conserva se non la sua forma e il suo valore d’uso, buona parte del contenuto energetico del petrolio da cui è nata. Ottimo combustibile per termocombustori capaci di produrre elettricità e acqua calda. Se non è economia circolare questa! Plastic free è in realtà uno slogan antiscientifico, solamente emotivo. Che svolge la funzione di esorcizzare i sensi di colpa. Un placebo per anime metropolitane sempre pronte a digitare sui loro telefonini di plastica lo slogan del giorno.

 

Poi c’è l’Amazzonia, che brucia. Occhetto, allora Segretario del Pci, ci aprì un congresso nel 1989, anno che passerà poi alla storia per ben altri motivi. E il Papa 30 anni dopo ha addirittura dato vita ad un “Sinodo amazzonico”. A noi tutti fanno impressione quei milioni di ettari che vanno a fuoco trasformando miliardi di metri cubi di ossigeno in monossido di carbonio, velenoso, e in CO2, che amplifica l’effetto serra. Nel frattempo però è passata quasi inosservata una notizia inattesa e sorprendente. La Nasa ci ha comunicato, grazie all’osservazione satellitare, che la superficie boschiva nel mondo… sta aumentando. Soprattutto nelle regioni asiatiche, Cina e India, in primo luogo. Per due ragioni. Perché questi paesi stanno piantando milioni di alberi e perché la progressiva introduzione di metodi moderni di coltivazione del terreno sta riducendo l’estensione delle terre agricole, grazie all’aumento della produttività dei terreni. Lasciando spazio alla vegetazione. Tra parentesi questo vale anche per l’Italia. L’Ispra (ministero dell’Ambiente) ci comunica che un terzo della superficie nazionale è coperta da boschi e che la loro estensione è raddoppiata nell’ultimo secolo e continua a crescere. E lo stesso fenomeno si può registrare in tutta Europa. La causa è la stessa: riduzione della superficie coltivata grazie al miglioramento della produttività dei terreni.

 

La nostalgia del passato e i luoghi comuni. Plastic free è in realtà
uno slogan antiscientifico, solamente emotivo. Che svolge la funzione
di esorcizzare i sensi di colpa. Un placebo per anime metropolitane sempre pronte a digitare sui loro telefonini di plastica lo slogan del giorno

 

In altre parole la specie umana non ha più bisogno di recuperare spazio da boschi e foreste, come è accaduto nel passato. Harari (“Da animali a dèi”) ci ricorda come i nostri lontani progenitori, qualche decina di milioni di esseri umani in tutto, abbiano prima provocato l’estinzione di quasi tutte le specie di grandi mammiferi cacciati per le loro proteine e poi, dopo la “scoperta” dell’agricoltura che ha trasformato la specie umana in una specie stanziale, messo a fuoco intere regioni del mondo per ricavare zone di pascolo e di coltivazione estensiva. E utilizzato le foreste come quasi inesauribili depositi di legname, utilizzato per combustibile, armi, costruzioni, naviglio. A fare a pezzi la Pianura padana, una volta una foresta estesa dalle Alpi all’Adriatico, hanno cominciato i Romani nel I secolo a.C. Due terzi della deforestazione planetaria si sono verificati prima della rivoluzione industriale. E così se ne va nel dimenticatoio dei luoghi comuni anche la nostalgia per epoche preindustriali a basso impatto ambientale.

 

E’ invece proprio nell’ultimo secolo che nelle aree del mondo che hanno già raggiunto la maturità industriale/tecnologica, anche in agricoltura, questo fenomeno prima si attenua e poi si inverte. Se oggi riusciamo a nutrire decentemente 7 miliardi di persone utilizzando una superficie agricola limitata e in diminuzione è proprio grazie all’industrializzazione dell’agricoltura. L’ammontare di suolo pro capita utilizzato oggi è immensamente inferiore a quello di 5 mila anni fa, nonostante l’uomo moderno goda di una dieta molto più ricca di quella dei suoi antenati. La rivoluzione energetica prodotta dal petrolio ha coinvolto anche le campagne, sotto forma di fertilizzanti e trattori. E quella parte del mondo dove si mangia ancora in modo insufficiente ne trova la causa principale proprio nel ritardo di questo cambiamento, dovuto alla mancanza di capitali adeguati. E’ infine in corso anche per l’agricoltura una terza rivoluzione che implica un minore consumo di energia a favore di maggiori quantità di “informazione”. La società della conoscenza si fa largo anche nelle campagne con il miglioramento genetico, anche tramite Ogm, e tutte le tecnologie informatiche, dai droni alla diagnosi preventiva di patologie, la cosiddetta “agricoltura di precisione “, che consentiranno di ridurre ulteriormente la superficie coltivata a favore di una maggiore produttività dei terreni. Grillo, sì, il comico un po’ confuso, parla addirittura di coltivazioni aeree, senza terra. Chilometro zero è un altro slogan placebo, una buona opzione di marketing per nicchie di prodotti, piacevole per poche élite urbane. Fosse applicato su scala di massa ridurrebbe la produzione agricola e occuperebbe spazi enormemente maggiori. Come poi si possano nutrire aree urbane di milioni di persone con il chilometro zero è un mistero.

 

Il che ci porta a un altro tema. L’urbanizzazione e il consumo di suolo. Più di metà della popolazione mondiale vive in città e in molti casi in metropoli con più di 10 milioni di abitanti. L’area urbana di Tokyo supera i 40 milioni di abitanti. “L’aria delle città rende liberi”, e questo è il motivo delle migrazioni urbane, contro la fissità, la mancanza di tempo libero, la povertà delle relazioni sociali della campagna. L’albero degli zoccoli è per fortuna finito al museo. Persino gli slum delle megalopoli asiatiche svolgono la funzione di “ascensori sociali” rispetto ai rapporti feudali propri della campagne asiatiche, come ha illustrato Stewart Brand. Le città consumano territorio ed energia? Molto meno di quanto ne consumerebbero 7 miliardi di persone sparsi in casupole isolate e in villaggi a bassa densità. Le città sono organismi piuttosto efficienti. Lo sviluppo dell’edilizia verticale, conseguente all’invenzione degli ascensori, ha enormemente incrementato la densità della popolazione e solo un’ideologia bislacca continua a sostenere il contrario. Roma per esempio, patria dei palazzinari e della loro povertà progettuale, è sostanzialmente priva di manufatti costruiti con altezze importanti e ha occupato un’enorme quantità di territorio agricolo, rendendo peraltro estremamente onerosa l’erogazione di qualsiasi servizio (reti infrastrutturali, trasporti, servizi alla persona). Così una città con un pil pro capite largamente minore a quello di Milano vanta il record italiano di auto per abitante. O, per guardare fuori dai nostri confini, New York può sembrare un mostro divoratore di energia, ma un lavoro fatto da diverse università americane ha dimostrato come consumi molta meno energia di una città “sparsa” come Los Angeles, usando molto meno territorio. Le città occupano il 3 per cento della superficie terrestre e ospitano 4 miliardi di persone. Ma soprattutto le città sono un concentrato di capitale umano e di scambi economici e culturali. Il consumo di territorio avviene altrove, negli spazi lasciati liberi fra boschi, terre coltivate e centri urbani. Inoltre, proprio per la concentrazione di risorse economiche e umane, le città muoveranno rapidamente verso modelli “smart”, grazie alla messa a disposizione dei servizi intelligenti – sistema low cost e low energy aperto a beneficio di tutti. Il risultato è una profonda positiva mutazione dello stile di vita e di consumo.

 

Se invece non si fanno le necessarie distinzioni l’eterogenesi dei fini si prende le sue rivincite. L’esplosione, ormai una vera pandemia, del comitatismo del No ha travolto ogni possibile ragionamento serio sull’ambiente. L’elenco degli impianti a cui ci si oppone in tutta Italia ha ormai raggiunto la lunghezza di una novena mariana. No Triv (contro trivelle esplorazioni idrocarburi), No Tube (idroelettrica), No Tav, No Tap, No Nuke (seppellito il nucleare, è pronto a esplodere quando qualcuno finalmente deciderà di costruire il necessario deposito funzionale al decomissioning delle centrali ), No vax, No wind (pale eoliche). E poi quelli contro i pannelli solari, “che consumano territorio”, contro gli impianti alimentati con la frazione umida dei rifiuti (e che si fa allora a fare la raccolta differenziata?), naturalmente contro i termocombustori, persino contro le tranvie, contro gli impianti geotermici, contro le linee elettriche e finalmente contro le antenne necessarie a diffondere il segnale 5G. E probabilmente ho dimenticato qualche cosa. Anni di allarmi e di diffidenza sparsi a piene mani hanno travolto ogni ragionevolezza e costituiscono una palla al piede per qualsiasi tipo di sviluppo del paese. Di cui approfittano furbescamente personaggetti in cerca del famoso quarto d’ora di notorietà. Più del 70 per cento degli eletti fra i 5 stelle, si calcola, ha raggiunto un posto in lista perché distintosi alla testa di qualche comitato del no. Moneta cattiva scaccia moneta buona. Anche fra gli eletti dove qualche intelligente e ragionevole esponente ambientalista è uscito di scena a favore di questi signori.

 

Come si potranno mai realizzare gli obbiettivi del piano energetico varato da Di Maio che prevede numeri immensi di nuovi impianti solari, eolici, a biomasse o come si possano realizzare gli obbiettivi dell’economia circolare è una domanda che non prevede alcuna possibile risposta. E infatti resterà un bel libro dei sogni.

 

Si potrebbero fare molti altri esempi di questa inversione di prospettiva. Causata fondamentalmente a due fattori. Il primo, come già detto, dovuto alla convinzione che i problemi ambientali siano iniziati con l’èra industriale. Che certamente ne ha portati alcuni nuovi, ma, se rapportarti al livello di benessere prodotto ed alla crescita della popolazione mondiale, in proporzione nettamente inferiore al passato. E con una grande capacità di autocorregersi. L’inquinamento urbano, per fare un altro esempio, rappresenta ancora un problema. Ma nelle città del triangolo industriale italiano, come in molte altre città, esso è diminuito del 90 per cento. Grazie alla trasformazione e delocalizzazione degli apparati industriali più inquinanti e a sistemi di abbattimento delle emissioni. La stessa evoluzione che si può oggi osservare in alcune città asiatiche, mano a mano i livelli di benessere impediscono di sottovalutare l’inquinamento urbano.

 

Anni di allarmi e di diffidenza sparsi a piene mani costituiscono
una palla al piede per qualsiasi tipo di sviluppo del paese.
Potremmo descrivere lo sviluppo umano come un viaggio dal “naturale” verso tecnologie e materiali “artificiali” sempre più efficienti in termini
di energia e risorse naturali consumate

 

Il secondo dovuto a un’impostazione propagandistica che non può fare a meno di sottolineare continuamente gli elementi di rischio, di pericolo rispetto a quelli di miglioramento e di fiducia. La “catastrofe possibile” è divenuto un elemento costituivo del pensiero dell’”ambientalista collettivo “. Ha preso il posto dell’inevitabile crollo del capitalismo o della minaccia della bomba atomica. Il “buco nell’ozono” si è chiuso, ma anziché rivendicare questo ottimo risultato immediatamente un’altra possibile catastrofe, il riscaldamento globale, ne ha preso il posto.

 

Le associazioni ambientaliste in molti casi sono più agenzie di comunicazione, che puntano a mobilitare il sentimento di paura e di rifiuto, che a costruire un approccio razionale. Con il risultato che corrono il rischio di essere travolte dal successo di questi messaggi. La cultura del No che è divenuta dominante in Italia oggi si rivolta a 360 gradi contro ogni nuova installazione. Anzi, al primo posto fra gli impianti contestati, oggi troviamo proprio quelli che dovrebbero favorire la transizione verso l’economia circolare e sostenibile. Impianti per le energie rinnovabili o per il riciclaggio dei rifiuti, per esempio. Associazioni di grande tradizione storica, come Italia Nostra, oggi sono indistinguibili da qualsiasi gruppetto o comitatino e Greenpeace, governato secondo criteri gerarchici e cooptativi mutuati dalle banche d’affari o dal Politburo del Partito comunista sovietico, misura il successo delle sue campagne dalla quantità di fondi raccolti. Emozioni in cambio di denaro.

 

Tutto bene dunque? Niente affatto. I problemi ambientali ci sono e sono gravi. Alcuni permangono dal passato preindustriale e non saranno più recuperabili, in particolare la radicale trasformazione del paesaggio naturale e la relativa riduzione di biodiversità. Altri sono propri della civiltà industriale e vanno affrontati, ivi comprese le emissioni di CO2 e il collegato problema dell’aumento elle temperature. 

Ma l’andamento dello sviluppo dell’umanità ci mostra con chiarezza una cosa a cui dobbiamo tendere con maggiore decisione. Un disaccoppiamento fra la quantità di risorse naturali che utilizziamo e i livelli di benessere della popolazione. Potremmo anzi descrivere lo sviluppo umano come la ricerca di una sempre minore dipendenza dalle risorse naturali. Un viaggio dal “naturale” verso tecnologie e materiali “artificiali” sempre più efficienti in termini di energia e risorse naturali consumate. E più un paese è economicamente e tecnologicamente avanzato più questo processo è evidente. Saremo in grado di restituire alla natura spazi sempre più estesi quanto meno dipenderemo da essa, sostituendo al consumo di risorse naturali prodotti “lavorati” frutto della nostra intelligenza. L’esatto contrario di ogni ideologia della decrescita. La povertà è il primo nemico dell’ambiente. Accentuare invece questo disaccoppiamento è l’unica strada verso un futuro più sostenibile.

 

Di fronte a noi stanno immense possibilità tecnologiche ancora da sviluppare. Anzi una nuova generazione di tecnologie ancora da esplorare in tutte le loro potenzialità. Miglioramento genetico in agricoltura, agricoltura di precisione, energie rinnovabili, nuove tecnologie nucleari, compresa la fusione, elettrificazione dei trasporti pubblici e privati, nuovi materiali sintetici, chimica della materia, nanotecnologie, robotica, smart city, intelligenza artificiale.

Di questo dovrebbe parlare un pensiero ambientale maturo.

 

Anche di fronte a quella che viene considerata la sfida più importante: il riscaldamento globale. Anche in questo caso l’approccio catastrofico condanna, al contrario di quanto si pensa, all’impotenza. Gli scenari descritti a causa dell’aumento delle temperature (aumento del livello dei mari e conseguente scomparsa delle città costiere, desertificazione, uragani e altri fenomeni climatici estremi) di fronte alla scarsità dei risultati fino ad ora ottenuti e alla evidente indifferenza o tiepida simpatia delle aree del mondo maggiormente responsabili delle emissioni, gli Usa per la quantità totale, Cina e India per i tassi di crescita delle loro emissioni, finiscono per divenire un rumore di fondo. La vita continua e la criminalizzazione degli stili di vita dei paesi sviluppati o le rampogne per quelli che vedono nella crescita economica il modo per uscire da secoli di indigenza appaiono armi spuntate e poco convincenti. Il 2018 ha visto il picco delle emissioni di gas climalteranti e le previsioni sono tutt’altro che positive. Molti osservatori stimano che siamo ancora lontani dall’avere raggiunto il picco delle emissioni e la curva di decrescita necessaria diventa sempre più ripida. Vi è una distanza enorme fra i beau geste di chi riceve Greta in Parlamento e l’efficacia delle politiche adottate.

 

Avremmo bisogno anche di un bagno di realismo. Discutere seriamente non dell’ambientalismo, un sentimento utile, ma anche assai i confuso e, come si è visto, spesso controproducente, ma delle politiche ambientali da misurare per la loro diversa efficacia, per i loro costi, per la loro compatibilità. Non mancando in Italia gruppi e persone che questo lavoro lo fanno, trovando per la verità scarso spazio rispetto alla spettacolarizzazione mediatica dei temi ambientali. Ma se i sentimenti, per quanto ammirevoli, non lasciano spazio alla ragione e alla politica del fare, saremo seppelliti dalla nostra indignazione.