Ilva e “trivelle”, le battaglie green per cui il M5s non può esultare

Alberto Brambilla e Maria Carla Sicilia

La condanna della Cedu contro l'Italia per le emissioni nocive dell'acciaieria pugliese e l'accordo di governo su gas e petrolio sono l'altra faccia delle promesse a 5 stelle sull'ambiente 

Roma. Dopo avere coltivato per anni la battaglia ambientalista per la chiusura dello stabilimento siderurgico Ilva di Taranto e per l’abiura delle estrazioni di idrocarburi in Italia allo scopo di arrivare al governo, il Movimento 5 stelle non può raccogliere i frutti della sua propaganda.

   

La Corte europea per i diritti umani (Cedu) ha condannato l’Italia perché non ha protetto i cittadini pugliesi dalle emissioni nocive dell’Ilva nel corso degli anni. La sentenza della Cedu, nata dalla denuncia di 161 persone nel 2013 e nel 2015, esprime forti censure all’operato dello stato italiano che avrebbe violato i diritti umani della popolazione e delle famiglie nei comuni di Taranto, Crispiano, Massafra, Montemesola e Statte per il “prolungamento di una situazione di inquinamento ambientale che mette in pericolo la salute”. Il riferimento, si dice nella sentenza di trentadue pagine, è alle misure raccomandate a partire dal 2012, in seguito al sequestro della magistratura per cui il processo è ancora in corso, con l’Autorizzazione integrata ambientale (Aia) che dava una serie di prescrizioni per migliorare le performance ambientali del siderurgico, alcune da applicare immantinente, altre entro il 2014. L’Aia è stata approvata dal Parlamento e diventata legge dello stato, ma di fatto, mai applicata perché i termini per la piena applicazione venivano via via procrastinati attraverso successivi decreti fino all’agosto 2023. Lo stabilimento è stato commissariato nel 2014 dal governo Letta e gestito da commissari pubblici che godevano dell’immunità penale e amministrativa – altro profilo censurato dalla Cedu – fino all’autunno dell’anno scorso quando è subentrata nella gestione ArcelorMittal. Il governo Lega-M5s con il ministro dello Sviluppo, Luigi di Maio, ha dato la possibilità all’acquirente estero di attuare gradualmente il piano ambientale, compatibilmente col piano industriale, e di godere della stessa immunità dei commissari. Avere evitato la chiusura ha comportato un contraccolpo per il consenso del M5s a Taranto che aveva fatto campagna contro l’Ilva.

   

“Non ho mai creduto che il M5s volesse fermare l’Ilva”, dice al Foglio Lina Ambrogi Melle, promotrice del ricorso collettivo presso la Cedu. “Perché nel 2013 già Grillo, che poi è di Genova [dove Ilva ha un altro stabilimento], voleva risolvere il problema in tre mosse e parlava di ambientalizzazione”. Il M5s non ha aderito al ricorso presso la Cedu né ieri ci sono state dichiarazioni rilevanti di suoi esponenti. Fa eccezione il ministro dell’Ambiente, Sergio Costa, un generale dei Carabinieri Forestale scelto dal M5s, che, interpellato, ha commentato la sentenza dicendo che Arcelor Mittal dovrà rispettare il contratto firmato con lo stato (“o lo rispettano o lo rispettano”) e che “l’Ispra, braccio operativo del ministero, è presente settimanalmente lì e fornisce dei report”. Si deduce che le censure della Cedu su mancata ambientalizzazione e immunità per i gestori dell’impianto non sono rilevanti per Costa, in quanto il ministero è in grado di monitorare attentamente Ilva e, quindi, eventualmente, di intervenire. Siccome l’impianto è operativo si deduce che la situazione, dal punto di vista del ministro, non presenta criticità rilevanti al momento.

   

L’altro fronte su cui il M5s ha dimostrato di non potere assecondare la sua stessa propaganda è quello delle "trivelle". Costa si è detto soddisfatto dell’accordo raggiunto dai suoi con la Lega, ma la riformulazione dell’emendamento non lo salverà dal firmare nuove autorizzazioni che permettono alle compagnie petrolifere di estrarre gas e petrolio dai giacimenti italiani, a meno che non decida di dimettersi. Il compromesso con gli alleati di governo bloccherà infatti solo le attività di ricerca, per un massimo di due anni, ma non le concessioni di coltivazione pendenti. L’impatto sul settore sarà comunque rilevante, tanto che si prevedono contenziosi per 470 milioni di euro. Anche per questo il governo ha voluto rincarare i canoni per i titolari di concessioni, arrivando a moltiplicarli di 25 volte rispetto all’anno scorso, per avere un fondo da usare in caso di risarcimenti. Un punto, questo, che svela il respiro corto del provvedimento e l’assenza totale di una visione di politica energetica: chiedere alle imprese di pagare all’improvviso un costo tanto più elevato potrebbe essere giustificato se almeno si prevedesse di investire in politiche che riguardano la transizione energetica. Usare quei soldi per pagare gli indennizzi causati dalla stessa norma sembra un inutile cortocircuito.

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