Perché il M5s si è dissolto a Taranto mentendo sulla chiusura Ilva

Alberto Brambilla

“Se lo diciamo, non lo facciamo”. Per capire come il Movimento ha ingannato i suoi attivisti vanno ribaltati i suoi infelici slogan

Roma. Quella per cui il M5s è considerato una efficace macchina di marketing politico è una convinzione che dovrà essere rivista. “Se lo diciamo, lo facciamo” è il titolo del convegno di domenica scorsa a Taranto durante il quale i deputati locali del M5s sono stati contestati dal pubblico. L’intento di Giovanni Vianello, Gianpaolo Cassese e Anna Macina era di presentare alla popolazione i provvedimenti bandiera del governo Lega-M5s approvati nel “decretone”, quota cento e reddito di cittadinanza. “Se lo diciamo, lo facciamo” detto a Taranto è una presa in giro.

 

Per anni esponenti del M5s hanno fatto campagna elettorale dicendo di volere chiudere lo stabilimento siderurgico Ilva, compreso il ministro dello Sviluppo economico, Luigi Di Maio. Ma l’estate scorsa è stato proprio Di Maio a consegnare Ilva al gruppo siderurgico più grande d’Europa, l’ArcelorMittal, con la conseguenza fatale per il M5s locale di perdere completamente credibilità, sia tra gli ultimi iscritti sia tra gli attivisti della prima ora, che avevano creduto nello smantellamento del “mostro d’acciaio”. Anche per questo due esponenti del M5s si sono dimessi dal Consiglio comunale settimana scorsa.

 

Per capire i contestatori – non pochi, calmati solo da un intervento della Digos – bisogna ribaltare l’infelice slogan: “Se lo diciamo, non lo facciamo” perché è la differenza tra la propaganda a livello nazionale e le azioni concrete a livello locale, nazionale ed europeo a svelare il bluff. Lo spiega al Foglio Lina Ambrogi Melle, promotrice di un ricorso collettivo presso la Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu) che il mese scorso ha condannato l’Italia perché per anni ha ritardato l’ambientalizzazione del siderurgico e garantito la immunità penale a amministrativa prima ai commissari dell’Ilva in amministrazione straordinaria e poi alla ArcelorMittal. “Sono in contraddizione tra quello che dicevano e quello che fanno. Dopo la sentenza non c’è stata alcuna dichiarazione da parte loro, come se non esistesse. Nemmeno il Tg1 e il Tg2 ne hanno parlato, hanno invece parlato della sentenza della Cedu su Amanda Knox lo stesso giorno”, il 24 gennaio. “Non ho mai creduto che volessero chiudere Ilva perché quando c’è stata opportunità di lavorare per farlo non si sono attivati davvero”. Quando l’area a caldo di Ilva fu sequestrata dalla procura di Taranto nel luglio 2012 Melle ricorda che nessuno intervenne per sostenere la magistratura, mentre c’erano altre manifestazioni a supporto. Beppe Grillo scrisse di sistemare il problema “in tre mosse”. “Altro non era che il concetto di ambientalizzazione, sistemare gli impianti e curare i malati con i soldi dei Riva per continuare a produrre acciaio: non chiudere”, dice Melle. “Nel 2013 per le elezioni politiche Grillo venne a Taranto e disse ‘quando andremo al governo dovremo difendere l’acciaio italiano dalla concorrenza cinese e metteremo i dazi’, poi lo chiesero alla Commissione europea andando con una delegazione. Anche qui non mi sembra un modo per chiudere. All’epoca qualche ambientalista si agitò e Grillo disse di fare un referendum”. Un referendum poi ci fu e la chiusura venne respinta. “Sì – replica Melle – ma già cercammo di organizzarlo nel 2009. Venne però fatto nel 2013 quando non c’era bisogno perché la magistratura era già intervenuta pesantemente. Un referendum non serviva più, e comunque dal M5s non ci fu alcuna campagna social, niente banchetti, nessuna informazione alla cittadinanza”. “Nel 2013 proposi ad alcuni parlamentari del M5s di indire un ‘vaffa-Ilva’, eravamo in epoca dei vaffa a tutto, ma mi dissero che dovevano essere gli attivisti locali a proporlo ‘dal basso’. Ma anziché appoggiare l’idea anche loro la bocciarono”, ricorda Melle. Se quanto visto a Taranto – promettere senza mantenere – è la regola del M5s allora forse l’unica promessa valida è quella fatta dai tarantini domenica: “Qui siete finiti, e finirete anche a Roma”.

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  • Alberto Brambilla
  • Nato a Milano il 27 settembre 1985, ha iniziato a scrivere vent'anni dopo durante gli studi di Scienze politiche. Smettere è impensabile. Una parentesi di libri, arte e politica locale con i primi post online. Poi, la passione per l'economia e gli intrecci - non sempre scontati - con la società, al limite della "freak economy". Prima di diventare praticante al Foglio nell'autunno 2012, dopo una collaborazione durata due anni, ha lavorato con Class Cnbc, Il Riformista, l'Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI) e il settimanale d'inchiesta L'Espresso. Ha vinto il premio giornalistico State Street Institutional Press Awards 2013 come giornalista dell'anno nella categoria "giovani talenti" con un'inchiesta sul Monte dei Paschi di Siena.