Così le compagnie petrolifere mettono un piede fuori dall'Italia

Maria Carla Sicilia

Per spiegare l’uscita di scena delle compagnie dell’oil&gas basta ricordare i provvedimenti che hanno riguardato il settore

Roma. Se mettiamo in fila i provvedimenti presi dal governo gialloverde prima e da quello rossogiallo poi non c’è troppo da stupirsi di fronte al disimpegno delle compagnie petrolifere nei confronti del mercato italiano. Eppure i numeri fanno effetto: più di duemila chilometri quadrati di aree in concessione sono state restituite allo stato, quasi due volte la superficie della città di Roma. Il calcolo viene fuori sommando le cifre contenute nei 45 decreti pubblicati sull’ultimo Bollettino ufficiale degli idrocarburi e delle georisorse (Buig), segnalati giovedì da Staffetta quotidiana. Con quei decreti, firmati a dicembre, la Direzione generale per le risorse minerarie ed energetiche del ministero dello Sviluppo ha accolto le richieste degli operatori che vogliono ridimensionare i propri progetti: undici compagnie e una pioggia di istanze per mettere un piede fuori dall’Italia.

Le richieste di rinunciare in tutto o in parte alla ricerca di gas e petrolio si sono accumulate negli uffici del ministero da marzo, all’indomani dell’approvazione del decreto Semplificazioni che, tra le altre cose, ha imposto un aumento di 25 volte i canoni di concessione che le imprese pagano allo stato. Ha aperto le danze Eni, rinunciando a un’istanza non ancora approvata per lo sviluppo di un giacimento al largo della Sicilia. Poi a maggio sono arrivate le altre compagnie, abbandonando completamente i progetti, come nel caso di Petroceltic (di cui abbiamo parlato sul Foglio.it), oppure chiedendo di potere rimpicciolire le aree in concessione, come hanno fatto le società Canoel Italia, Metano Puglia e molte altre nei mesi successivi. Da giugno si sono unite Gas Plus Italia, che da sola ha chiesto di rinunciare a più di mille chilometri quadrati di concessioni, Petrorep, Irminio, Padana Energia e Rockhopper, seguite ad agosto da Appenine Energy e Northsun Italia. Poi la richiesta di Shell di abbandonare un progetto ancora da sviluppare, arrivato insieme al passo indietro dell’americana Mac Oil e infine, a novembre, le istanze di Edison e Pentex Italia.

Per spiegare questa repentina uscita di scena delle compagnie dell’oil&gas basta ricordare i provvedimenti recenti che hanno riguardato il settore. In un solo anno sono diventate legge le norme blocca trivelle, con la sospensione delle attività di ricerca e delle autorizzazioni, l’aumento dei canoni di concessione e la riduzione delle franchigie per le royalty. Un puzzle di interventi che punta a tagliare i sussidi dannosi per l’ambiente e disincentivare la produzione nazionale – pari a 5,55 miliardi di metri cubi di gas e a 4,67 miliardi di chilogrammi di petrolio (dati 2018) – senza però considerare che si tratta di risorse energetiche insostituibili, o al massimo sostituibili con gas e petrolio prodotti altrove.

 

Nel frattempo, gli impatti fiscali e occupazionali di queste scelte politiche non sono mai stati quantificati, nonostante i ripetuti segnali d’allarme. Il sospetto che di fronte alla riduzione delle attività produttive diminuiranno anche i lavoratori è lecito. Quello che è certo è che a fine 2020 la produzione nazionale di idrocarburi sarà inferiore rispetto al 2019, così come in calo saranno le royalty versate dalle compagnie alle regioni. In base ai dati contenuti nell’ultimo Buig, si può calcolare che Emilia-Romagna e Marche hanno perso rispettivamente 580 e 407 chilometri quadrati di concessioni a terra su un totale di 5.379 e 1.339. La Basilicata 348 su 5.241 e la Puglia 265 su 677. Va peggio al Molise, dove le concessioni sulla terraferma si sono quasi dimezzate. A questo si aggiungono gli introiti che lo stato si attende per l’aumento dei canoni, 15 milioni di euro all’anno sulla base delle concessioni attive prima che le compagnie iniziassero a dare forfait, che dovranno adesso essere ricalcolati. L’intenzione era quella di usare queste risorse per pagare, almeno in parte, i ricorsi delle imprese a cui il governo ha sospeso le attività con il decreto Semplificazioni. A questo punto la spesa dello stato non potrà che essere maggiore di quella prevista.