Ecco perché l'Ilva può essere la prima pietra d'inciampo del governo

L'emendamento del M5s che vuole sopprimere l'immunità penale per ArcelorMittal mette a rischio la maggioranza al Senato. L'asse tra grillini e Leu. Numeri e scenari 

Non c'è solo il piano (inclinato) dell'ideale, in questa storia di vessilli da brandire e poi passare al setaccio obbligato della realtà. Perché sulle ragioni di chi, dopo aver promesso di rinunciare alla garanzia di immunità penale sull'Ilva decide di reintrodurla seppur in formato ridotto, e chi invece vi si opponga in modalità di lotta anziché di governo, a prevalere è in fin dei conti l'aritmetica del voto in più o voto in meno (altro che uno vale uno, altro che retorica sprovvista di addizioni e sottrazioni).

 

Abbiamo raccontato come il primo risultato tangibile dell'incontro di una delegazione di senatori Cinque stelle con il ministro dello Sviluppo economico Stefano Patuanelli, ordito con l'intento preliminarmente riappacificatore, sia stato il parto di un emendamento, sottoscritto da 13 senatori, che sopprime l'immunità penale contenuta nell'articolo 14 del "decreto imprese", quello licenziato nell'ultimo consiglio dei ministri dell'era gialloverde e che verrà discusso da Palazzo Madama a partire dalla prossima settimana. Ma questo, se da una parte rappresenta una classica schermaglia intra-partitica, dall'altra può avere un riflesso sulla tenuta del governo rosso giallo?

 

Lo scorso 10 settembre, in sede di voto di fiducia al Senato, il BisConte poté contare su 169 voti favorevoli, 8 in più rispetto alla maggioranza assoluta. Mancarono almeno un paio di voti, quello del senatore Cinque stelle Alfonso Ciampolillo, e l'ex grillino ora al Gruppo Misto Saverio De Bonis, ma la maggioranza usufruì anche del sostegno dei senatori a vita Mario Monti, Liliana Segre ed Elena Cattaneo. Si capisce allora perché un emendamento sostenuto da una pattuglia di 13 senatori pentastellati, capitanati dall'ex ministro per il Sud Barbara Lezzi, possa spaventare l'esecutivo. Perché, dati la scadenza tutt'altro che lontana del "decreto imprese", è scontato il ricorso alla fiducia: il che, a Palazzo Madama, si traduce in un voto singolo, non disgiunto com'è invece alla Camera. E quindi, per scongiurare lo spauracchio di una bocciatura del neonato governo, bisogna garantirsi la maggioranza delle preferenze. La quota di sicurezza sarebbe 161: al di sotto di quella soglia, i rischi possono essere parecchi.

 
“So che nell'ultima assemblea dei parlamentari cinque stelle ci sono stati un po' di malumori sull'Ilva, è il segno che non condividono più questo atteggiamento di sudditanza al governo. E aggiungo che non può dipendere soltanto dal fatto che al Senato non ci sia più Patuanelli a raccordare le varie anime interne”, racconta al Foglio la senatrice ex cinque stelle Paola Nugnes, prima firmataria di un altro emendamento al "decreto imprese" in cui chiedeva, pure lei, la soppressione dell'immunità di cui si discetta ora. Può, la costituzione di una fronda ufficialmente contraria ad un intervento governativo, rappresentare un campanello d'allarme per il governo, considerando che l'opposizione gialla in questo caso si somma alla contrarietà di un altro componente della maggioranza come Leu? “Io mi preoccuperei della più vasta contrarietà di Procura e gip di Taranto, della Corte dei Conti. Certo immagino che anche i miei colleghi si aspettassero altro da questo governo”, prosegue la Nugnes. E insomma tutto per adesso è una traccia carsica, implosione più che esplicita detonazione.

 

Sempre nell'emendamento presentato dai tredici senatori grillini, poi, si introduce all'articolo 14 bis la stipula di un accordo di programma per Taranto legato all'obbligo di una bonifica e un risanamento dell'area interessata dallo stabilimento ex Italsider. Un modo per accordare ancora di più l'intesa con la componente di Liberi e Uguali, che negli scorsi mesi aveva presentato, a firma Rossella Muroni, più o meno la stessa proposta. E forse sta proprio qui il punto di caduta: perché la soppressione dell'immunità viene considerata da Patuanelli stesso, oltre che dall'intero Pd, una via non percorribile, visto che metterebbe a serio repentaglio il rilancio dello stabilimento tarantino da parte di ArcelorMittal. E dunque, se su questo cedere non si può, un possibile compromesso per disinnescare la dissidenza interna del M5s, potrebbe essere proprio il varo di questo accordo di programma, che del resto ricalca quello già messo in atto nel 2005 per l'Ilva di Genova. 

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