Cosa dice della politica gialloverde il pasticcio di Di Maio su Ilva

Maria Carla Sicilia

L'immunità penale per ArcelorMittal è come le procedure di gara per il tunnel della Tav: pubblicate ma sempre revocabili. I danni causati dallo strizzare gli occhi a tutti 

Roma. Un passo avanti, e due indietro. Si muove così il governo di questo paese, apparentemente in preda a una crisi bipolare. Due giorni fa Telt ha autorizzato la pubblicazione dell’“avis de marchés” per i lavori del tunnel di base della Tav sul versante italiano, chiedendo alle imprese di manifestare il proprio interesse per partecipare ai bandi. Si potrebbe perciò dire che la Tav va avanti, e invece le prime dichiarazioni ufficiali del governo, pronunciate dal ministro dei Trasporti Danilo Toninelli, sono state rivolte a rassicurare chi si oppone: tranquilli, c’è “una clausola che garantisce il recesso senza oneri per lo stato”, che può sfilarsi nell’arco di tre mesi anche “senza fornire alcuna motivazione”. La strategia è strizzare l’occhio, anche a chi sostiene interessi contrapposti, nonostante questo significhi perdere credibilità e scoraggiare potenziali operazioni industriali. Vedi gli sviluppi del caso ArcelorMittal.

  

Dopo una lunga trattativa, nove mesi fa il gruppo siderurgico ha rilevato l’Ilva, accettando di lavorare a Taranto con determinate condizioni. Le stesse che oggi sono messe in discussione dal provvedimento che nel governo gialloverde è la massima espressione della politica pro industria, il decreto crescita, convertito in legge ieri, che rischia invece di produrre un effetto devastante sull’occupazione in Puglia. Arcelor ha detto che sarà costretta a chiudere lo stabilimento, mettendo in discussione il lavoro di circa 13mila persone più l’indotto, per via della norma che dal 6 settembre cambierà le condizioni relative alle responsabilità penali dei suoi manager. D’altra parte, durante la trattativa i rappresentanti di Arcelor sono stati chiari col ministro Di Maio: senza scudo penale l’accordo salta. “Vogliamo fare business in Italia, una volta che ci sarà l’opportunità di farlo. Investiremo 4 miliardi di euro, contribuiremo con tutta la nostra tecnologia per far sì che l’Ilva di Taranto diventi il miglior stabilimento produttivo d’Europa [...] – ha detto l’ad Geert Van Poelvoorde un anno fa durante un incontro al Mise – Vogliamo semplicemente essere certi che le nostre persone, che la nostra direzione di impresa e il nostro management vengano protetti nel momento in cui verranno in Italia a implementare questo piano”. L’accordo è così andato in porto, garantendo tutele legali ad Arcelor e ai commissari straordinari dell’Ilva, tutele occupazionali e ambientali alla città. Un accordo positivo anche secondo il ministro Di Maio, che però non ha mai smesso di strizzare l’occhio agli elettori tarantini più radicali, quelli delusi dal M5s perché, preoccupati per le condizioni ambientali della città, hanno sempre chiesto la chiusura dell’impianto. Il 24 aprile scorso il ministro si è rivolto a loro, quando in visita a Taranto ha annunciato di avere eliminato l’immunità penale per Ilva. Ma non è riuscito a convincerli. Il decreto crescita conserva infatti l’immunità per eventuali responsabilità penali che riguardano l’attuazione dell’Aia e del piano ambientale (che dovrebbe concludersi nel 2023), se l’azienda dimostra di rispettare prescrizioni e scadenze. Revoca invece l’immunità per tutto ciò che riguarda le altre norme di tutela dell’ambiente, della salute, dell’incolumità pubblica e di sicurezza sul lavoro. Ma per gli ambientalisti non basta e per l’azienda è un guaio.

  

In Europa l’intero comparto dell’acciaio è in affanno. Il gruppo siderurgico ha comunicato l’avvio della cassa integrazione per 1.400 dipendenti tarantini proprio a causa della debolezza del mercato europeo, riducendo anche la produzione dell’impianto. Il governatore della Puglia, Michele Emiliano, ha avanzato il sospetto che l’azienda stia ricattando il governo e agitando un pretesto per sfilarsi dall’impegno preso poco meno di un anno fa. Tuttavia, cambiare i margini operativi per i gestori dell’impianto ad acquisizione completata è un elemento cruciale per le decisioni future di Arcelor, che in un momento già complicato a livello internazionale non può non tenerne conto. Quale altro investitore vorrà mai prendere il suo posto?