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Perché senza impresa non c'è ecologia

Alberto Brambilla

Il green new deal rossogiallo è fatto di tasse punitive per chimica, meccanica e idrocarburi. Eppure gli investimenti per una transizione energetica pragmatica sono in larga parte privati. Rapporto Aspen

Il governo rossogiallo ha impostato la promessa verde nella prossima legge di Bilancio, il cosiddetto Green new deal, dimenticandosi colpevolmente della possibile collaborazione delle imprese nel realizzare la transizione energetica ed ecologica. La proposta di una tassa sul consumo della plastica e degli imballaggi per ottenere un gettito di un miliardo di euro circa non avrà come risultato quello di modificare il comportamento e le abitudini degli italiani, ma quello di colpire anzitutto le aziende chimiche e del packaging. Le imprese scaricheranno eventualmente i costi sui consumatori; un impatto stimato da Confindustria in 109 euro annui per famiglia. In ambito energetico, inoltre, la proposta di abolire le franchigie sulle royalty da corrispondere agli enti locali per i piccoli giacimenti di estrazione degli idrocarburi, prevista in manovra, si aggiunge a una legislazione cangiante e punitiva del settore, dopo la moratoria sulle esplorazioni ed estrazioni e l’aumento dei canoni di concessione, retaggi del governo gialloverde, che hanno paralizzato l’Oil & gas in Italia. Per questa serie di fattori l’Assomineraria, in una lettera inviata all’esecutivo il 31 ottobre scorso, stima che nel biennio 2020-’21 ci sarà una “riduzione significativa dell’impegno economico di circa 400 milioni di euro e una minore produzione nazionale di idrocarburi di circa 1 milione di tonnellate equivalenti petrolio” con conseguente riduzione di gettito per lo stato (tasse, royalty e contributi) per 100 milioni in un anno. 

  


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Il gioco a perdere non è solo per lo stato centrale. Anche in termini di ricadute elettorali i partiti della coalizione di governo Pd e M5s si apprestano ad affrontare le regionali in Emilia Romagna auto-infliggendosi l’handicap di impostare una manovra che vessa i principali settori industriali della regione: il packaging, la chimica, l’estrazione di idrocarburi e le relative costruzioni di macchinari industriali. Da qui la domanda: è credibile realizzare la transizione energetica dalle fonti fossili alle rinnovabili non solo bypassando la collaborazione dell’industria – da cui vengono gli investimenti per compiere l’impresa – ma anche riducendone i profitti a bella posta? La risposta è che l’approccio punitivo non solo rischia di non aiutare a centrare l’obiettivo, meno profitti significano meno investimenti privati, ma rischia anche di indebolire la tanto decantata sovranità italiana. I motivi sono chiari leggendo il rapporto “Energia e clima – ottimizzare la produzione nazionale di energia nell’ottica della sostenibilità” realizzato per il think tank Aspen Institute Italia con il contributo di Shell Italia e il supporto di Elettricità Futura, presentato al seminario a porte chiuse del 6 novembre a Roma (incontro a quale il Foglio ha partecipato) e in uscita oggi.

 

Il rapporto parte dalla valutazione che c’è un divario difficile da colmare tra l’aumento delle emissioni, il sistema energetico, che per i prossimi decenni è basato sugli idrocarburi, e le ambizioni condivise a livello internazionale. “Il costante aumento delle emissioni e dei consumi energetici non è incoraggiante se si considerano le ambizioni della comunità internazionale di limitare il fenomeno del global warming, così come concordato nella Conferenza delle parti di Parigi del 2015; ciò pone nuovamente il problema dei consumi energetici, del loro ruolo nella crescita e delle ricadute in termini di emissioni al centro del dibattito mondiale. In termini di emissioni infatti, la traiettoria al 2040 diverge notevolmente da quella auspicabile per contenere il riscaldamento dell’atmosfera entro i 2 gradi centigradi rispetto all’èra pre-industriale. Si noti che la traiettoria al 2040 considera gli effetti delle misure già messe in campo o dichiarate dai paesi aderenti all’accordo di Parigi. E’ dunque chiaro che le stesse non sono sufficienti per centrare gli obiettivi climatici. Sono molti infatti i paesi che hanno adottato misure insufficienti (inclusa l’Unione europea) o gravemente insufficienti”. Se gli sforzi non sono ancora sufficienti inseguire ambizioni ancora maggiori in tempi rapidi comporterà investimenti crescenti e, in prospettiva, giganteschi. In fatto di ambizione l’Italia svetta. Il Piano nazionale integrato per l’energia e il clima (Pniec) presentato alla Commissione europea e vincolante per l’Italia ha obiettivi alti, anche troppo. Secondo il rapporto Aspen “con particolare riferimento alla produzione di energia alternativa, il Pniec prevede circa 40 GW di capacità Fer (rinnovabili) aggiuntiva al 2030 (vs. 2017), con prevalenza del solare sull’eolico. L’incremento necessario, già ambizioso, potrebbe anche essere maggiore. Elettricità Futura – continua il report – ritiene che saranno necessari circa 47 GW aggiuntivi per via di una sottostimata previsione di installato solare al 2030. Ciò significa attrarre investimenti nel solare e nell’eolico per un totale di 3,4 miliardi di euro annui addizionali nel prossimo decennio. In generale, per realizzare gli obiettivi del Pniec le imprese coinvolte nel settore elettrico prevedono di investire circa 4,6 miliardi di euro all’anno fino al 2030.

 

Una quota importante di tale ammontare sarà destinata alla digitalizzazione delle reti e degli impianti per garantire che la produzione da fonti rinnovabili possa essere gestita in modo efficiente e in piena sicurezza”. E questo avviene a incentivi esauriti: negli anni scorsi le rinnovabili hanno beneficiato di 12 miliardi all’anno caricati in bolletta. Sono investimenti che solo in parte possono arrivare dallo stato, costretto da limiti di deficit e debito, e in maggior misura dovranno arrivare dalle aziende coinvolte. Questo basterà a raggiungere obiettivi di decarbonizzazione elevati e nel frattempo evitare di peggiorare la dipendenza dall’estero per l’importazione di idrocarburi? “In Italia lo sviluppo delle fonti rinnovabili ha storicamente permesso di diminuire la dipendenza energetica nazionale ma è l’unico grande paese europeo a importare i tre quarti dell’energia di cui necessita – dice il report Aspen – In venti anni la quota di produzione di idrocarburi è andata diminuendo, e parimenti il ricorso alle importazioni da mercati esteri è aumentato, ennesima conferma che produrre di meno non significa consumare di meno, ma importare di più. Situazione paradossale se si considera il potenziale di riserve ancora non sfruttato, l’aumento del consumo di petrolio avvenuto proprio lo scorso anno e soprattutto l’enorme e crescente ricorso alle importazioni della fonte che è unanimemente riconosciuta come vitale per realizzare la transizione, ovvero il gas naturale”.

 

Come ha detto nella sua relazione all’Aspen Marco Brun, ad di Shell Italia, la “transizione energetica ha un costo non indifferente” e sono “le oil major – le società petrolifere – specie quelle europee sempre più investitrici dirette nelle nuove fonti energetiche, spesso acquisendo start-up innovative”, dice Brun. “Anche il portafoglio di produzione tradizionale si muove nella direzione della decarbonizzazione – aggiunge – il gas naturale, come noto, grazie alle sue minori emissioni e alla complementarietà con le fonti rinnovabili, è la fonte ideale per la transizione: non a caso la share (quote) delle major di produzione di gas naturale sul totale idrocarburi è passata dal 30 al 40 per cento dagli anni 80 a oggi: per molti produttori, la quota di gas naturale è gà oltre il 50 per cento.

 

La produzione stessa di idrocarburi si rivela ancora fondamentale sia per rispondere alla domanda che per generare valore. Non si tratta di promesse o di delineare scenari ma puntare in maniera crescente su investimenti e operazioni di acquisizione di start-up che operano nel campo della decarbonizzazione, spaziando dalla produzione di energie rinnovabili a soluzioni per la mobilità fino a investimenti nelle cosiddette Nature Based solution per l’assorbimento naturale della CO2 in eccesso. Parliamo di 54 acquisizioni negli ultimi tre anni”, da parte di Shell. Uno dei settori più demonizzati, oltre a quello petrolifero, è il siderurgico, soprattutto ora che ArcelorMittal intende abbandonare l’Ilva di Taranto dopo avere trovato opposizione politica costante. Una joint venture tra la più grande acciaieria americana, la Nucor e la Duferco di Antonio Gozzi, ex presidente di Federacciai presente all’incontro Aspen, punta a realizzare dal 2020 a Brescia il primo laminatoio alimentato da energia eolica acquistata dalla piemontese Fera con un accordo di Power Purchase Agreement. Grazie a un contratto con un privato affidabile che acquista energia a prezzi concordati per un certo periodo di tempo il fornitore di energia rinnovabile si assicura la possibilità di stare sul mercato senza sostegno pubblico.

  • Alberto Brambilla
  • Nato a Milano il 27 settembre 1985, ha iniziato a scrivere vent'anni dopo durante gli studi di Scienze politiche. Smettere è impensabile. Una parentesi di libri, arte e politica locale con i primi post online. Poi, la passione per l'economia e gli intrecci - non sempre scontati - con la società, al limite della "freak economy". Prima di diventare praticante al Foglio nell'autunno 2012, dopo una collaborazione durata due anni, ha lavorato con Class Cnbc, Il Riformista, l'Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI) e il settimanale d'inchiesta L'Espresso. Ha vinto il premio giornalistico State Street Institutional Press Awards 2013 come giornalista dell'anno nella categoria "giovani talenti" con un'inchiesta sul Monte dei Paschi di Siena.