Il delitto perfetto del M5s. Taranto addio, ArcelorMittal lascia l'ex Ilva

Il gruppo indiano annuncia la decisione di rescindere i contratti. Tra le motivazioni la scelta di eliminare la protezione legale per i manager della società. Fonti del governo: “Non consentiremo la chiusura dello stabilimento”

La bomba, alla fine, è scoppiata nelle mani di Stefano Patuanelli. Il ministro dello Sviluppo economico l'aveva ricevuta dal predecessore, nonché compagno di partito, Luigi Di Maio. Uno scoppio prevedibile dopo che il leader grillino aveva ulteriormente ingarbugliato una situazione, già intricata, che di certo si poteva e si doveva gestire meglio. ArcelorMittal “ha chiesto ai Commissari straordinari di assumersi la responsabilità delle attività dell'ex Ilva e dei dipendenti entro 30 giorni dal ricevimento della comunicazione”. La società indiana lascerà il gruppo che fu dei Riva, e Taranto, al proprio destino.

  

Per la multinazionale dell'acciaio la decisione è legittima visto che gli accordi non sono stati rispettati: “Nel caso in cui un nuovo provvedimento legislativo incida sul piano ambientale dello stabilimento di Taranto in misura tale da rendere impossibile la sua gestione o l'attuazione del piano industriale, la società ha il diritto contrattuale di recedere dallo stesso contratto”. E dal 3 novembre 2019 “il Parlamento italiano ha eliminato la protezione legale necessaria alla società per attuare il suo piano ambientale senza il rischio di responsabilità penale, giustificando così la comunicazione di recesso”. Insomma l'ostinata battaglia anti-Ilva del M5s di lotta e di governo, ha prodotto, alla fine, i suoi frutti peggiori. Anche se fonti governative fanno sapere che “l'esecutivo non consentirà la chiusura dell'Ilva. Non esistono presupposti giuridici per il recesso del contratto. Convocheremo immediatamente Mittal a Roma”. La battaglia, quindi, è appena iniziata.

   

 

Secondo gli accordi entrati in vigore il primo novembre 2018, ArcelorMittal si era impegnata a realizzare investimenti ambientali per 1,1 miliardi, produttivi per 1,2 miliardi e a pagare la ex Ilva, una volta terminato il periodo di affitto (18 mesi dall'entrata in vigore), 1,8 miliardi di euro (detratti i canoni già versati). La ex Ilva occupa 10.700 operai, di cui 8.200 a Taranto.

  

Negli ultimi mesi la triangolazione tra l'ala dei duri e puri del M5s che cercavano di strizzare l'occhio a un elettorato tarantino ormai perso, la magistratura (i provvedimenti emessi dal tribunale penale di Taranto obbligavano l'ArcelorMittal, pena lo spegnimento dell’altoforno numero 2, a completare alcuni interventi correttivi d'urgenza entro il 13 dicembre 2019, un termine che i commissari avevano ritenuto impossibile da rispettare), e le scelte del gruppo indiano di mettere in cassa integrazione ordinaria per 13 settimane 1.276 lavoratori a causa delle mutate congiunture economiche dell'acciaio europeo, ha fatto precipitare la situazione. L'ex Ilva ritorna ai commissari, Taranto nel limbo di chi non sa dove sbattere la testa per uscire da un cul de sac.

 

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